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LETTERA DA BRUXELLES Divisione profonda tra Ppe e Pse sulle regole per i bilanci pubblici

L’estrema politicizzazione del processo di nomina del presidente della nuova Commissione europea, che vedrà per la prima volta i governi decidere su un esponente politico (Jean Claude Juncker) candidato dai gruppi dell’Europarlamento produrrà degli effetti importanti nelle relazioni tra le istituzioni Ue (Consiglio, Commissione e Parlamento): è finito davvero il tempo in cui i governi potevano considerarsi gli unici ‘decisori’ delle sorti dell’Unione. Per questo in futuro sarà bene tenere bene presenti quali sono le posizioni emergenti tra i gruppi europarlamentari sia perché la co-legislazione copre circa due terzi delle decisioni europee sia perché dovrebbe rafforzarsi enormemente la spinta dei partiti europei all’intero processo politico europeo. Leggendo i ‘programmi’ di legislatura del Partito popolare e del Partito socialista pubblicati nei giorni scorsi si può verificare con mano quali sono le frontiere che uniscono e dividono una parte consistente dell’Europarlamento e gli stessi governi. Un esempio fra tutti: per il Pse le regole di bilancio vanno usate per potenziare gli investimenti pubblici pur senza mettere a rischio il consolidamento dei bilanci, chi fa riforme strutturali deve avere più tempo per rispettare gli obiettivi di bilancio, occorrono gli Eurobond e un nuovo aumento di capitale della Banca europea degli investimenti. Il primo punto del programma Ppe è questo: “Le regole del patto di stabilità devono essere rispettate, il ‘two pack’ e il ‘six pack’ devono essere attuati pienamente e rispettati. Non ci devono essere cambiamenti e concessioni motivate politicamente”.

Il Pse ritiene che la nuova Commissione europea debba impegnarsi “immediatamente” a invertire la drammatica caduta degli investimenti pubblici e privati “senza mettere a rischio il consolidamento”: le regole attuali “devono essere attuate per stimolarli”. I paesi che realizzano importanti riforme strutturali “dovrebbero poter deviare temporaneamente dal percorso di riduzione a medio termine del deficit per permettere investimenti pubblici che sostengano la crescita: nella ricerca, nell’educazione e nei progetti infrastrutturali chiave” (è la stessa posizione dei governi italiano e francese). Non solo: la Commissione dovrebbe “assicurarsi che gli Stati membri riducano il debito a livelli equilibrati a un ritmo e a un tasso compatibili con gli obiettivi di crescita sostenibile”.

Dato che nella Ue ci sarebbe bisogno di investimenti pubblici e privati per 200 miliardi di euro l’anno fino al 2020, il Pse chiede che la Commissione sottoponga ai governi una proposta operativa sul modo in cui si intende raggiungere tale traguardo attraverso un piano europeo. Due le proposte: uso più massiccio dei project bond (per ora l’avvio è molto lento) e un ulteriore aumento di capitale della Bei per altri 10 miliardi. Inoltre deve essere lasciata aperta la prospettiva degli Eurobond. Sempre per i programmi a breve, la Commissione Juncker deve avanzare proposte per rafforzare l’industria anche “attraverso l’applicazione più flessibile delle regole di concorrenza”. Infine, lotta senza quartiere all’evasione fiscale (ricordiamoci sempre che Juncker è lussemburghese e il Lussemburgo ha impiegato anni ad accettare regole di trasparenza fiscale resistendo e frenando sempre fino all’ultimo), sistema europeo di salario minimo (“decente”).

Vediamo gli orientamenti dei popolari. Sul tema dei bilanci pubblici va notato che non viene usato il termine flessibilità, ma il termine responsabilità: la responsabilità oggi “è avere bilanci pubblici sostenibili che eviteranno di caricare le generazioni future di nuovo debito”. La re-industrializzazione deve fondarsi “su una strategia coerente sotto la guida della Commissione europea rafforzando la competitività senza caricare sulle imprese un eccessivo peso regolamentare”. I popolari si dilungano molto sugli aspetti della ‘governance’ dell’Eurozona in linea con le posizioni tedesche. L’Eurozona deve essere guidata da un “presidente permanente” (oggi è a mezzo servizio essendo uno dei ministri finanziari in carica) e questo dovrebbe essere lo stesso commissario per gli affari economici con la supervisione dei bilanci nazionali nel contesto del ‘semestre europeo’. In sostanza il commissario agli affari economici dovrebbe avere poteri analoghi a quelli del responsabile della concorrenza.

Il tema della ‘sburocratizzazione’ della Ue deve essere un impegno centrale della nuova Commissione: un vicepresidente deve avere la piena responsabilità di “monitorare costantemente” la legislazione europea in tutte le aree valutando la necessità di modificarla, semplificarla e aggiornarla. Non solo: un commissario deve occuparsi direttamente dell’applicazione del principio di sussidiarietà affinchè ogni livello istituzionale (regionale, nazionale, europeo) faccia ciò che sa fare fa meglio in relazione agli obiettivi politici definiti. Ciò in risposta alla critica di eccesso di trasferimento di poteri a Bruxelles.