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L’impronta dei grandi Stati sull’operazione investimenti

L’Ecofin ha dato il via libera al regolamento che istituisce il Fondo europeo per gli investimenti strategici (il Feis è originato dal ‘piano Juncker’) e comincerà subito il negoziato con il Parlamento europeo. Obiettivo: chiudere entro fine giugno la trattativa in modo da rendere operativo il Fondo dall’inizio di luglio. In pochi mesi la Ue sarà in grado di dotarsi di un nuovo strumento anti-crisi per mobilitare fino a 315 miliardi di investimenti in tre anni sulla base di garanzie Ue per 16 miliardi e l’intervento diretto della Bei per 5 miliardi. È il segno dello spostamento progressivo delle ‘policy’ europee verso interventi a sostegno dell’economia. È uno spostamento lento, quantitativamente limitato e con un certo grado di incertezza sulla possibilità effettiva di mobilitare il settore privato, ma c’è. Tra i grandi Stati è scattata la corsa: Germania, Francia e Italia investiranno 8 miliardi (in tutto 24 miliardi) nelle piattaforme che canalizzeranno i contributi finanziari ai progetti, la Spagna si è impegnata per 1 miliardo e mezzo. I governi non finanzieranno direttamente il Fondo Ue per essere sicuri di avere un ritorno dell’operazione in termini di progetti finanziati con le garanzie europee.

I ministri finanziati hanno dato il via libera politico al testo di regolamento del Fondo Ue che dovrà passare al vaglio del Parlamento europeo in quanto co-legislatore. Non ci sono sostanziali novità rispetto a quanto indicato nei giorni scorsi da Il Sole 24 Ore Radiocor. Confermato lo schema del moltiplicatore 1 a 15 (per un euro pubblico l’obiettivo minimo è mobilitare altri 14 euro di fondi prevalentemente privati). Tutta l’operazione ruota attorno alla Bei che costituisce il braccio finanziario dell’Unione europea con tripla A i cui governatori sono gli stessi ministri finanziari.

Commissione e Bei saranno gli azionisti del Fondo: la prima rappresenta la Ue e ci mette 16 miliardi di garanzie provenienti dal bilancio europeo (nel fondo di garanzia saranno trasferiti gradualmente garanzie per 8 miliardi entro il 2020); la seconda ci mette 5 miliardi ‘cash’. Struttura di ‘governance’ a due livelli: un comitato esecutivo nominato da Commissione e Bei che definirà le strategie, le politiche di investimento e il profilo di rischio del Fondo; un comitato per gli investimenti che selezionerà i progetti sostenuti dal Fondo (deciderà all’unanimità), formato da 8 esperti indipendenti e da un direttore generale (deciderà a maggioranza semplice).

Per assicurare solide basi all’operazione è necessario l’intervento degli Stati. Due mesi fa la linea era la partecipazione diretta dei governi al capitale del Fondo. Per questo era stato architettato anche un sistema per scontare la quota degli Stati dai calcoli del deficit. Vuoi perché a tale quota avrebbe dovuto corrispondere un posto ai vertici del Feis, con tutti i rischi di una politicizzazione delle scelte di investimento che avrebbero ostacolato il coinvolgimento dei privati, vuoi perché non ne sarebbe automaticamente derivato un sostegno a progetti nazionali, si è imposto uno scenario diverso: entreranno in gioco quelli che possono essere definiti i ‘fondi sovrani’ degli Stati, Cassa depositi e prestiti in Italia, Kreditanstalt für Wiederaufbau in Germania (Kfw, Istituto di credito per la ricostruzione fondato dopo la seconda guerra mondiale), Caisse des Depots et Consignations in Francia, Instituto de Crédito Oficial in Spagna. Si tratta delle banche pubbliche di promozione dello sviluppo. Metteranno sul piatto complessivamente 25,5 miliardi, non si sa ancora in quale forma prevalente. Dipenderà dai progetti, dalla loro redditività stimata, dall’apporto dei privati. “Dal punto di vista del meccanismo di finanziamento e soprattutto dal punto di vista del risultato finanziario non cambia nulla rispetto alla partecipazione diretta al Fondo Ue”, assicura il vicepresidente della Commissione Jyrki Katainen. In ogni caso, l’intervento dei ‘fondi sovrani’ dei grandi Stati europei “non aumenterà l’effetto moltiplicatore di 1 a 15, ma lo renderà possibile”, indicano fonti europee. Quindi non si tratta di investimenti aggiuntivi.

