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LETTERA DA BRUXELLES Berlino fredda su proposta seggio unico al Fondo monetario internazionale

Rappresentanza unica esterna della zona euro, in particolare al Fondo monetario internazionale? No grazie. Sono trascorse solo un paio di settimane dalla proposta lanciata dalla Commissione europea, che già l’idea si è arenata. Nelle discussioni a livello tecnico tra i diplomatici dei ministeri delle finanze, stando a fonti Ue, la possibilità di un seggio unico ai vertici Fmi è stata accolta con molta freddezza dalla Germania. Motivo: indebolirebbe la capacità di influenza europea sulle decisioni internazionali. Quasi un paradosso perché la proposta nasce appunto per aumentare tale influenza. E dire che l’esecutivo comunitario aveva scelto la via più morbida, prefigurando tre passaggi graduali con l’obiettivo di unificare il seggio dei paesi Eurozona nel board Fmi non domattina ma entro dieci anni. L’Italia è sempre stata favorevole alla ‘voce unica’ dei paesi Eurozona sia nelle riunioni governative internazionali (G7 finanziario) sia nelle istituzioni come il Fondo monetario.

I ministri finanziari della zona euro discuteranno del ‘pacchetto’ proposto da Juncker per rafforzare l’unione monetaria all’inizio della settimana e dai primi contatti a livello diplomatico è già chiaro che la prospettiva del seggio unico della zona euro ai vertici Fmi non fa parte delle priorità. Oltre al rischio di indebolire la capacità di influenza dei vari membri dell’unione monetaria, la Germania avrebbe avanzato altri due argomenti contro. Il primo è che la proposta europea complicherebbe il già complicato e ormai annoso negoziato per adeguare gli assetti ‘proprietari’ del Fmi al peso economico e politico dei grandi paesi emergenti. Il secondo argomento riguarda la relazione tra i paesi euro e i paesi non euro: la prospettiva di un rafforzamento istituzionale della ‘voce’ e del ruolo dell’Eurozona in campo globale potrebbe rendere difficile raggiungere un compromesso con i britannici sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea (Londra vuole il riconoscimento formale dell’esistenza del pluralismo monetaria nella Ue).

A un certo punto, nelle prime discussioni avvenute tra gli ‘sherpa’ europei nella capitale belga tra gli interrogativi, indicano fonti informate, è emerso pure questo interrogativo: chi paga? Chi mette i soldi per la rappresentanza unica dei paesi Eurozona? Non è certo un problema di fondi (linea di principio nulla cambierebbe rispetto ai contributi nazionali attuali), bensì un problema di condivisione di risorse che diventerebbero comuni. Come si sa, questo è uno dei punti cruciali sul quale si arenano molti dei discorsi sul futuro dell’unione monetaria.

Del ‘board’ esecutivo Fmi fanno parte 24 membri che rappresentano 144 paesi. Stati Uniti, Cina, Germania, Francia, Regno Unito, Russia, Arabia Saudita e Giappone hanno un proprio seggio. Gli altri paesi sono riuniti in ‘costituency’ e quelli della zona Euro, esclusi Germania e Francia, sono divisi in sei gruppi (nella ‘costituency’ guidata dall’Italia si trovano Grecia, Malta, Portogallo, Albania e San Marino).

E’ ovvio che il peso politico di 19 Stati appartenenti alla stessa area monetaria divisi in 6 gruppi (cui corrispondono s6 seggi) più due seggi ‘singoli’ non è lo stesso di un unico grande seggio. Attualmente i paesi Eurozona detengono circa il 23% dei voti contro il 17,7% degli Usa. Politicamente, pesano meno proprio perché c’è “un’elevata frammentazione”, indica la Commissione europea e “non c’è attualmente un rappresentante della zona euro con un mandato ufficiale per rappresentare e difendere politiche e interesse dell’area monetaria nel Board esecutivo”. L’unico rappresentante ‘federale’ è la Bce che ha lo status di osservatore.

La strada per il ‘seggio unico’ è tutta in salita perché condividere a 19 la posizione nel Fondo monetario farebbe perdere libertà d’azione ai grandi azionisti (in particolare a Germania e Francia). Fonti europee spiegano che la posizione francese non sarebbe poi lontana dalle ipotesi della Commissione, ma ci sono dubbi che si impegni davvero su una strada che porta all’annullamento della proiezione esterna della sovranità nazionale. Già, prima o poi, Parigi dovrà rinunciare al ‘diritto’ all’alternanza alla massima carica del Fmi (tra gli azionisti europei, cinque managing director su undici sono stati francesi e francese è l’attuale numero 1 Christine Lagarde), mentre il  presidente della Banca Mondiale è sempre stato americano.

La proposta della Commissione non contiene nulla di radicale per quanto concerne i tempi: dieci anni per concludere un processo in tre tappe sono davvero tanti. Prima un maggiore coordinamento delle posizioni ai vertici Fmi, poi la formazione di poche ‘costituency’ che raggruppano solo paesi della zona euro (quando la riforma del 2010 sugli assetti interni sarà ratificata Francia e Germania potrebbero aprire le loro ‘costituency’ ai partner Eurozona). Obiettivo, formare una sola ‘costituency’. Ultima tappa: seggio unico entro il 2025.

Adesso l’ipotesi appare avveniristica, basti pensare che i governi continuano da mesi a litigare sulla condivisione totale dei rischi bancari, che la proposta di una copertura comune contro la disoccupazione lanciata un mese fa da Pier Carlo Padoan è caduta nel vuoto. Per non parlare di misure più radicali di condivisione di una parte del debito con emissioni pilota comuni. Il ‘file’ futuro dell’unione monetaria sarà riaperto nel 2017 dopo le elezioni tedesche e francesi, una volta scongiurata Brexit. Al massimo potrà passare la creazione di un organismo ristretto comune indipendente per valutare le politiche di bilancio degli Stati e come vengono rispettati gli impegni del patto di stabilità: a Berlino piace molto l’idea di un ‘board’ che mette la mordacchia alla Commissione accusata di esagerare con la flessibilità sui conti pubblici.

In ogni caso, se è bloccato il canale di una maggiore condivisione della sovranità interna all’area monetaria, non può che risultare bloccato anche il canale della rappresentanza unica esterna, dato che non si può essere confederalisti entro i propri confini e federalisti fuori.

Il problema è che in questo modo non si offre alcuna prospettiva politica alla zona euro e ciò di per sé è un fattore di debolezza. Non a caso Mario Draghi insiste da tempo proprio sull’apertura di “un processo istituzionale” per estendere la sovranità condivisa nell’area monetaria per “conseguire risultati concreti, secondo un’ agenda per l’azione chiaramente definita”. E, soprattutto, “senza ritardi ingiustificati”.