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LETTERA DA BRUXELLES Rischi dell’Italia bloccata

Due anni e mezzo fa si diceva che l’Italia è troppo grande per fallire, nel senso di lasciarla andare alla deriva finanziaria. E per questo l’Italia corse ai ripari (cadde il governo Berlusconi) e corse ai ripari pure l’Eurozona con il paracadute anti-spread della Bce. Oggi si dice che l’Italia è troppo grande per ristagnare. Cioè crescere poco, continuare a perdere competitività, avere l’economia semibloccata. Non solo: si dice anche che l’elevato debito pubblico (al picco del 133,7% del pil quest’anno) può avere effetti negativi per i paesi membri dell’unione monetaria alimentando nuovamente la sfiducia dei mercati finanziari. E’ questa la novità dell’analisi e delle preoccupazioni espresse dalla Commissione europea nel rapporto sugli squilibri macro-economici. La certificazione che tali squilibri (alto debito, progressiva perdita di competitività) sono “’eccessivi”, che costituisce il salto di qualità nell’allarme comunitario sulla situazione italiana, poggia su questi elementi strutturali che sarebbe sbagliato sottovalutare.  


  E’ certamente noto e ovvio che i paesi membri dell’unione monetaria siano strettamente interdipendenti. Come si è capito chiaramente nel corso della crisi finanziaria, anche un piccolo paese come la Grecia può far precipitare l’intera Eurozona in un dramma finanziario ed economico. Ciò è tanto più vero nel caso in cui c’è di mezzo un paese che rappresenta il 16,5% della produzione dell’area monetaria, come l’Italia. Scorrere le cifre dell‘interdipendenza dei membri dell’Eurozona è utile per capire perché Bruxelles e molte capitali seguano con la massima attenzione i passi del governo Renzi e, in definitiva, per capire che l’Europa (intendendo per Europa quell’insieme di regole e obiettivi condivisi che sorreggono la moneta unica) non è un vincolo “esterno” nel senso classico del termine, ma è effettivamente un vincolo “interno”, che deve essere considerato e vissuto come elemento fondante delle politiche nazionali.

  Cominciamo a dire, seguendo la traccia dell’analisi degli economisti della Commissione europea, che l’Italia è tra i mercati di esportazione più importanti per le altre grandi economie: Germania, Francia, Spagna e anche per un piccolo paese come la Slovenia (che con l’Italia confina). Per quanto riguarda il settore finanziario nel 2010 la Francia aveva una posizione netta verso l’Italia pari al 19% del suo prodotto lordo; Germania, Lussemburgo e Olanda insieme detenevano asset italiani netti per circa il 7% del loro pil. Alla fine di agosto 2013 il debito sovrano detenuto da residenti nell’Eurozona ammontava a 711 miliardi di euro, pari al 7,4% del pil dell’unione monetaria. L’esposizione delle banche nazionali alle attività oltreconfine mostrano quanto ciò che accade in Italia sia importante per la Francia. Un’importanza che la Commissione giudica “cruciale”. Le passività lorde delle banche italiane verso le banche francesi sono fortemente aumentate nel corso della crisi di questi anni e oggi si aggirano attorno a 250 miliardi: ciò fa della Francia il paese eurozona con la più alta esposizione al settore bancario italiano (pari al 13% del pil francese). Sono esposte anche le banche tedesche, austriache e olandesi, con crediti fra il 3 e il 4% del pil nazionale. Tanto per dare un’idea più complessiva della situazione, le banche svizzere hanno un’esposizione pari al 3,6% del pil nazionale, quelle del Regno Unito pari all’1,8%; esposizioni molto più limitate hanno le banche americane (0,7% del pil) e le banche giapponesi (0,3%). Le esposizioni lorde delle banche italiane verso le banche tedesche a fine 2012 erano pari all’11,8% del pil, verso le austriache al 5%, verso il Regno Unito al 2,5%, verso la Polonia al 2,4%, verso la Francia al 2,3%.   

  Passando all’economia reale, sulla base di una simulazione elaborata dalla direzione generale Ecfin della Commissione, un calo del 10% della domanda interna italiana comporterebbe una perdita di esportazione superiore allo 0,5% per Francia, Slovenia e Spagna. Più precisamente, dell’8% per la Slovenia, di circa lo 0,7% per la Spagna, di poco più dello 0,6% per la Francia, poco più dello 0,5% per l’Austria, per lo 0,5% per la Germania. Osservando l’esatto rovescio della medaglia, cercando cioè di capire quale effetto avrebbero le famose riforme strutturali per migliorare produttività e crescita in Italia, gli economisti della Commissione concludono che nei primi due anni Francia, Portogallo e Cipro aumenterebbero le esportazioni di meno dello 0,10%. Sugli effetti del “contagio positivo” in termini reali di un’economia italiana sbloccata, le simulazioni non forniscono in verità molte indicazioni. Se queste sono le interrelazioni, però, si comprende bene che cosa significa per gli altri paesi membri dell’Eurozona il fatto che già ben prima della crisi finanziaria (2008) la crescita reale del pil italiano sia stata fra il 1999 e il 2007 dell’1,6% a fronte di una media Eurozona del 2,2% e che fra il 2007 e il 2013 il pil reale sia crollato dell’8,7% a fronte di una caduta del pil Eurozona dell’1,7%.

  E’ più chiaro, anche se nell’analisi della Commissione non viene ‘cifrato’, l’effetto positivo che deriva dal superamento dei rischi negativi derivanti dall’alto indebitamento pubblico e dall’assenza di un chiaro percorso per abbatterlo (sembra un gioco di parole, ma non lo è). Dice la Commissione che “l’alto livello di debito e la sfida per il governo di assicurarne la riduzione in un contesto di bassa crescita potrebbe creare incertezza sui mercati nel caso in cui l’Italia fosse colpita dalla ‘fatica’ dell’aggiustamento del bilancio pubblico e/o ci fosse un rinvio delle riforme”. Sapendo che la percezione generale del rischio concentrato in alcuni paesi particolarmente vulnerabili, tra cui l’Italia, ha un ruolo determinante per gli spread del debito sovrano.

  Naturalmente l’Italia si muove in un contesto caratterizzato dall’estrema debolezza della domanda aggregata nell’Eurozona, situazione destinata a prolungarsi data la restrizione del credito e dalla propensione delle banche alla liquidità. Data l’insufficienza del volano finanziario pubblico europeo, costituito da tanti piccoli interventi il cui volume resta oltremodo limitato. E data la prosecuzione del consolidamento dei bilanci condotto contemporaneamente nella maggior parte dei paesi anche se leggermente alleggerito. Ci si trova, sostanzialmente, tra l’incudine e il martello. Scrivono gli economisti di Bruxelles: “Da una parte l’aggiustamento in corso in Italia può avere effetti deflazionistici e di contrazione (della domanda) sul resto dell’area euro e il suo alto debito aumenta la probabilità di nuove tensioni nei mercati del debito sovrano attraverso il canale della fiducia. Dall’altra parte, una sopravvalutazione dell’euro e un lungo periodo di bassa inflazione anche in paesi non vulnerabili restringerebbe gli spazi per l’aggiustamento dei prezzi necessario per recuperare competitività”. Data questa situazione “risulta più difficile ridurre il debito/pil italiano”. La Commissione si ferma a questo punto, limitandosi a porre l’accento su cifre e meccanismi. È già qualcosa.