L’apporto delle ‘casse’ nazionali di investimento al finanziamento prenderà varie forme, nel caso in cui prevalesse la partecipazione con titoli di proprietà (equity) l’effetto moltiplicatore, stando all’esperienza accumulata finora, potrebbe perfino essere superiore alla formula 1 a 15. L’aumento di capitale della Bei dal 2012 al 2013 ha generato un effetto moltiplicatore di 1 a 18. Nell’ambito del programma Cosme della Commissione (sostegno alle pmi) il moltiplicatore è stato di  a 20.

Nel testo del regolamento è scritto che possono essere coperti da garanzie Ue “prestiti Bei, garanzie, contro-garanzie, strumenti del mercato dei capitali, ogni altra forma di strumenti di finanziamento o credito, partecipazioni ‘equity’ o quasi ‘equity’, inclusi attraverso banche nazionali di promozione o istituzioni, piattaforme di investimento o fondi”.

In sostanza i governi dei grandi paesi Ue hanno ritenuto più conveniente assicurarsi un ruolo diretto nel contributo al finanziamento dei progetti attraverso le ‘piattaforme’ per gli investimenti che non assicurarsi lo sconto della quota versata nel capitale del Fondo grazie alla flessibilità delle regole dei conti pubblici. Anche perché, almeno in teoria, potrebbero poi essere scontati gli investimenti effettuati da entità pubbliche la cui spesa rientra nei calcoli sull’indebitamento.

Tali piattaforme consistono in ‘veicoli speciali’, conti gestiti, accordi fondati su contratti di cofinanziamento o condivisione del rischio o accordi definiti da altri strumenti attraverso i quali entità diverse canalizzano un contributo per finanziare un certo numero di progetti di investimento. Katainen ha indicato che tali piattaforme avranno una dimensione di settore e una dimensione regionale. Il ministro Padoan ha precisato che l’intervento della Cassa depositi e prestiti ha lo scopo di “far confluire risorse nelle piattaforme di investimento che sono di interesse nazionale“. Quanto ai settori si tratterà prevalentemente di infrastrutture di trasporti, energia, digitali, di investimenti nel settore educazione, ricerca e sviluppo, efficienza energetica, progetti ambientali, sostegno finanziario a imprese fino a tremila addetti.

Due i principi di riferimento: deve trattarsi di progetti a più alto rischio rispetto a quello dei progetti normalmente finanziati e devono riguardare aree che patiscono di più la rarefazione degli investimenti. Il Feis fornisce la ‘tranche’ più rischiosa dell’investimento allo scopo di massimizzare il contributo dei privati. Si tratta di una protezione che libera gli investitori privati di un ammontare definito di perdita finanziaria (first loss protection) migliorando il profilo finanziario dell’investimento. L’intervento dei ‘fondi sovrani’ nazionali aumenta il livello del finanziamento pubblico potenziando la credibilità dell’operazione.

315 miliardi in tre anni è una cifra molto vicina all’ammontare di finanziamenti considerati necessari per colmare il ‘buco’ di investimenti originato dalla crisi, 180 miliardi all’anno. Il ‘buco’ da colmare nell’Eurozona per tornare ai livelli pre-crisi è di circa 700 miliardi di euro. Tutto, però, si gioca sull’effettiva possibilità di ‘moltiplicare’ l’intervento finanziario pubblico. I governi della Ue indicano di crederci. Tutti tranne il Regno Unito: non si è messo di traverso, ma è il solo grande paese assente dalla lista dei ‘partecipanti’. Si capisce il motivo: l’intervento a sostegno del Fondo Ue è una mossa difficilmente vendibile al pubblico britannico ultrasensibile agli impegni finanziari condivisi con i partner europei.