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Ora la Commissione vuole (in ritardo) una stop della fase di austerità dura

  La strategia dell’austerità così come è stata praticata finora ha raggiunto i suoi limiti: così il presidente della Commissione europea José Barroso. Adesso che l’Eurozona è tornata a essere credibile, cioè in grado di gestire la crisi e tenere sotto controllo i bilanci pubblici, “possiamo avere un percorso di aggiustamento a medio termine più rilassato”: così il responsabile degli affari economici Olli Rehn. E’ la conferma che i vertici comunitari ritengono sia arrivato il momento di virare, di focalizzare la massima attenzione sull’azione a sostegno della crescita economica e di dare più tempo a diversi paesi dell’Eurozona per raggiungere gli obiettivi di riduzione dell’indebitamento pubblico. Purtroppo, la prospettiva di una austerità a più bassa intensità arriva in ritardo rispetto agli eventi.



 I vertici della Commissione europea stanno preparando pubblicamente la ‘svolta’ sui tempi del consolidamento dei bilanci in diversi paesi. Spagna, Portogallo, Francia, Olanda: la lista dei governi che chiedono un allungamento dei tempi per riportare i deficit sotto il 3% per evitare l’aggravamento della recessione o della stagnazione si estende di mese in mese. C’è anche il caso italiano: il governo Monti prevedeva di aprire il capitolo della “flessibilità” nella valutazione del percorso verso il pareggio strutturale del bilancio per finanziare progetti per migliorare la competitività del paese. Ciò si può fare solo se il deficit/pil resta saldamente sotto il 3% e, naturalmente, se la procedura per deficit pubblico eccessivo sarà chiusa. Dato che quest’anno sarà al 2,9% in rapporto al pil a causa dei pagamenti alle imprese, i margini sono un po’ più stretti. Il problema della crescita però c’è e anche a Bruxelles se ne rendono conto. Si vedrà se questa impostazione del governo Monti sarà confermata dall’esecutivo che lo sostituirà, ma l’aspettativa a Bruxelles va in tal senso.
  All’inizio di maggio la Commissione renderà note le nuove previsioni economiche, a fine mese (il 29), pubblicherà le raccomandazioni paese per paese e lì si capirà chi beneficerà di un anno in più (la Spagna ne chiede due) per spalmare le misure di austerità nel tempo, con quali ‘contropartite’ in termini di profondità e forse radicalità delle riforme economiche strutturali. Si può parlare a questo punto di una specie di “dividendo” della prima, lunghissima fase dell’austerità (circa tre anni): non c’è più alcuna incertezza sul futuro dell’euro, le aste dei bond sovrani vanno bene, nessun governo o parlamento osa sfidare i mercati (nel caso dell’Italia però il giudizio resta inevitabilmente sospeso). Si può agire in modo più “leggero” anche perché due fattori sono diventati sempre più incalzanti: l’andamento deludente dell’economia (qualcuno comincia a dire che la “vera” ripresa ci sarà nel 2014), l’opposizione sociale  politica all’austerità.
  Ora gli esponenti della Commissione europea moltiplicano i segnali di una nuova strategia più flessibile, più “leggera”. Fino a ieri però stavano allineati e coperti dietro le formule convenzionali dell’Eurogruppo. In questi giorni si discute molto tra ministri ed economisti sul caso Reinhart-Rogoff, i due economisti che hanno indicato specie di regola d’oro sugli effetti del debito pubblico sulla crescita economica: con oltre il 90% di debito/pil l’economia cresce meno (più o meno inevitabilmente). Si è aperta una polemica molto raffinata sulla validità dei dati, sulle elaborazioni conseguenti, le conclusioni di Reinhart e Rogoff sono state apertamente contestate.
  Se ne parla tra i ministri delle finanze perché quella ‘regola d’oro’ (o da molti fra loro considerata tale) era stata indicata come la dimostrazione che il consolidamento dei bilanci pubblici non doveva (e non deve) avere tregua. A margine delle riunioni del Fondo Monetario a Washington Olli Rehn, lui che tante volte ha a quegli studi per dimostrare la necessità assoluta di forzare a ritmi accelerati la riduzione del debito, ha sentito il bisogno di difendersi spiegando ai giornalisti di aver citato lo studio dei due economisti come un caso “illustrativo” perchè la Commissione non definisce le proprie scelte politiche su nessuna singola ricerca economica, “le disegna sulla base di una valutazione olistica sulla base di molti studi e anche delle nostre analisi”.
  Finora la Commissione si è rifiutata di considerare la flessibilità sui tempi una strategia da generalizzare insistendo su decisioni “caso per caso”, paese per paese”. Ora i paesi cominciano a essere troppi per considerare tali decisioni una eccezione.