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Dopo la Bce anche l’Ocse strattona i governi, necessarie decisioni collettive coraggiose

Soluzioni collettive coraggiose. Per rafforzare la graduale e debole ripresa economia. Per permettere alla politica monetaria di riavvitare il meccanismo del credito. Per fronteggiare nuovi choc, che possono arrivare da tensioni sui mercati finanziari a causa del rallentamento della Cina, da Brexit, dalla rottura del mercato unico in conseguenza di una pessima gestione della crisi dei migranti. Banca centrale europea e Ocse sembrano essersi messe d’accordo sulla ricetta politica ed economica che l’Eurozona dovrebbe seguire nei prossimi mesi per uscire dal traccheggiamento politico e dalla modestia della ‘performance’ economica. L’Ocse aggiunge un paio di indicazioni in più controcorrente: consiglia alla Bce di dichiarare esplicitamente di puntare a un’inflazione superiore al 2% nei prossimi due anni senza alludere a restrizioni monetarie e all’Antitrust Ue di essere “indulgente” sul ruolo degli Stati nella decisione sui ‘non performing loans’.

Mentre Mario Draghi ha messo l’accento sul fatto che le politiche di bilancio e strutturali dei governi non devono “remare” contro l’espansione monetaria ma devono facilitarla, l’Ocse si è spinta a consigliare alla stessa Bce di trarre conseguenze più estreme del ‘quantitative easing’. Tale è l’indicazione di rompere anche la barriera del target del 2% (tasso di inflazione sotto ma vicino al 2% nel medio termine), nel senso che la Bce dovrebbe fin d’ora annunciare chiaramente che, con un’inflazione superiore al 2%, nell’orizzonte di due anni non ricorrerebbe a misure restrittive. In sostanza, dovrebbe dichiarare che prima di toccare i tassi al rialzo l’inflazione dovrà essere “stabilmente” attorno al target di riferimento.

E’ un’idea che riflette la preoccupazione – vera e propria angoscia – che il periodo di inflazione lontanissima dal target Bce si prolunghi e che l’economia non esca dai ‘riflessi deflazionistici’. Per l’Ocse la soluzione non sta negli elicotteri (che potrebbero inondare l’Eurozona di banconote), bensì in un prolungamento e in una estensione del ‘quantitative easing’, alla faccia di chi pensa che la Bce sta operando fuori mandato. E’ un esplicito invito a prepararsi (e a preparare mercati e soggetti economici) al momento in cui il rialzo del prezzo del petrolio comporterà un aumento dell’inflazione, ci sarà un deciso rialzo dei tassi di interesse americani mentre l’economia eurozona resterà debole: in tali condizioni la politica monetaria dell’Eurozona dovrebbe accentuare il suo carattere espansionistico, addirittura “più espansionistico di quanto sia oggi”, secondo Patrick Arthus di Natixis.

L’Ocse sintetizza così la situazione della zona euro: per fronteggiare i problemi della bassa crescita e del rischio del ‘ritorno indietro’, gli Stati devono decidere e attuare “soluzioni collettive e cooperative”; l’economia si sta riprendendo ma gli investimenti restano troppo deboli e il livello di benessere è diventato il vero problema sia economico sia nella percezione delle opinioni pubbliche; l’economia non si rafforza e la disoccupazione non continuerà a scendere se non ci sarà “un rafforzamento collettivo della domanda aggregata e del settore finanziario”.

Non c’è nessuna novità in tali indicazioni. La novità è nel tono quasi da ‘ultima spiaggia’ in una fase in cui il deficit di decisione politica, dopo l’uscita dalla fase drammatica della crisi della zona euro e in conseguenza delle crisi simultanee che si sono rovesciate sull’Unione europea (migranti e Brexit), è tornato a essere un fattore di incertezza, di freno che alimenta sfiducia (questa è la tesi sostenuta da Draghi).

La ricerca di soluzioni “collettive”, questo dice l’Ocse e questo dice Draghi, deve essere la vera ossessione dei governi. Ossessione giustificata dal fatto che non ci saranno scelte chiare prima della chiusura delle urne in Germania e in Francia nel 2017: la cancelliera Merkel non vuole sfidare il proprio elettorato sul tema della maggiore integrazione dell’Eurozona e in Francia Hollande non vuole regalare a Marine Le Pen altri voti.

Eppure lasciare aperti i problemi a metà si rivela sempre più rischioso per la stessa stabilità dell’unione monetaria. L’Ocse chiede per esempio a Bruxelles di generalizzare l’uso della flessibilità sui conti pubblici se i governi varano e attuano riforme strutturali che favoriscono la crescita (il modello italiano). Parla di ”azione di bilancio collettiva”, di “rafforzamento degli incentivi alle riforme”. L’unione bancaria è tuttora incompleta perché non c’è accordo né sul ‘backstop’ finanziario comune né sul sistema unico europeo di garanzia dei depositi: la Germania frena qualsiasi mossa verso una ulteriore effettiva condivisione dei rischi.

A proposito di Germania, l’Ocse torna sul suo ruolo centrale per la crescita economica: c’è un problema tedesco (e anche olandese) è scritto nel rapporto. “Le posizioni esterne dei paesi dell’unione monetaria si stanno riequilibrando, ma il processo è stato asimmetrico, incompleto e ha lasciato la zona euro nel suo complesso con un surplus esterno”, dicono gli economisti Ocse. Germania e Olanda hanno aumentato ulteriormente i loro surplus già notevoli e ciò è un freno per tutta l’area euro: “Salari più elevati e l’aumento della domanda interna ai paesi in surplus faciliterebbero il riequilibrio rendendolo più simmetrico”.

Sarebbero necessarie mosse più coraggiose anche sul piano Ue per gli investimenti straordinari: sta funzionando bene ma non è ancora in grado dopo un anno di riavviare il ciclo delle opere dopo il ‘decennio perduto’. L’Ocse ritiene che la Banca europei degli investimenti, pilastro finanziario dell’operazione per attrarre capitali privati, dovrebbe “abbandonare il normale approccio prudente ai prestiti, caratterizzato dalla scelta di progetti e basso rischio, accettando progetti a rischio più elevato per finanziarli per un quinto invece che nella misura tradizionale da un terzo a metà).

Infine la questione delle banche: il rapporto Ocse sulla zona euro non cita il caso italiano e la diatriba Roma-Bruxelles sull’applicazione delle regole del ‘bail-in’, però l’apertura a soluzioni flessibili è netta. Innanzitutto sulla valutazione dei prezzi dei ‘non performing loans’ da parte dell’Antitrust europeo. Il capitale pubblico può aver bisogno di facilitare la partecipazione del settore privato, dice l’Ocse. E in Europa si dovrebbe creare un veicolo unico per gestire gli asset deteriorati delle banche: avrebbe vantaggi sistemici importanti. Cose che oggi appaiono avveniristiche.