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LETTERA DA BRUXELLES La svolta degli appalti e i timori di rappresaglie cinesi



Non ci sono solo lo differenze o, meglio, le divergenze, sui livelli di deficit pubblico o dei conti con l’estero, di competitività tra i paesi dell’Eurozona (lasciando stare per un momento i contrasti politici sul modo di procedere nella gestione politica dell’Eurozona). Ci sono altre divergenze che possono diventare strategiche nel momento in cui la torta della domanda mondiale si restringe e la recessione in Europa avanza. L’ultimo caso è la svolta della Commissione nella politica commerciale. La coppia Barnier-De Gucht ha appena presentato una proposta di regolamento che stabilisce per la prima volta un criterio di reciprocità nell’apertura dei mercati dei paesi extra Ue (soprattutto asiatici e soprattutto cinese) negli appalti pubblici: per i contratti oltre 5 miliardi, sotto la sorveglianza della Commissione, l’offerta può essere respinta se nel paese non Ue non c’è la stessa apertura all’esterno. E se uno stato extra Ue pratica ripetutamente discriminazioni verso imprese europee, il paese membro dell’Unione può chiudere l’accesso alle gare pubbliche nello stesso settore.



  Il mercato globale degli appalti di stato per l’Europa è molto importante tanto più in una prospettiva di lentissima ripresa economica: potenzialmente vale mille miliardi di euro l’anno. Peccato che per le imprese europee sia aperto solo il 32% dell’attività da gare pubbliche, ancora meno, il 28%, in Giappone. In Cina l’accesso agli appalti è limitatissimo. Da parte europea, invece, gli appalti pubblici sono aperti grossomodo all’85%. Tanto per dare un’idea, il valore delle gare per l’acquisto di beni e servizi nella Ue è di circa 420 miliardi l’anno (dati 2010).
  Bruxelles dice che deve finire la fase in cui la Ue si apre mentre gli altri paesi frenano e sbarrano l’accesso ai mercati pubblici. Non è protezionismo, semplicemente è smettere di essere ingenui. Per quanto la proposta abbia due ‘padri’ di estrazione culturale opposta, il francese Michel Barnier ‘regolazionista’, il belga Karel De Gucht liberale, non si può dimenticare che l’iniziativa segue di pochi giorni gli allarmi elettorali del presidente francese Nicolas Sarkozy a favore di un “atto per acquistare europeo” contrapposto al “buy american act”. Obiettivo: privilegiare le imprese europee nei contratti pubblici. La novità in casa europea non arriva dagli scontati mal di pancia britannici, svedesi e della Repubblica Ceca, quanto in quelli emersi in modo più nascosto in Germania. Un documento interno del governo tedesco, di cui nessuno vuole ora attribuirsi la paternità politica, va in controtendenza parlando con toni allarmati di rischio “fortezza Europa”. Le proposte in cantiere sulla reciprocità potrebbero danneggiare la credibilità della Ue nel contrasto del protezionismo su scala globale. Questa tesi non si è ancora tradotta in netta posizione politica, presto si sentirà l’aria che tira quando governi e Parlamento cominceranno a discutere il regolamento Barnier-De Gucht. Da dove ha origine è chiaro: in Germania si teme la reazione cinese a una politica commerciale europea più assertiva, si teme qualche forma di rappresaglia commerciale. Che può essere molto rischiosa visto che la Cina è diventata il mercato più grande per Volkswagen e molte altre imprese tedesche.
   A proposito di paura delle rappresaglie cinesi, indicativo un altro recentissimo episodio, questa volta sotto tiro la tassa sulle compagnie aeree che sorvolano la Ue per le emissioni di Co2. Eads, il gruppo paneuropeo di aerospazio e difesa, ha lanciato l’allarme perché Pechino rifiuta di confermare l’acquisto di 45 Airbus proprio a causa della tassa Co2. Bruxelles chiede fermezza nelle decisioni, ma è una posizione che sta traballando. L’intero settore aereo europeo è in rivolta e chiede alla Ue di tornare sui propri passi. Tutto questo accade quando l’Europa spera che la Cina sostenga sempre di più il mercato obbligazionario sovrano per allontanarsi definitivamente dalla crisi finanziaria.