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LETTERA DA BRUXELLES Appuntamento a Budapest per ‘sconto’ Irlanda, banche e Efsf

Nel lungo elenco di riunioni e vertici europei, ormai un vero e proprio caso di ‘turismo’ della crisi, all’ennesimo appuntamento dei ministri delle finanze non si fa più gran caso. Invece, l’incontro informale dei ministri delle finanze venerdì e sabato prossimi a Budapest sarà probabilmente più importante di quanto si stia cercando di far credere. Il motivo è questo: i ministri, in modo particolare quelli dell’unione monetaria, devono dare una risposta convincente a una serie di importanti problemi aperti. Il primo riguarda l’Irlanda. Dopo lo stress test alle banche, con lo scudo da 24 miliardi di euro per ricapitalizzarle, per Dublino è il momento di aprire il negoziato con gli altri sedici membri Eurozona per ridurre il costo del prestito.



  Lo scoglio sul quale le trattative si erano rotte due settimane fa era il livello di tassazione delle imprese, al 12,5%. Non che si siano fatti passi avanti, il nuovo governo irlandese è ufficialmente sulle stesse posizioni. D’altra parte, non tutti nell’Eurogruppo seguono Francia e Germania. Per esempio, non è d’accordo a stringere la corda all’Irlanda il ministro Tremonti, che ritiene controproducente creare ostacoli a una crescita economica più solida. Ma qualcosa, giurano a Bruxelles, si muoverà quantomeno sulla disponibilità dell’Irlanda a ragionare sulla base imponibile consolidata comune per le società (che è altra cosa dalla determinazione delle aliquote).
  L’aliquota irlandese del 12,5% è di due volte inferiore alla media dell’Eurozona (25,7% nel 2010) rispetto al 29,8% in Germania, al 34,4% in Francia, al 31,4% in Italia. Ciononostante Dublino contesta duramente le accuse di dumping fiscale citando studi della Banca Mondiale secondo i quali il tasso effettivo dell’imposta sulle società una volta detratte le deduzioni sarebbe più alto in Irlanda (11,9%) che non in Francia (8,2%) ma non rispetto alla Germania (22,9%). In ogni caso, sarà alla riunione di Budapest che i ministri dovranno trovare un’intesa perché è a rischio la capacità di ripagare i debiti contratti con i governi. La dura terapia finanziaria prevede di portare il deficit/pil al 3% entro il 2014 dal livello attuale di circa 34%: uno sconto degli oneri del prestito dell’1% analogo a quello ottenuto dalla Grecia in cambio di un ardito programma di privatizzazioni sarebbe una manna. E’ in gioco quella che la Commissione europea chiama “sostenibilità” dei programmi di prestito, sostenibilità che ha più lati: economico-finanziario, sociale e politico. La Commissione in questi giorni sta premendo perché si creino le condizioni politiche per un’intesa sulla riduzione del costo del prestito.
  Il secondo tema sul quale i ministri farebbero bene a pronunciarsi con chiarezza ha a che fare con la stabilità finanziaria futura che dipende, in parte, anche dalle percezioni dei mercati dell’oggi. E’ il problema delle banche da ricapitalizzare e da ristrutturare, vero crocevia per l’uscita dalla crisi finanziaria. Ci sono circa due mesi di tempo perché nei paesi in cui ci sono buchi da colmare, cioè banche da ricapitalizzare e ristrutturare, autorità di supervisione e governi preparino i piani di intervento che dovranno essere utilizzati quando verso metà giugno sarà pubblicato l’esito degli stress test. Non è molto e qualche segnale in questa direzione diverso dal solito generico appello andrebbe dato.
  Il terzo tema riguarda il crescente malumore dei mercati sulla prospettiva che da luglio 2013 i nuovi titoli emessi conterranno la clausola di azione collettiva per agevolare l’accordo tra il debitore sovrano (lo stato) e i creditori per garantire la partecipazione dei privati a una eventuale ristrutturazione del debito. Il malumore dipende anche dal fatto che il fondo anti-crisi permanente che concede i prestiti agli stati in difficoltà (l’European stability mechanism, che dal 2013 sostituirà l’attuale European financial stability facility) fruirà dello statuto di creditore privilegiato come il Fmi (anche se arriverà dopo il Fmi). La campagna di diverse società di investimento contro l’acquisto di titoli pubblici dei paesi periferici da metà 2013 si sta ingrossando e getta un’ombra sulle future aste di titoli con scadenza superiore all’anno. Per questo i governi hanno deciso che l’Esm possa acquistare i titoli nel mercato primario.
  Quarto tema la capacità effettiva di prestito dell’Efsf  (finora ha prestato solo all’Irlanda perché il prestito alla Grecia è stato concesso su base bilaterale dai singoli membri Eurozona). Il vertice dei capi di stato e di governo ha rinviato la decisione sull’aumento delle garanzie a fine giugno per permettere alla Finlandia di affrontare il voto del 17 aprile non volendo il governo di Helsinki rischiare  una sconfitta parlamentare. Attualmente le garanzie di 440 miliardi si traducono in prestiti effettivi per non più di 250 miliardi. Vanno aumentate per poter effettivamente prestare fino a 440 miliardi. Inoltre sempre entro giugno i governi Eurozona devono intendersi sul modo in cui potrà essere potenziato il capitale versato nel Meccanismo europeo di stabilità (che dal 2013 raccoglierà l’eredità dell’Efsf come strumento permanente anti-crisi) qualora ce ne fosse bisogno, in modo da mantenere sempre una proporzione minima del 15% tra capitale versato e l’importo in essere delle emissioni obbligazionarie. Il disaccordo sulla contribuzione dei paesi con tripla A e di quelli senza tripla A (come l’Italia) è stata solo accantonata, secondo fonti comunitarie la questione è pronta a riemergere.