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Scatta la corsa alle ‘exit strategy’ dei paesi a rischio, Spagna e Portogallo

Un effetto l’accelerazione della crisi greca, con il carico di sussurri, grida e smentite su un piano di salvataggio deciso a livello dai governi europei in caso di peggioramento della situazione, l’ha avuto sui paesi dell’Eurozona a rischio sfiducia: Spagna e Portogallo. Madrid ha definito un piano di austerità per risparmiare 50 miliardi di euro entro il 2013, anni duri di consolidamento di bilancio per rientrare sotto la fatidica soglia del 3% di deficit/pil (oggi il disavanzo è all’11,4%). Tra le misure il passaggio dell’età legale di pensionamento da 65 a 67 anni. Con il 44,5% dei giovani sotto i 25 anni disoccupati, il tasso più alto dell’Eurozona, e i sindacati già sul piede di guerra non sarà facile farlo passare. A Lisbona hanno appena rafforzato gli impegni per portare il deficit sotto il 3% dal 9,3% entro tre anni. Nel caso del Portogallo la risposta del mercato obbligazionario non è stata confortante (è salito ancora lo spread con i Bund decennali), la valutazione preliminare di Moody’s e Standard & Poor’s è stata negativa (anche se le agenzie di rating sono state corresponsabili dei disastri finanziari del 2007-2008 continuano a essere un faro di orientamento per mercati e governi). Motivo: il governo non prevede di aumentare le imposte, di conseguenza non si sa come potrà riuscire a centrare gli obiettivi di riduzione dell’indebitamento.

 Quanto all’Irlanda, altro paese della cerchia debole dell’Eurozona, ha già presentato un bilancio che prevede un taglio del 6% della spesa pubblica con pesanti tagli ai salari pubblici, cura da cavallo che non si vede da una generazione. Anche a Est vengono accelerati i tagli dei deficit: Repubblica Ceca, Romania e Bulgaria. Insegue la Polonia confermando il rispetto del 3% entro il 2012, ma la Polonia non ha grandi problemi: con un deficit al 6,3% nel 2009 è stato l’unico paese europeo con l’economia in crescita nel 2009, 1,7%. Si capisce il motivo dell’accelerazione: va evitato che altre situazioni critiche alimentino sfiducia nella capacità dei governi di fronteggiare l’indebitamento, di trovare sottoscrittori di titoli pubblici. La gerarchia dei paesi deboli è piuttosto chiara. L’ha riassunta così un’analisi del Crédit Agricole: prima la Grecia, ovviamente. Nonostante la recente offerta di titoli pubblici abbia ottenuto un successo inaspettato (con un numero di sottoscrittori per un ammontare cinque volte superiore a quanto previsto) ci vuole altro per placare le acque. Il problema è che metà delle emissioni di titoli necessari al governo greco per gestire il debito è fissata per il secondo trimestre e ciò significa che le tensioni dureranno un bel po’. Dopo la Grecia ci sono Irlanda e Spagna, le cui finanze pubbliche sono molto deteriorate ma  partono da un livello di indebitamento iniziale meno pesante. Infine il Portogallo, che presenta dei rischi gravi a breve termine, un po’ meno a medio termine (a causa della strutturale debolezza competitiva).
 Ufficialmente governi e Commissione europea continuano ad attestarsi sulla linea della ‘supervisione forte’: passo dopo passo l’Eurogruppo vigilerà che gli impegni assunti, prima di tutto la Grecia, siano rispettati. Nessun programma di salvataggio finanziario, non esistono intese bilaterali tra governi (a partire da Francia e Germania) per fornire crediti immediati ad Atene in caso di necessità, si dice. Sperano sia sufficiente a convincere che la situazione è sotto controllo. Nella fiera delle smentite e delle parole ambigue, il commissario europeo Almunia ha sintetizzato la questione così: “La solidarietà è possibile, un ‘bailout’ (salvataggio finanziario – ndr) no”. Il problema è la forma che prenderebbe la solidarietà. Sono ormai varie le fonti (anonime) che indicano come una riflessione sul modo di aiutare la Grecia in caso di necessità sia effettivamente in corso anche “al più alto livello”. Si fanno le ipotesi di un prestito su base bilaterale, di anticipazione di fondi comunitari comunque dovuti. Il problema è che non confermare la solidarietà tra membri dell’Eurozona significherebbe aumentare i rischi finanziari per la Grecia, per tutta l’area e la moneta. Nello stesso tempo annunciare (fuori tempo) un sostegno esplicito incoraggerebbe il lassismo di bilancio con conseguenze altrettanto rischiose per l’euro. Di qui il traccheggiare delle dichiarazioni.
  L’Eurozona sta vivendo per la prima volta il noto dilemma del ‘passeggero clandestino’: se in un paese scoppia una crisi finanziaria che ne mette a rischio la capacità di pagamento, i partner sono costretti a intervenire per evitare una situazione troppo pericolosa per tutti. Così facendo pagherebbero il biglietto che avrebbe dovuto pagare il ‘clandestino’. Ma chi in futuro pagherebbe più il biglietto sapendo che c’è un Pantalone alla fermata del tram? E’ l’”azzardo morale” applicato ai governi, non molto diverso da quello applicato alle banche che devono essere salvate con i soldi pubblici perché troppo grandi per fallire.