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LETTERA DA BRUXELLES Barroso difende la nuova regolazione finanziaria, conta il bene comune

  Per quanto il rapporto della Commissione europea sull’impatto economico della complesso marchingegno di regole costruito negli ultimi 3-4 anni per gestire l’ultracomplessa macchina della finanza in Europa non abbia fornito novità di rilievo, sono emerse due conclusioni interessanti. La prima è di tipo tecnico: le critiche del mondo bancario per i costi eccessivi della regolazione vengono respinte perché spesso si tratta di costi necessari per tornare a pratiche di business meno rischioso. La seconda critica è di tipo politico: dal punto di vista dell’interesse pubblico, i costi privati che ricadono su singoli intermediari finanziari non possono costituire il principale punto di riferimento per una valutazione equa: ciò che conta “è se le riforme assicurano vantaggi sociali netti e un sistema finanziario più stabile, più responsabile e più efficiente”. Un segnale preciso al mondo bancario a pochi giorni dalle elezioni.


  In linea generale la Commissione ritiene che i vantaggi macro-economici della regolazione bancaria potranno essere almeno doppi rispetto ai costi. In ogni caso è troppo presto per fidarsi delle valutazioni attuali perché occorre accumulare dati empirici che ancora non sono disponibili per la semplice ragione che molte parti della nuova regolazione entreranno in vigore nel corso del tempo.

  Al di là delle stime che presentano troppi margini di incertezza, l’interesse della voluminosa analisi dei tecnici della Commissione europea sta nella ‘visione di policy’ proposta per rispondere alle frequenti e piuttosto generalizzate critiche provenienti dal mondo bancario, che vanno tutte in una direzione: l’effetto dell’eccesso di regolazione rischia di ricadere su imprese e consumatori in termini di minore afflusso del credito.

  Secondo Bruxelles “la stima dei costi privati delle riforme finanziarie richiede una interpretazione attenta perché c’è il rischio che possano essere eccessivamente enfatizzati e sopravvalutati”. Ciò perché molti dei costi sono una tantum e possono essere ammortizzati in molti anni. Per questo dovrebbero essere tenuti ben distinti dai costi “ricorrenti” che gli intermediari finanziari sostengono regolarmente per rispettare requisiti più stringenti. Oltretutto tali requisiti non devono essere rispettati dall’oggi al domani, ma è stato definito un percorso piuttosto lungo e soggetto a periodici controlli per ridurre il peso dell’aggiustamento sul settore bancario. Inoltre molte disposizioni, ad esempio quelle relative all’investimento in sistemi di gestione del rischio e al miglioramento della gestione dei dati bancari, forniscono un vantaggio immediato al management delle banche mettendolo in grado di conoscere meglio le esposizioni e i rischi. Infine, assicurare maggiore trasparenza e prevedibilità costituisce un incentivo per gli investitori a fidarsi delle banche.

  Tutto questo fa concludere alla Commissione che i costi troppo spesso attribuiti alla nuova regolazione e all’intrusività delle autorità di regolazione e supervisione (da novembre la Bce per l’Eurozona), in realtà dipendono “invece” dal riaggiustamento dei modelli di business e dalla definizione (o ri-definizione) di pratiche diverse da quelle che hanno nutrito e provocato la crisi finanziaria. Prova ne è il fatto che le banche decidono i loro livelli di capitale e liquidità sulla base di diversi fattori e non solo dei requisiti regolamentari, altri fattori sono gli specifici modelli di rischio economico e il punto di vista delle agenzie di rating, delle controparti e dei mercati finanziari (tuttora più avversi al rischio).

  E’ evidente che gli aggiustamenti attuali e futuri possono aumentare o aumenteranno i costi, ridurre i profitti degli intermediari finanziari ma, ecco il punto sollevato dalla Commissione europea, “la profittabilità ridotta può anche riflettere il ridotto rischio assunto, la riduzione dei sussidi pubblici distorsivi impliciti o espliciti derivanti dalla certezza che ad un certo punto una banca sarebbe stata salvata in extremis dallo Stato”. Situazione che in futuro sarà rara, se la macchina della nuova regolazione funzionerà.   

 Bruxelles riconosce che effettivamente le banche possono trasferire i costi sui clienti, ma non ritiene sia una via scontata: dipende dal contesto macro-economico, dal grado di concorrenza del mercato. Sono inoltre possibili alternative alla penalizzazione dei consumatori: riorganizzazioni interne con investimenti in tecnologie informatiche, semplificazioni delle entità legali e operative, riduzioni dei bonus e del ritorno per gli azionisti (è stato ormai raggiunto un nuovo equilibrio dell’8-10%), eliminazione  di prodotti e servizi particolarmente complessi. Le banche possono certamente stringere gli standard di credito o semplicemente aumentare il costo dei prestiti e degli altri prodotti, cosa che inevitabilmente ha un effetto macro-economico negativo. Ciò che conta però è che “l’aumento del credito ai livelli pre-crisi e la proliferazione dei prodotti finanziari non può essere un parametro di riferimento rilevante”. Detto questo è un fatto che il rischio del prolungamento di una fase di “credit crunch”, che la Commissione ritiene però non generalizzato, è reale. Anzi, è realtà quotidiana. Altrimenti non si spiegherebbe la grande attesa per un intervento della Bce a giugno.