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LETTERA DA BRUXELLES Materie prime e crisi debito sovrano aumentano i rischi per la crescita

La Commissione europea ha confermato che l'Eurozona crescera quest'anno dell'1,6% nonostante i prezzi delle materie prime in aumento, non solo del petrolio, ma una cosa e' certa: la contemporaneita' di un aumento dell'inflazione che ha fatto levare gli scudi alla Bce, la ormai lunga crisi del debito sovrano fronteggiata adesso con il terzo salvataggio finanziario di uno stato  e le crisi esterne che hanno peggiorato le valutazioni di imprese e soprattutto dei consumatori (eventi del Nord Africa e disastro nucleare in Giappone) hanno aumentato le probabilita' che quella previsione non si realizzi. Non si puo' certo dire che la Commissione Barroso sia un luogo in cui voleggiano indisturbati gli uccellacci del malaugurio, ma un'attenta lettura dell'ultimo rapporto trimestrale sull'Eurozona propone una lettura della fase economica che sarebbe sbagliato prendere alla leggera.  In sostanza, negli ultimo mese e mezzo l'ago della bilancia dei rischi (peggioramento/miglioramento rispetto alle stime macroeconomiche del primo marzo) dall'equilibrio si e' progressivamente spostato verso il basso, cioe' la situazione e' peggiorata. Ecco l'elenco delle cause nell'ordine in cui appaiono nella ricostruzione del direttore generale degli Affari economici Marco Buti: la volatilita' dei prezzi delle materie prime, eventi politici (in particolare le rivolte sociali e politiche nel Medio Oriente e nell'Africa mediterranea); gli effetti considerati "devastanti" del terremoto giapponese e dello tsunami con tutte le implicazioni per le scelte energetiche di medio e lungo termine dell'Europa; il procedere a macchia di leopardo della ripresa; l'aumento delle preoccupazioni dei consumatori circa la situazione finanziaria personale e familiare dovuta in parte alla crisi del debito sovrano; aspettative piu' ridotte sugli investimenti industriali.
  Non e' una situazione che induce Bruxelles a parlare di stagflazione: 1,6% di crescita con un tasso di inflazione annuale al 2,6% in marzo e' ben altra cosa dell'accoppiata stagnazione-inflazione. Ma e' uno scenario debole e pericoloso: il 'carro' tedesco non ha molto da trainare e una crescita modesta, se non negativa soprattutto nei paesi sotto il tiro dei mercati, difficilmente puo' fornire risorse per sopportare una fase di acuta, diffusa e prolungata austerita' economica e sociale.
Dal confronto con le precedenti recessioni di inizio anni '90 e inizio Duemila, cosi' come viene riflessa nei sondaggi condotti in trenta paesi europei consultando oltre 125mila imprese e quarantamila consumatori, emerge che la ripresa attuale appare piu' sincronizzata tra i diversi settori (industria, servizi e consumatori, non cosi' nelle costruzioni affette da un indebolimento di piu' lungo periodo dovuto agli eccessi immobiliari che hanno nutrito la bolla finanziaria speculativa). Se si scende nel particolare si scopre che le valutazioni nell'Eurozona sono principalmente sostenute dal rafforzamento della fiducia nell'industria (ora vicina ai livelli di meta' 2007), migliora in parallelo l'umore sulle prospettive del settore finanziario (confortato dal fatto che il sostegno pubblico di banche e imprese e' stato confermato per tutto l'anno), ma nei servizi non finanziari e tra i consumatori la fiducia e' un po' piatta. Cio' indica una cosa: il motore principale della ripresa ha a che vedere con la robusta ripresa del commercio internazionale, "mentre la domanda interna risulta piu' lenta". Non solo: i segnali che provengono dai dati 'hard' dell'economia (conti nazionali, produzione industriale) sono piu' deboli di quanto suggerito dai sondaggi e questa e' una novita' assoluta. Questa sorta di 'decoupling', dice la Commissione europea, potrebbe rifettere il fatto che l'Eurozona si trova in una pista di crescita "significativamente piu' bassa". Cio' in linea con la valutazione di consenso secondo cui gravi crisi finanziarie e bancarie producono recessioni piu' pesanti e perdite di prodotto piu' significative e persistenti.
  Mentre nella ripresa 1993-1995 la fiducia dei consumatori sulle prospettive dell'economia e sull'andamento dell'occupazione fu il 'driver' della ripresa, nella fase attuale subisce l'impatto negativo delle tensioni sul debito sovrano. Per esempio non e' un caso che le preoccupazioni sulla disoccupazione futura siano molto piu' alte di quanto fossero all'inizio della crisi. Quindici anni fa accadde l'opposto. La conclusione e' che rispetto ai cicli recessivi precedenti i timori sulle conseguenze personali e familiari delle incertezze macroeconomiche sono piu' forti e cio' probabilmente aumentera' la propensione al risparmio precauzionale appesantendo le prospettive del consumo privato. A questo si aggiunge un tasso di utilizzazione degli impianti sostanzialmente stagnante nel settore manifatturiero, il che implica una crescita debole degli investimenti nel breve periodo. Contrariamente a quanto accadde negli anni Novanta, i piani di investimento nel settore manifatturiero sono volti piu' a rimpiazzare le attrezzature esistenti che non a espandere la capacita' produttiva.
  Infine la questione della 'macchia di leopardo'. Le valutazioni sulla ripresa risultao piu' ottimiste in Germania, Belgio e Olanda che non in Grecia, Portogallo e Spagna, i paesi in cui la fiducia e' ripresa solo parzialmente e si trova sotto i livelli "normali". Questo e' ovvio, meno ovvio che questa 'triade' sia seguita con un po' di distacco da Malta e Italia (l'Irlanda non e' calcolata).