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LETTERA DA BRUXELLES Italia verso stop procedura deficit, più tempo a Francia e Spagna

L’Italia verso la chiusura della procedura per deficit pubblico eccessivo (se ‘cementerà’ il bilancio per non superare quota 2,9% quest’anno). A Spagna e Francia saranno concessi due anni di tempo in più per portare l’indebitamento sotto il 3% del pil. La presa d’atto di una situazione economica molto difficile da parte della Commissione europea non avrebbe potuto essere più netta. Era annunciato, d’accordo, ma adesso c’è la base materiale per passare dagli annunci ai fatti. Terza notizia: l’Olanda, paese con tripla A e da sempre capofila degli intransigenti sulle politiche del rigore finanziario, è fuori linea rispetto agli impegni europei. In tre flash queste sono le novità che colpiscono nel rapporto di previsione della Commissione. In un contesto per niente rassicurante: la ripresa sarà stentata perché la recessione è stata lunga, nessun paese ne è stato immune, la stessa Germania risente direttamente della stagnazione altrui, i mercati finanziari restano fragili, le banche continuano a non far affluire credito all’economia. E, ciliegina sulla torta, la vera paura del momento: gli effetti sociali (e politici) devastanti provocati dalla disoccupazione di massa al massimo storico, 12,2% nell’Eurozona.



  La ‘svolta’ della Commissione europea si concretizza in un patto molto chiaro quantomeno a dirsi. Da un lato più tempo per portare il deficit pubblico nei limiti di Maastricht per un paese come la Spagna, al quinto anno consecutivo di recessione, e un paese come la Francia, che solo quest’anno si trova in recessione (a parte il primo biennio della lunga crisi europea, 2008-2009) ma soffre la deriva dei conti pubblici, riflesso della deriva di una economia sempre più inceppata. La Spagna dovrà portare il deficit/pil sotto il 3% nel 2016 invece che nel 2014, quando si troverà a quota 7%. La Francia avrà tempo fino al 2015 invece che entro quest’anno, quando sarà al 3,9% con un 2014 stimato a 4,2%. Dall’altro lato, giro di vite sugli interventi strutturali di medio periodo. Lo scambio è tempo contro misure che incidano profondamente nella dinamica dei conti pubblici e nei meccanismi dell’economia con effetti non immediati. La situazione dell’Olanda è più incerta dal punto di vista dell’azione Ue: il paese si trova quest’anno di nuovo in recessione. La crisi immobiliare ne ha sfiancato l’economia, ma a Bruxelles non sono poi così preoccupati perché il deficit/pil resterà sopra il 3% (l’impegno era stare al di sotto) per due motivi precisi: la nazionalizzazione di un gruppo bancario assicurativo e il peggioramento del ciclo. Ciò vuol dire che non sarà accomunato ai paesi vulnerabili.
  Il caso dell’Italia ha che vedere con il tempo da un altro punto di vista: prima esce dalla procedura per deficit eccessivo meglio è per la fiducia nella sua capacità di tenere i conti pubblici in ordine, mantenere nel tempo un avanzo primario, che per alleggerire il peso della riduzione del debito nel tempo deve arrivare al 5-5,5% (è al 2,4% quest’anno, al 3,1% nel 2014). L’uscita dalla procedura ha un valore segnaletico importante, soprattutto perché c’è un nuovo governo sottoposto a forti tensioni interne proprio sulla gestione dei conti pubblici (vedi la questione dell’Imu), può servire a ridurre gli spread (nel rapporto di previsione si segnala come l’anno scorso la spesa per interessi sul debito è aumentata dello 0,5% arrivando al 5,5% del pil).
  Su tutto questo si pronunceranno i ministri europei, naturalmente. La Commissione formulerà le raccomandazioni a fine mese e per quanto concerne l’Italia aspetta di capire come il governo intende coprire le misure fiscali annunciate (sull’Imu e non solo). Il senso di marcia è però ben definito.
  Resta la questione della nuova paura. “Data la recessione così lunga, dobbiamo fare tutto ciò che serve per contrastare la disoccupazione in Europa”, ha dichiarato il commissario agli affari economici Olli Rehn. Se non viene sminato il terreno da questa emergenza sociale e politica non ci sarà programma di stabilità in grado di reggere da nessuna parte. Il fatto è che la ripresa agognata sarà lenta, ridotta, in qualche paese incerta, comunque troppo bassa per ridurre la disoccupazione. Per l’Italia Bruxelles prevede quota 11,8% quest’anno, 12,2% l’anno prossimo (10,7% nel 2012). Per tornare a un livello sopra l’11%, precisamente all’11,2-11,3%, bisogna tornare al periodo 1995-1998. Siamo così al record storico dal 1977. In alcuni paesi l’alta disoccupazione potrebbe minare la coesione sociale e la fiducia di imprese e famiglie “in misura maggiore e più a lungo” di quanto previsto, è scritto nel rapporto di previsione. Ciò non riguarda solo i paesi sotto salvataggio totale o parziale (Irlanda, Grecia, Portogallo, Cipro, paese in recessione profonda, Spagna), ma anche l’Italia, la Francia, la Slovaccbia, la Slovenia. Il rischio disoccupazione viene accomunato alle incertezze relative alla fragilità dei mercati finanziari, al rallentamento delle riforme strutturali, all’ulteriore apprezzamento dell’euro, ma la Commissione europea non dice se è più o meno grave, intenso o probabile rispetto agli altri.