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LETTERA DA BRUXELLES E’ il momento del nuovo compromesso, più tempo più sforzi strutturali

Eccovi serviti, vedete che siamo “flessibili” e tutt’altro che stupidi? Dopo tanto clamore nelle discussioni degli ultimi giorni sulla cosiddetta svolta della Commissione, per le pressioni di molti governi (in carica e in formazione) sulla necessità di un nuovo equilibrio tra misure di austerità e politiche per uscire dalla recessione/stagnazione, l’esecutivo europeo fa l’annuncio atteso accreditando la richiesta della Spagna di avere due anni di tempo in più per portare il deficit/pil sotto il 3%. Una scelta “coerente” con un percorso di consolidamento equilibrato e “ambizioso” e anche con la situazione economica. Poco prima dell’annuncio pro Madrid, il responsabile degli affari economici Olli Rehn ha scherzato sul suo nuovo blog. Nel primo ‘post’ ha spiegato che la divisione tra “austerians” e “spendigans” (fautori dell’austerità e fautori della spesa in deficit nella versione tifoseria dell’anti-crisi) è caricaturale: “La verità è che la politica dei conti pubblici in Europa é dipinta in una varietà di sfumature di grigio”. La percezione è una cosa, la realtà è un’altra. Così circa il 40% dell’Eurozona è o sarà interessata a un allungamento del calendario dell’austerità: è il compromesso più tempo-più sforzi per le riforme strutturali.



  Caricature a parte, il terreno per la svolta sul consolidamento dei bilanci era già fin troppo arato per lasciare in sospeso le decisioni. Si tratta però di una svolta strana. Era di fatto nelle cose, ma fino a poco tempo fa chi la sosteneva – e lavorava affinché maturasse e si realizzasse – parlava a mezza bocca. Nessuno alla Commissione europea, né il presidente Barroso né il commissario Rehn, osa ancora parlare di ‘nuova strategia’. Certo, ci sono state le critiche di Barroso ai tecnocrati (ma non albergano i tecnocrati anche in area Troika?) che si innamorano delle loro ricette incuranti della necessità che ottengano consenso sociale e politico. C’è stato l’allarme su una stagione di misure di austerità che ha raggiunto i suoi limiti. Ma la Commissione europea rifugge dall’idea di generalizzare casi specifici. Continua a ripetere che tempi e modi del consolidamento vanno valutati o caso per caso, paese per paese. Ogni aggiustamento sempre caso per caso, paese per paese, ogni programma di aggiustamento economico e dei conti pubblici ha la sua storia. Meglio procedere così che stare fermi, naturalmente, ma in qualche modo il messaggio, cioè l’avvio di una fase nuova caratterizzata dal compromesso ‘tempo contro impegni ancora più seri per riforme più profonde e a largo raggio che riequilibrino conti e strutture dell’economia nel medio periodo’, viene depotenziato.
  Ormai, le concessioni di più tempo per portare i deficit sotto il 3% del pil, si moltiplicano. Portogallo, Grecia e Irlanda le hanno ottenute nel recente passato. Portogallo e Irlanda hanno anche beneficiato di un allungamento della scadenze dei prestiti europei, che è un altro modo per raggiungere lo stesso obiettivo: alleviare l’onere dell’aggiustamento economico. Quando il premier Rajoy arrivò al potere, Madrid ebbe un rinvio di un anno. Ora si accinge a ottenerne due: con un pil a -1,3% quest’anno (la Spagna è in recessione da fine 2011) e a +0,5% nel 2014, oltre 6 milioni di disoccupati, non si scherza. Nel 2013  il deficit sarà al 6,3% del pil e avrebbe dovuto essere al 4,5%. Conclusione: l’anno prossimo sarà al 5,5%, nel 2015 al 4,1%, nel 2016 al 2,7% (quando il debito/pil sfiorerà però il 100%).
  Dopo la Spagna c’è il Portogallo, che chiesto un altro anno. Poi la Francia. Forse ci sarà anche l’Olanda: ironia della sorte, uno dei ‘pilastri’ del ‘Fronte del Nord’, eternamente contrario alla teoria e alla pratica della flessibilità nell’uso delle regole europee sui bilanci, incontra enormi difficoltà a far quadrare conti e impegni. Il governo ha ammesso che non riuscirà a scendere al 3% del pil quest’anno, appuntamento a settembre per valutare se far scattare una nuova stretta di bilancio (altra ironia della sorte, il presidente dell’Eurogruppo è il ministro olandese Jeroen Dijsselbloem, socialdemocratico anche se nessuno se n’è accorto). I problemi dell’Italia sono di altra natura: sta per uscire dalla procedura per deficit eccessivo (sopra il 3%), va verso il pareggio strutturale e quest’anno non deve far schiodare il deficit/pil dal 2,9%. E’ troppo presto per sapere come andrà a finire, si vedrà con il nuovo governo.
 La cosa certa è che se si mettono insieme tutti i paesi ai quali è stato dato o ci si aspetta sarà dato più tempo per rendere sostenibili, praticabili e non controproducenti gli aggiustamenti di bilancio (almeno Spagna, Portogallo e Francia), si arriva a un’area che copre circa il 40% del pil Eurozona interessata all’allungamento dei tempi del consolidamento dei bilanci. Davvero troppo per parlare di una linea ‘caso per caso’. Ovvio che c’è il problema tedesco: negli ultimi giorni Angela Merkel (ma anche gli esponenti tedeschi della Bce) ha fatto sapere a chiare lettere quanto è distante dalla linea della flessibilità nell’aggiustamento dei conti pubblici. In piena campagna elettorale ci si meraviglierebbe del contrario. La Germania non vuole fare sconti, ma se la sta passando molto male a causa della la paralisi economica dei vicini. Impossibile il “decoupling” dai destini dell’Eurozona. D’altra parte, è un fatto che il ministro delle finanze Schaeuble ha pubblicamente “aperto” al rinvio di un anno dei target di bilancio della Francia pur rimbrottando l’Italia. E anche la Bce si è arresa all’evidenza: secondo Francoforte è giustificato allungare i calendari a fronte di impegni precisi di riforma strutturale.