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Lo scontro sul commissario all’economia disegna nuovi scenari per le ‘grandi nomine’

Chi diventerà il regista degli ‘affari economici’ europei? E chi diventerà il regista degli ‘affari esteri’? E’ presto per una risposta certa, i governi si sono dati appuntamento il 30 agosto per decidere sulle ‘grandi nomine’ e fino ad allora si procederà tra segnali, punture di spillo, candidature che si rincorrono e si oppongono. Le mosse degli ultimi giorni disegnano scenari diversi da quelli inseguiti e abbozzati da molti, Italia compresa. L’attacco del commissario agli affari economici Jyrki Katainen alla strategia della flessibilità delle regole di bilancio che ha chiamato direttamente in causa, criticandole, Italia e Francia ha un obiettivo: dare una mano a Berlino per fermare la candidatura del socialista Pierre Moscovici alla cabina di regia della sorveglianza di bilancio. Un candidato c’è già: Jeroen Dijsselbloem, attuale presidente dell’Eurogruppo. Non è un caso che contemporeaneamente sulla stampa francese circoli il nome della tre volte ministra Elisabeth Guigou come alta rappresentante della politica estera di sicurezza al posto di Federica Mogherini. Se questo fosse lo scenario Hollande cambierebbe ‘cavallo’ tradendo l’accordo con Renzi. Sono gli ultimi episodi, voci, narrazioni fatte circolare nel fine settimana, di quella che si configura già come la ‘telenovela’ europea delle ‘grandi nomine’ ai vertici delle istituzioni europee (presidenti Ue ed Eurogruppo, ‘ministro’ degli esteri, responsabili dei portafogli chiave della nuova Commissione europea).

E’ difficile dire come andrà a finire: ci sono 40 giorni di tempo in cui si susseguiranno sussurri e grida. Nessuno sta giocancdo apertamente le proprie carte: si parte dal fatto che la scorsa settimana la candidatura di Federica Mogherini a ‘ministra’ degli esteri non è passata e tutto si è bloccato. Formalmente Mogherini resta sul tavolo, candidata del Pse e dell’Italia al quel posto. Ma non è che tutto il resto viene congelato. Anzi, tutto è in movimento, ogni attore gioca le proprie carte in un gioco complicato e dall’esito molto incerto.

Non ha certamente stupito nessuno l’intervista rilasciata a Die Welt dal neocommissario agli affari economici Katainen, ex premier di centro-destra, noto ‘falco’ sulle politiche di bilancio e sulla gestione della crisi del debito sovrano. Queste le sue indicazioni: bocciato il dibattito sul patto di stabilità, no alle “interpretazioni creative”delle regole, acido messaggio al governo italiano e ai suoi ambiziosi obiettivi: “Sarebbe d’aiuto se si realizzasse ciò su cui si è già d’accordo, le medicine fanno bene solo se vengono prese”, le spese possono affrontarle solo i paesi “non vulnerabili”. Katainen resterà al suo posto di commissario solo tre mesi e un pezzetto, è destinato a restare a Bruxelles ma si occuperà di un altro portafoglio per due motivi: il primo è che il finlandese è sempre stato il battistrada delle posizioni più rigide sui vincoli di bilancio e le terapie anti-crisi (battistrada utile per le tattiche tedesche); il secondo motivo è che non è socialista, facendo parte della famiglia del partito popolare europeo. Jean Claude Juncker si è impegnato ad affidare la cabina di regia comunitaria sulle politiche macro-economiche e di bilancio a un socialista.

Un tale incasellamento di partito del portafoglio economico non è piaciuto a Berlino: “Non credo che tutti siano stati contenti che il presidente candidato proposto dal Consiglio (Juncker – ndr) abbia detto al gruppo socialista del Parlamento europeo che farà pressione affinchè questa posizione sia assicurata a un socialista,può esere un socialista o qualcuno di un altro partito”. Così ha risposto il ministro delle finanze tedesche Wolfgang Schaeuble in un’intervista in tandem con il suo omologo francese Michel Sapin a due giornali europei (Les Echos e Handelsblatt).

Negli ultimi giorni è apparso chiaro che Hollande ha lavorato molto per piazzare all’economia il suo ex ministro delle finanze Pierre Moscovici, che si è mosso parecchio personalmente in mezza Europa per consolidare il consenso politico attorno al proprio nome. Ma su Moscovici si sono scatenati subito i segnali di allarme della Germania: come fa uno dei responsabili della pessima prestazione economica e di bilancio della Francia (a Bercy fino a quattro mesi c’era lui) a garantire che le regole europee saranno applicate in modo corretto, equanime, responsabile? Nella visione tedesca, per non alimentare sospetti, Moscovici commissario deve essere rigoroso nel rispetto delle regole attuali con tutti, e con il governo francese deve esserlo due volte di più. È un’operazione conveniente?

Parallelamente viene avanzata un’altra ipotesi: sulla stampa parigina è stato dato molto credito all’opzione Guigou come alta rappresentante di politica estera, nei ‘palazzi’ di Bruxelles pure. I nomi non compaiono casualmente: si gettano sul tavolo e si vede l’effetto che fa. Se così fosse, Italia e Francia si troverebbero in opposizione sullo stesso posto e a Bruxelles ci si chiede se la Francia rinuncerebbe a riempire la ‘casella’ degli Esteri se l’alternativa è fare i conti con una Germania apertamente sospettosa. Situazione imbarazzante anche per il Pse, che si è speso per Mogherini nel momento in cui rivendicava a esponenti socialisti sia la carica degli Esteri sia la presidenza permanente della Ue, e ancora più complicata per Matteo Renzi: se si arriverà a quel punto, il rilancio italiano non può che chiamarsi presidenza Ue (il mandato del belga Van Rompuy scade a fine ottobre).

Per gli ‘affari economici’ un nome già ci sarebbe: il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, che in patria viene dato per altamente probabile. È socialista ma nordico, meno incline a fare della flessibilità un mito però è stato fra i primi a proporre l’idea degli incentivi ai paesi che fanno le riforme strutturali, rassicura la Germania e il ‘fronte del nord’, è europeista. Ha solo un problemino con Juncker, anzi forse sarebbe meglio dire che Juncker ha un problemino con lui: parlando in un ‘talkshow’ olandese, a gennaio Dijisselbloem disse che Juncker è “un forte fumatore e bevitore” e che solo lui nelle riunioni dell’Eurogruppo non rispettava le regole su fumo e alcolici. Chicca prelibata per diversi giornali britannici, difesa aperta di Schaeuble: “Mai visto nessuno, figuriamoci Juncker, ubriaco alle riunioni dell’Eurogruppo”.