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LETTERA DA BRUXELLES – Nonostante gli incubi in agguato la svolta c’è

E’ difficile essere ottimisti, tra Libia, angoscia nucleare per finire con il Portogallo. Quasi una nemesi: quello portoghese e’ il secondo governo travolto per la gestione della crisi economica e finanziaria (il primo e’ stato quello irlandese) e cio’ apre molti interrogativi sul modo in cui puo’ essere mantenuta la stabilita’ sotto i colpi durissimi di una austerita’ prolungata, per di piu’ sotto commissariamento europeo. E dopo il Portogallo a chi toccherebbe? Arriva il carico di preoccupazioni per la Spagna, le cui banche sono esposte verso il Portogallo piu’ di quanto lo siano insieme le banche francesi e tedesche: 108,6 miliardi di dollari secondo gli ultimi dati della Banca dei Regolamenti Internazionali. Poi c’e’ stato il declassamento di trenta banche spagnole da parte di Moody’s e allora basta fare qualche conto. Di solito avaro di informazioni sensibili per i mercati, il presidente Eurogruppo Juncker ha parlato esplicitamente di “effetto domino”, con i pezzi che cadono uno dopo l’altro. Il pezzo successivo al Portogallo si chiama appunto Spagna, ha detto lui. Infine l’altra grande incertezza: gli stress test bancari, il vero appuntamento per capire se la crisi finanziaria puo’ considerarsi davvero alle spalle oppure no. Gia’ si sa che saranno necessari alcuni interventi per banche “vulnerabili”, via mercato o via bilanci pubblici dovranno essere fatti. Da qui a meta’ giugno, quando si conosceranno i risultati, si ballera’ parecchio. In Irlanda si ballera’ a fine mese perche’ il risultato dello stress test nazionale sta per essere definito in questi giorni.



  Ne vedremo ancora delle belle, dunque. Detto questo, una cosa e’ altrettanto chiara: dall’altra parte della bilancia non c’e’ il vuoto. Anzi. La novita’ e’ che adesso l’Eurozona ha gli strumenti per governare le politiche economiche e di bilancio, evitare l’accumulo di squilibri finanziari, dei conti con l’estero o di competitivita’ sui quali possono innestarsi crisi di fiducia sulla capacita’ di uno stato di far fronte ai debiti, sconquassi bancari, immobiliari. Gli strumenti della ‘governance’ con le sanzioni che non saranno ne’ automatiche ne’ semiautomatiche, ma comunque ci saranno se un governo insiste palesemente a infischiarsene degli impegni assunti a Bruxelles, entreranno in vigore da giugno (non la regola sul debito pubblico che entrera’ in vigore tre anni dopo la fine delle procedure per deficit eccessivo attualmente aperte in quattro quinti d’Europa). Il vertice Ue le ha approvate oggi, ma nell’altro ‘palazzo’ Ue di Bruxelles, l’Europarlamento, sono oggetto di un negoziato nel processo di co-legislazione. Per quanto i deputati europei vogliano spostare l’asse delle decisioni un po’ piu’ verso la Commissione che non lasciare piu’ campo libero all’Ecofin su procedure e sanzioni, la strada non e’ in salita.
  Una parte della ‘governance’ economica entra, però, in vigore subito. E’ la parte politica: i governi discutono la cornice della propria legge finanziaria annuale e le strategie di bilancio degli anni successivi a Bruxelles e poi ne definiscono i dettagli a casa propria. Non e’ uno spostamento di sovranita’, dato contera’ sempre in ultima istanza il voto del parlamento nazionale, ma certo e’ un cambiamento del modo in cui tale sovranità sul bilancio si realizza. In qualche modo, saremo tutti un po’ “commissariati”, certamente meno di Grecia e Irlanda che commissariate sono davvero, ma certo non potremo agire facendo finta che gli altri non ci siano. O non ci guardino con occhi attenti. La prova e’ adesso: gia’ in aprile dovranno essere preparati i piani nazionali di riforma economica e gli impegni per i programmi di stabilita’. Germania, Francia, Belgio e Spagna hanno gia’ fatto.
  E’ vero che questo apparato di confronti, procedure, raccomandazioni, allarmi preventivi, sanzioni e’ una architettura complessa, macchinosa, molto “europea” nel suo profilo, ma non sara’ per nulla. Se non c’e’ la certezza che non scoppiera’ un’altra crisi sull’indebitamento o perche’ un governo trucca le statistiche (come e’ accaduto in Grecia), c’e’ almeno la certezza che tutti saranno sotto osservazione da parte di tutti e chi ha gli strumenti per valutare, avvertire, rendere pubblico cio’ che spesso e’ stato taciuto per amor di patrie, potra’ agire. E’ molto probabile che in tali condizioni un ‘early warning’ (allarme preventivo) per un debito pubblico che non scende a un ritmo soddisfacente (dal 2015 misurabile anche se da valutare con intelligenza) o il gonfiarsi di una bolla finanziaria o di un deficit dei conti correnti, possa avere un impatto sui mercati, sugli spread dei titoli pubblici, agendo come un fattore di disciplina preventiva.
  L’altra novita’ e’ costituita dal sostegno finanziario dell’Eurozona ai paesi che non riescono a finanziarsi sui mercati. Solo dieci mesi fa, quando venne fatto il primo salvataggio della storia dell’unione monetaria, 110 miliardi alla Grecia, sembrava una eresia. Ora questo strumento c’e’. Non solo, un altro tabu e’ stato tolto di mezzo: nell’Eurozona non si esclude piu’ una ristrutturazione del debito sovrano di un paese. L’Eurogruppo, infatti, ha stabilito che dal 2013 la concessione di un aiuto finanziario a un paese che deve riscadenzare, ristrutturare il debito dipendera' dagli impegni "per assicurare il coinvolgimento adeguato e proporzionato del settore privato". E' questo uno dei principi cardine previsti dallo statuto dell'Esm. Cosi’ come l’Esm potra’ acquistare i titoli pubblici emessi dagli stati (non potra’ pero’ acquistarli sul mercato secondario con grande scorno della Bce). Questa decisione e’ la logica conseguenza della decisione che i privati devono sostenere direttamente il costo di una crisi del debito sovrano. Da luglio 2013 ogni nuovo titolo emesso conterra’ una clausola di azione collettiva che facilitera’, se del caso, proprio il negoziato con i creditori.
  Il ragionamento non puo’ essere completo se alle ‘gambe’ supervisione europea delle scelte di bilancio e macro-economiche, della prevenzione del dissesto finanziario e degli strumenti finanziari di solidarieta’ dell’Eurozona, non si aggiungesse la gamba della vigilanza finanziaria a livello europeo con le nuove autorita’ per la valutazione macro-prudenziale e per Borse, banche, assicurazioni. La rete e’ certo molto intricata, ma in caso di vigilanza mancata nessuno potra’ dire non c’era il luogo, non c’erano le responsabilita’ politiche o tecniche per decidere.