Mario Draghi invita i governi europei ad armarsi di forza e coraggio e rendersi conto che Trump vuole il predominio anche verso l’Europa è che non è più il tempo di aspettare che avvenga più o meno spontaneamente una “de-escalation”. Con una mera “strategia di attesa” l’Europa diventa “subordinata, divisa e deindustrializzata”. Se “non è in grado di difendere i propri interessi non preserverà a lungo i propri valori”. A questo punto gli interessi vanno difesi e promossi con una operazione politica-istituzionale: un’Europa federale. I Paesi che ci stanno procedano. Si “federalizzino” perché “laddove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come una potenza e negoziamo come un’unità. Laddove non lo siamo stati – sulla difesa, sulla politica industriale, sulla politica estera – siamo trattati come un’assemblea eterogenea di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza”.
Occorre molto più di una manutenzione, occorre un colpo d’ala. C’è già qualche passo concreto in tema di spinta verso soluzioni federali: in una conferenza organizzata Berlino da Due Welt il cancelliere Friedrich Merz e il ministro delle finanze tedesche Lars Klingbeil hanno indicato che è aperto il cantiere per una cooperazione stretta lanciata da sei Paesi per far avanzare l’unione del mercato dei capitali e il ruolo internazionale dell’euro, un sistema europeo dei pagamenti, investimenti nella difesa. Oltre a Germania e Francia ci sono Italia, Polonia, Spagna e Olanda. Insieme rappresentano circa il 70% del pil Ue. Il cancelliere Merz ha dichiarato: “L’Europa deve diventare una potenza politica in grado di plasmare il mondo sia sul piano economico che militare”. Una riunione a livello dei ministri finanziari c’è già stata e presto ce ne sarà un’altra, probabilmente a Bruxelles.
Oltre mille industriali europei, su iniziativa del commissario all’industria Stéphane Séjourné, firmano un appello a sostegno della preferenza europea, principio in base al quale “ogni volta che si utilizza denaro pubblico europeo, questo deve contribuire alla produzione e all’occupazione di qualità in Europa”. Che si tratti di un appalto pubblico, di un aiuto di Stato o di qualsiasi altra forma di sostegno finanziario, l’azienda beneficiaria – è scritto nell’appello – “deve produrre una parte sostanziale della sua produzione sul suolo europeo”. Una logica da applicare anche agli investimenti diretti esteri. L’appello è stato firmato da Michelin a Sanofi, da Fincantieri a Solvay, da ArcelorMittal, ThyssenKrupp e Tata Steel a Novo Nordisk, Sanofi, Continental, Michelin, Pirelli, Air France Klm, Engie. L’industria corre ai ripari e anche chi è sempre stato contrario a imboccare la via della “preferenza europea”, per esempio in Germania, comincia a porsi seriamente il problema.
Infine, non bastasse la dipendenza dai servizi digitali e finanziari che fanno perno sugli Stati Uniti, per non parlare del fronte sicurezza/difesa sul quale l’”autonomia strategica” europea è di là da venire, sta crescendo una nuova preoccupazione: l’aumento notevole delle importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti – benchè necessario per garantire l’uscita dalla dipendenza delle importazioni dalla Russia – rischia di comportare una crescente dipendenza dell’Europa dalle politiche coercitive e imprevedibili del presidente Trump. Sebbene la Commissione europea oggi abbia voluto mettere la sordina a tali preoccupazioni, presenti tra i suoi stessi ranghi, è un fatto che la possibilità di sostituire una dipendenza con un’altra (dalla Russia agli Usa) non è peregrina, al di là delle differenze tra la rigidità dei flussi via gasdotto e la flessibilità dei mercati globali del gnl.
Sono tre quadri che rimandano alle stesse domande che il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha indicato nella lettera con la quale ha convocato un seminario dei 27 capi di stato e di governo che si terrà nel nord est del Belgio, al castello di Alden Biesen, tra dieci giorni (parteciperanno sia Mario Draghi che Enrico Letta, gli autori dei rapporti su competitività e mercato interno).
È una lettera con tante domande in cerca di risposte: come dovrebbe posizionarsi l’Unione Europea in un mondo di crescente – e non sempre equa – concorrenza economica e squilibri commerciali? Come rispondere al meglio alla coercizione economica e ridurre le dipendenze economiche, in particolare in settori come le materie prime e la tecnologia critiche? Quali opportunità offre questo contesto difficile per rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa?
E ancora: quali dovrebbero essere le nostre principali priorità per approfondire e completare il mercato unico? Come possono le aziende raggiungere la giusta dimensione per stimolare gli investimenti e l’innovazione nei settori chiave? Come è possibile offrire alle imprese un contesto normativo più favorevole e come un 28° regime (europeo) per la costituzione e l’attività delle imprese può contribuire a questo obiettivo? Come aumentare al meglio la resilienza alle dipendenze economiche e proteggersi dalla concorrenza sleale?
Nella lettera di Costa ai Ventisette non vengono citati né gli Stati Uniti né la Cina, ma è facile aggiungerli a fianco di molti dei temi indicati. Non sono attese decisioni, il confronto servirà per preparare la riunione del Consiglio europeo di marzo. Gli interrogativi ai quali dovrà essere data una risposta sono quelli di sempre, tuttavia la novità risiede nel fatto che il tempo per rispondere è oltremodo risicato.