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LETTERA DA BRUXELLES Senza l’azione dei governi il bazooka di Draghi non basterà

Il compromesso raggiunto ai vertici della Bce si inserisce perfettamente nella logica e nella sequenza delle ‘policy’ europee per gestire la lunga crisi prima finanziaria, poi economica, infine dello stesso modello politico-istituzionale dell’unione monetaria: a piccoli, incerti, passi verso una assunzione di responsabilità collettiva sempre maggiore degli Stati partecipanti. E’ evidente che Mario Draghi e con lui molti banchieri centrali (tra i quali Ignazio Visco) e molti governi sono preoccupati per la concessione alla Bundesbank (ma anche all’Olanda, alla Finlandia e ai paesi del ‘fronte del Nord’) sulla quota limitata di mutualizzazione delle eventuali perdite sui titoli pubblici acquistati (20% in totale di cui solo l’8% per i bond sovrani emessi dai singoli Stati). Tuttavia il fatto che la guida dell’operazione resti nelle mani della Bce, cioè affidata a un centro di decisione federale, e che resti attivo l’intero sistema difensivo dell’Eurozona per i paesi che dovessero fronteggiare un rischio di perdita significativo, dovrebbe indurre a qualche ottimismo. Non è un caso che Draghi abbia ricordato tale elemento più volte. La novità è che l’Eurozona entra in una fase diversa: d’ora in poi i governi e le istituzioni europee non avranno più tempo per traccheggiare, con la sola azione monetaria l’economia non potrà sbloccarsi.

Mario Draghi ha ripetuto nella conferenza stampa a Francoforte che la Bce può solo creare le condizioni per fermare la deflazione, il resto chiama in causa i governi dell’Eurozona e quanto di ‘europeo’, di collettivo possono e vogliono permettersi. “Per crescere occorrono investimenti, per gli investimenti occorre fiducia, per la fiducia occorrono le riforme e che i bilanci pubblici siano ancorati al patto di stabilità”: questo è stato il ritornello di Draghi che da mesi batte sempre su questo tasto. Fa venire in mente la canzone di Sergio Endrigo ‘Ci vuole un fiore’, si parte dal fiore e si arriva al tavolo passando per il legno, l’albero, il seme, il frutto. Il problema è che la politica monetaria non può essere contemporaneamente legno, albero, seme e frutto.

Idealmente il piano Juncker con investimenti da 315 miliardi di euro in grandissima parte privati (se i privati si convinceranno davvero a investire), la decisione della Commissione europea di allargare le maglie della flessibilità sui conti pubblici e l’operazione della Bce si completano a vicenda, ma finora non si sono dimostrati un trio inscindibile. Finora i vari interventi europei per il sostegno alla crescita (il pacchetto da 120 miliardi del 2012) non hanno prodotto granchè, dal lato dei bilanci non c’è stato nessun sostegno significativo alla crescita in termini aggregati né l’accomodamento monetario ha fermato la discesa dei prezzi in zona deflazione.

Ora ciascun attore si gioca la propria credibilità. O Bce, governi e Commissione europea agiscono contemporaneamente o il bazooka finanziario della banca centrale che sparerà i suoi colpi da marzo non avrà effetti miracolosi. Qui siamo oltre il problema del grado (molto basso) di condivisione del rischio di perdita sui titoli pubblici acquistati: infatti, è maggiore il rischio che l’enorme liquidità liberata non arrivi in gran parte e in fretta a imprese e consumatori rispetto al rischio che qualche banca centrale nazionale debba sostenere delle perdite. Non a caso molti analisti ricordano che le operazioni di ‘quantitative easing’ negli Usa e nel Regno Unito hanno funzionato anche perché sono scattate all’inizio della crisi, non verso la fine.

E’ un fatto che mentre la Bce farà scattare il suo ‘bazooka’ a marzo, le cose vanno a rilento sul fronte dell’Eurozona. E’ vero che sulla flessibilità delle regole di bilancio proprio a marzo la Commissione applicherà per la prima volta la nuova interpretazione per tenere conto del pessimo andamento dell’economia (al momento non è chiaro se e come saranno anche tenuti in considerazione l’impatto positivo sul bilancio delle riforme attuate e la spesa per certi investimenti). Gli orientamenti aperturisti della Commissione pubblicati dieci giorni fa sicuramente aprono la strada a un via libera all’Italia (ma c’è ottimismo anche per i bilanci 2015 di Francia e Belgio almeno nelle rispettive capitali). Sarà un chiaro segno della nuova fase di gestione politica delle difficoltà economiche dell’Eurozona.

A marzo, però, il terzo ‘pilastro’ della strategia anti-deflazione non ci sarà ancora. I tempi di preparazione legislativi del piano per gli investimenti sono più lunghi, occorrono almeno tre mesi. L’obiettivo è far partire il nuovo Fondo straordinario europeo a luglio. Sebbene il vicepresidente per la crescita Jyirki Kataien abbia già cominciato i suoi ‘giri’ da piazzista del ‘piano Juncker’ per l’Europa (prossima tappa Berlino e Francoforte), i ministri dell’economia discuteranno solo nelle riunioni di inizio settimana di Eurogruppo ed Ecofin i principi base della proposta. Sul tavolo ci sono vari punti sui quali sono già stati espressi dubbi o richieste di approfondimento: in tutto sono nove le questioni alle quali viene chiesto alla Commissione una ulteriore riflessione. “Il centro delle discussioni riguarda la ‘governance’ del Fondo per gli investimenti cui è strettamente connessa la questione della partecipazione degli Stati alla capitalizzazione con quote nazionali: in linea generale gli Stati vogliono un ritorno economico dall’eventuale partecipazione diretta al Fondo”, indica una fonte diplomatica europea coinvolta nella preparazione delle riunioni dei ministri finanziari.

Se ci sarà e quanto più ‘pesante’ sarà la partecipazione degli Stati al capitale del nuovo Fondo, tanti meno dubbi ci saranno sull’effetto leva che viene previsto 1 a 15: un euro pubblico sarebbe in grado di attrarre fino a 15 miliardi in totale. I 16 miliardi di euro a garanzia (sulla base iniziale i 8 miliardi) provenienti dal bilancio Ue più i 5 miliardi freschi della Bei avrebbero così un effetto moltiplicatore fino a 315 miliardi nel periodo 2015-2017. Senza Stati il profilo dell’operazione rischia di essere troppo sottile. La scommessa è che la liberazione di liquidità grazie alla Bce possa a un certo punto congiungersi anche con l’operazione Ue sugli investimenti.