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LETTERA DA BRUXELLES Draghi vuole chiarezza sui paracadute pubblici per le banche

A parte l’emergenza immigrazione, sulla quale la riunione dei Capi di Stato e di Governo del 24-25 ottobre dovrà pronunciarsi con parole (speriamo) chiare, non c’è molta carne al fuoco del Vertice, con una eccezione: la questione bancaria, nervo scoperto di questo complicato periodo di passaggio dalla crisi alla post-crisi. Nell’ultima bozza preparata per il Vertice europeo si afferma esplicitamente che “prima di fine anno” va comunicato come i governi fronteggeranno eventuali buchi nei bilanci delle banche, compreso il ricorso ai ‘paracadute’ finanziari pubblici nel caso in cui il sostegno privato non fosse sufficiente o possibile. Il problema è che proprio su questo i ministri finanziari sono profondamente divisi. Nella cena del 24 il presidente Mario Draghi ce la metterà tutta per cercare di convincere i leader europei a darsi una mossa.


  Il presidente della Bce lo ripete un giorno sì e l’altro pure: prima i governi dicono come intendono intervenire nel caso in cui fosse necessario l’intervento pubblico meglio è. Questo non perché è cambiata la strategia: l’era dei salvataggi pubblici delle banche è finita come tale, dopo che alle banche tra iniezioni di capitale e garanzie è stato impegnato il 40% del pil Ue. Ma certamente non si può escludere in teoria che capiti una crisi che un intervento pubblico lo richieda. Il problema di Draghi è questo: vuole che la supervisione Bce parta con tutte le cose a posto, dalla trasparenza sulle 130 banche che vigilerà, alle regole per assicurare che a pagare per una crisi siano azionisti e creditori, da un sistema efficace di garanzie dei depositi alle regole della ‘risoluzione’, quel processo che si conclude con il fallimento di una banca, al ruolo dello European Stability Mechanism. Per questo, stando a fonti europee, vuole avere dai Capi di Stato e di Governo parole, impegni inequivocabili.
 Draghi è preoccupato perché non sono stati compiuti grandi passi avanti nelle ultime riunioni a livello tecnico e politico dai ministeri finanziari sulle regole della ‘risoluzione’ a livello nazionale ed europeo, perché non sono ancora chiuse le discussioni sul ‘bail-in’ (le regole per far sostenere al settore privato con un certo ordine l’onere della ristrutturazione di una banca). Nella recente riunione di Eurogruppo ed Ecofin a Lussemburgo il contrasto sull’uso del Fondo salva-stati nella ricapitalizzazione diretta delle banche è emerso crudamente.
  Il Fondo salva-stati è lo European Stability Mechanism diretto dal tedesco Klaus Regling, l’organismo che continua a sborsare ‘tranche’ di prestiti ai paesi salvati raccogliendo capitali attraverso emissioni obbligazionarie. A parole non dovrebbero esserci problemi: si tratta di un principio scritto nero su bianco nei documenti dei Vertici Ue. Solo che siamo ancora in alto mare e l’avvio della grande coalizione in Germania non promette di vista nulla di buono, dato che i socialdemocratici non meno del partito di Angela Merkel vogliono tutto tranne prendere impegni per salvare le banche altrui. A Lussemburgo i ministri hanno discusso per ore su un avverbio. Il ministro spagnolo Luis de Guindos ha raccontato che il contrasto è emerso tra chi ritiene che l’Esm debba poter ricapitalizzare direttamente le banche semplicemente in “circostanze eccezionali” (Francia, Italia, i paesi del ‘fronte’ del Sud) e chi ritiene che le circostanze debbano essere “assolutamente” eccezionali (Germania, Finlandia). Fa quasi sorridere perché detta così sembrano elementi di una battaglia di retroguardia (da parte tedesca), ma non bisogna fermarsi alle apparenze: una volta scelto se tenere o no l’avverbio dovrà essere deciso che cosa si intende per circostanze eccezionali “assolute” o meno che siano. Ogni termine di questo tipo, nella logica europea, rimanda a ulteriori negoziati sui paletti per l’interpretazione.
  La Germania non vuole ricorrere all’Esm per ricapitalizzare direttamente le banche, questo è chiaro. Ma non può dirlo apertamente, quindi frena. Il problema è che il tempo a disposizione è sempre meno se si vuole raggiungere un accordo entro fine anno. D’altra parte, la bozza di conclusioni del Vertice Ue indica con precisione che l’Eurogruppo deve lavorare perché ciò avvenga: ciò vuol dire che quell’impegno non può sparire dalla circolazione.
  Un altro aspetto che divide i governi è il potere della Commissione europea nella decisione finale di risoluzione: nelle ultime riunioni tecniche è stato confermato che così com’è la proposta di Barroso-Barnier non passerà mai. Non c’è il consenso sufficiente ad affidare alla Commissione quel potere. Tra l’altro, molti pensano che il quadro giuridico sull’attribuzione dei poteri nella Ue tra istituzioni, agenzie e organismi che non sono istituzioni dell’Unione (creati attraverso la legislazione secondaria) sia datato e non rifletta più il livello di integrazione delle politiche e delle funzioni di oggi. Stando alle informazioni che circolano negli ultimi giorni, si rafforza l’idea che debba essere il Consiglio, in sostanza i ministri finanziari dei paesi che partecipano alla sorveglianza bancaria unica, a prendere la decisione di risoluzione. Questa la versione “dura”. La versione “soft” prevede una partecipazione a questa fase finale della Commissione europea.