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LETTERA DA BRUXELLES Non esiste un ‘Fronte del Sud’ contro la strategia della flessibilità

 Esiste davvero un “Fronte del Sud” che vedrebbe come il fumo negli occhi la pressione italo-francese per applicare in modo più flessibile il patto di stabilità? È un argomento che va per la maggiore in Germania, sia nella Cdu che nella Csu, di cui è esponente il capogruppo del partito popolare al Parlamento europeo Manfred Weber che ha contestato il premier Matteo Renzi alla prima seduta plenaria a Strasburgo per la sua linea “aperturista” sulle regole di bilancio. L’argomento dimostrerebbe che i primi a essere svantaggiati da un alleggerimento degli obiettivi di indebitamento,  sia pure condizionato alla realizzazione di riforme strutturali, sarebbero i paesi sottosti alle dure terapie della Troika, e cioè Irlanda, Portogallo e Grecia, e la Spagna che ha ottenuto un salvataggio per il solo sistema bancario. A loro è toccato ciò che i grandi paesi, la Francia più che l’Italia, non vogliono accettare. Di qui il richiamo all’equità di trattamento fra ‘grandi’ e ‘piccoli’ paesi. L’argomento non regge. I paesi salvati dalla Troika sono cautissimi perché non possono permettersi di sparare ai quattro venti contro il patto di stabilità: rischierebbero di perdere la credibilità presso i sottoscrittori di titoli pubblici. Inoltre, oggi devono far fronte al rischio che l’Eurozona si trovi in una fase prolungata di stagnazione, con la paura di non uscirne. Di conseguenza il beneficio di una maggiore flessibilità sui bilanci non sarebbe limitato a un solo paese.

Stando a fonti coinvolte nelle discussioni dell’Eurogruppo, più di una volta i paesi piccoli e in particolare quelli che sono stati salvati dai governi europei e dal Fondo monetario internazionale hanno sollevato il problema dell’equità di trattamento rispetto alle regole europee di bilancio. Accadde poco più di dieci anni, quando furono Francia e Germania a trovarsi fuori della regole di Maastricht e l’Ecofin (sotto presidenza italiana, all’epoca a Palazzo Chigi c’era Berlusconi e al Tesoro Tremonti) sospese la procedura per deficit eccessivo contro i due pezzi da novanta dell’unione monetaria.

Allora Mario Monti, commissario alla concorrenza, commentò: “I genitori del patto di stabilità in passato hanno fermato chiunque e qualunque istituzione esprimesse un singolo dubbio sul patto, ora i genitori lo hanno ucciso per ragioni puramente pratiche”. È un fatto che portoghesi, greci e irlandesi hanno sostenuto con forza il principio di “equità” che sta alla base della convivenza nella Ue. Ma, commenta un diplomatico europeo, “si tratta di una ripetizione abbastanza scontata, che ha a che vedere più con la necessità di non apparire impazienti di fronte alla prospettiva di un allentamento della stretta finanziaria che con l’adesione alla classica linea della difesa dell’esistente”.

Tale pragmatismo ha motivazioni evidenti: il Portogallo è appena uscito dalla stagione del salvataggio e dell’intrusione diretta e costante della Troika negli affari interni e non vuole rischiare sugli spread dei titoli pubblici, la Grecia è ancora sotto programma e c’è il grande enigma della gestione dell’enorme debito che prima o poi imporrà una scelta di ristrutturazione (se ne parlerà in autunno). Dunque né Lisbona né Atene possono battere la grancassa della flessibilità. Sotto sotto però sia a Lisbona che ad Atene come a Madrid (Dublino appare defilata) si scommette su una applicazione più flessibile del patto di stabilità quanto più si rafforza la probabilità che l’economia dell’Eurozona o di una vasta area dell’Eurozona entri in una fase di stagnazione prolungata. I primi tre paesi in cui il Portogallo esporta sono Spagna, Germania e Francia, l’Italia è l’ottavo mercato di sbocco, dopo l’Olanda. Nell’Eurozona la crescita resterà debole, in Francia e in Italia più bassa del previsto: secondo il Fmi in Francia +0,7% contro l’1% , in Italia 0,6% contro lo 0,8% stimato dal governo. Il che significa, ovviamente, maggiore sforzo di bilancio se si vogliono raggiungere gli obiettivi annuali. O minore spazio per gli investimenti pubblici a bocce ferme, a obiettivi invariati. Crescita meno debole altrove significa per i paesi del ‘Fronte del Sud’ esportazioni meno facili, specie se poi in Germania non viene premuto a fondo l’acceleratore delle importazioni. Così il problema dell’equità di trattamento nell’applicazione delle regole di bilancio tra i paesi ‘salvati’ e gli altri deve essere valutato alla luce di un andamento deludente dell’economia, che cambia strutturalmente il quadro di riferimento dell’intera area economica e monetaria.

Non è un caso che sia in Grecia sia in Portogallo, pur senza alzare i toni, si scommette sull’esito positivo delle trattative sulla flessibilità del patto di stabilità anche se non ci si fanno soverchie illusioni: i malumori tedeschi per le conclusioni del Consiglio europeo sull’utilizzo “al meglio” dei margini di manovra permessi dalle regole di bilancio attuali emersi dopo l’avvio della presidenza italiana della Ue dimostrano come il negoziato sui dettagli di tale flessibilità sia in ripida salita.

In Grecia come in Portogallo oltretutto si fa sentire non poco la pressione delle decisioni giudiziarie, che hanno messo in causa diverse misure anti-crisi costringendo i governi a decidere misure sostitutive, esercizio non facile visti i già pesanti tagli al Welfare e l’altissima disoccupazione. I giudici ellenici hanno dato ragione ai ricorsi di magistrati, militari, pompieri, poliziotti e ora le aule giudiziarie debordano di ricorsi di professori universitari, diplomatici, collaboratrici familiari, tutte categorie colpite dalle misure concordate con la Troika. Il quotidiano di centro-destra Kathimerini ha titolato recentemente: “Mine giudiziarie”. Calcolando il costo del ritorno ai salari precedenti a un miliardo di euro. Questo a una settimana dalla nuova verifica sui conti pubblici da parte della Troika. Per ora il costo della sanatoria dopo le decisioni della magistratura viene considerato gestibile dato il surplus di bilancio, ma si teme possa aprirsi il classico ‘vaso di Pandora’ con nuove cause. C’è addirittura chi sostiene che i programmi di austerità hanno condotto a una fase di stallo in cui è la giustizia che detta attualmente la politica economica. Il premier Samaras ha pure promesso una riduzione delle imposte. A Bruxelles, dopo l’ultima riunione dei capi di Stato e di Governo, Samaras si è limitato a osservare: “C’è una certa discussione sull’allentamento, sulla revisione del patto di stabilità e sulla necessità di mettere l’accento sulla crescita”. La Syriza di Alexis Tsipras, primo partito del paese dopo le elezioni europee, vuole le elezioni, Samaras no. Quanto al Portogallo la Corte costituzionale si è già pronunciata diverse volte bocciando dei pezzi di ‘finanziaria’ 2013 e 2014 (tra cui lo stop della tredicesima dei dipendenti pubblici, il taglio delle pensioni e la riduzione dell’indennità per malattia e disoccupazione). Le sei bocciature in meno di due anni hanno messo in difficoltà il governo rendendo più incerto il quadro di riferimento di bilancio. Attualmente lo spazio politico per ulteriori aumenti di tasse è inesistente in vista delle elezioni nel 2015.