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Sull’Italia fermezza ma anche prudenza

I vertici Ue hanno reagito fermamente ma con molta prudenza alle indicazioni che arrivano dall'Italia sulle prime possibili mosse europee di Matteo Renzi. Sia perche' un programma di governo ancora non c'e', ne' si sa come il nuovo premier intende gestire la partita del consolidamento di bilancio. Sia perche' sanno benissimo che la spinta per trovare nuovi e piu' consistenti spazi di manovra sui bilanci pubblici non e' arrivata solo dall'Italia e non arrivera', magari rafforzata, piu' precisa, circostanziata e argomentata, solo dall'Italia. Dopotutto siamo in campagna elettorale. I messaggi del commissario Olli Rehn e del presidente dell'Eurogruppo sono fattuali e sufficientemente generali per lasciare il campo aperto a una discussione tecnico-politica. Ma il no all'idea che il superamento del 3% di deficit/pil sia una opzione e' secco: e' questo il senso dell'appello al rispetto del patto di stabilita'. Tuttavia c'e' la possibilita', stando sotto il 3%, di realizzare gli obiettivi di bilancio in piu' tempo. Questo pero' comporta un prezzo in termini di nuove condizioni. Non sarebbe un pasto gratis.


Sia il commissario Rehn che il presidente dell'Eurogruppo Dijsselbloem hanno avuto buon gioco nel rinviare gli interrogativi al momento in cui si conoscera' il programma di governo. Perche' ancora non si sa che cosa dira' Matteo Renzi quando arrivera' a Bruxelles per incontrarsi con i vertici dei 'palazzi' europei (cosa che a Bruxelles danno per scontata). E' un fatto, pero', che non si sono limitati a questo, hanno indicato limiti e percorsi delle attuali regole, che non sono pero' solo regole astratte, ma costituiscono il comune denominatore delle politiche concordate con i governi dell'Eurozona. La preoccupazione dei ministri finanziari della zona euro sull'instabilita' politica italiana non e' il classico 'altro discorso': e' parte integrante delle scelte di politica economica e di bilancio nazionali ed europee. La stabilita' delle 'policy' e' la garanzia che queste saranno effettivamente seguite, attuate. Si traduce in risultati in termini di deficit e di debito (al netto degli choc esterni). Quanto piu' si vuole flessibilita' tanto piu' occorre stabilita' e credibilita': questa e' la visione politica dell'Eurogruppo e della Commissione.
La Commissione ribadisce che il debito pubblico va ridotto, l'Eurogruppo (nella persona di Dijsselbloem) ricorda che il patto di stabilita' va rispettato. Esprimere fiducia che l'Italia cosi fara' e' un modo elegante per invitarla a farlo davvero. Ma si ricorda anche che agli Stati puo' essere dato piu' tempo per raggiungere gli obiettivi di bilancio: si intende il raggiungimento del pareggio in termini strutturali stando sotto il 3% del pil. Rallentare la corsa, quindi si puo'. Ma ha un costo, ecco la seconda parte del discorso di Dijsselbloem: le condizioni da rispettare non diminuirebbero, aumenterebbero invece. Francia e Spagna, fa sapere la Commissione, hanno avuto certamente piu' tempo ma a condizioni piu' strette. La differenza pero' e' che il deficit/pil italiano non e' sopra il 3% (come nel caso francese e spagnolo). Dato pero' che l'Italia ha un debito pubblico molto elevato, e' difficile che le condizioni sarebbero piu' favorevoli. Tuttavia si capisce da tali argomentazioni che un margine di manovra potrebbe pure aprirsi, ma e' davvero prematuro andare piu' avanti di questa constatazione.
Non e' comunque un caso che il ministro Fabrizio Saccomanni proprio oggi, nella sua ultima apparizione a Bruxelles come responsabile del tesoro (almeno come membro del governo Letta), abbia ricordato i rischi che l'Italia correrebbe se tornasse sopra il 3%: probabile addio ai benefici di un tasso di interesse medio del 2% per collocare i titoli sovrani. La prudenza di Rehn e Dijsselbloem e' dovuta anche al fatto che sul caso dell'Italia si concentra l'attenzione di molti governi, sia di quelli che sperano in una svolta generale all'insegna della flessibilita' del patto di stabilita', facendo seriamente leva sulla spesa per gli investimenti, sia quelli che hanno eretto il muro, la Germania in primo luogo. Va ricordato che sulla 'clausola degli investimenti', cioe' lo 'sconto' sulla spesa per progetti di interesse europeo co-finanziati, l'Eurogruppo a suo tempo si spacco' esattamente a meta'. Inoltre gli stessi membri della Commissione sono divisi: il responsabile dell'Industria Antonio Tajani oggi ha detto che e' necessaria una 'gestione politica' del tetto del 3%, che 'per l'Italia non si tratta di sforare il patto di stabilita' senza regole, ma di interpretarlo con flessibilita''. La Commissione e' in scadenza, il presidente Eurogruppo dovrebbe cambiare, cambiera' entro l'anno il presidente della Ue (oggi Herman Van Rompuy), non si sa che cosa uscira' dalle urne 'europee': e' difficile immaginare che in qualche settimana potranno compiersi delle svolte epocali sulle regole di bilancio.