Ue di nuovo alla prova con la Cina, sterzata su misure difesa commerciale?

“Il Consiglio europeo ha tenuto un dibattito strategico sugli squilibri macroeconomici globali”. Questa frase si trova a un certo punto della lunga e onnicomprensiva dichiarazione finale del Consiglio europeo preparata dai diplomatici per la riunione di domani e venerdì nella capitale belga. Sostanzialmente non dice nulla: nessuna indicazione sul contenuto, sulle mosse che la Ue intende decidere prossimamente, neppure sulle valutazioni del problema. Come spesso accade nella politica europea la reticenza pubblica maschera un tentativo di smuovere le acque: i 27 leader discuteranno sostanzialmente come far fronte all’urto competitivo e commerciale cinese, anche se pudicamente si evita di proclamarlo a chiare lettere. Non essendo chiaro a quali conclusioni arriveranno prendono tempo, però un’accelerazione è in corso.
Sospeso per ora un confronto sulle relazioni con gli Stati Uniti, non certo appianate dall’intesa commerciale sui dazi al 15%, la maggiora parte dei governi europei vuole aggiustare il tiro sulla Cina, sotto pressione di importanti comparti industriali colpiti dalle importazioni di beni slealmente sussidiati, per l’accresciuto svantaggio accumulato sull’innovazione tecnologica e l’accresciuta dipendenza da high-tech e materie prime. Un recente rapporto della commissione francese per la strategia e la pianificazione ha indicato che il divario nei costi di produzione tra Europa e Cina ha raggiunto livelli incompatibili con una concorrenza sostenibile: in media è del 30- 40%, con punte oltre il 60% in alcuni comparti industriali.
In occasione della riunione del G7 a Evian la presidente della Commissione von der Leyen ha detto che “il 2025 sarà ricordato come l’anno in cui, per la prima volta, tutti gli Stati membri hanno registrato un deficit commerciale nei confronti della Cina. L’Unione europea ha registrato il più elevato deficit commerciale della sua storia, pari a 360 miliardi di euro. Questa situazione non è sostenibile”.
Venti giorni fa i commissari europei hanno approfondito il tema. Varie fonti diplomatiche nazionali ed europee indicano che sta maturando, se già non è maturata, una “nuova consapevolezza”: se la cosiddetta cassetta degli attrezzi di difesa commerciale dell’industria europea è ricca di strumenti – misure per la salvaguardia dei settori, anti-sussidi e anti-coercizione (il cosiddetto “bazooka” commerciale di ultima istanza mai utilizzato e, anzi, evocato nel momento di massima durezza dello scontro con Trump) – va definito qualcosa di “più sistematico e anche più muscolare”.
Per adottare misure di salvaguardia l’inchiesta Ue richiede normalmente 9-11 mesi; per le misure antidumping o antisovvenzioni ne sono necessari 13-14. “A quel punto una filiera industriale è quasi spacciata”, indica un diplomatico nazionale coinvolto direttamente nelle discussioni e nelle decisioni governative a Bruxelles. In ogni caso nei casi più urgenti la Commissione può imporre dazi provvisorio per sei mesi al massimo per tutelare i produttori europei mentre l’indagine è in corso.
Fonti diplomatiche riferiscono di un fronte di diversi paesi tra i quali Francia, Polonia, Belgio, Olanda, al quale si sarebbe aggiunta la stessa Germania, che sostiene la necessità di rendere veloce la reazione europea alle pratiche commerciali sleali. Secondo il premier belga De Wever gli europei devono essere disposti a scelte difficili nel breve termine per resistere alla pressione cinese sull’industria continentale per poter proteggersi nel lungo termine. Secondo De Wever “siamo a un punto di non ritorno”. Il presidente francese Macron ha parlato di un nuovo strumento di difesa commerciale ricalcato sulla “sezione 301” americana per permettere alla Ue di indagare su pratiche sleali e di imporre dazi in settori strategici senza passare per lunghe procedure per ciascun prodotto. L’idea è dare alla Commissione il mandato per passare alla definizione concreta dei passi da compiere.
Nell’ordine del discorso europeo il dialogo con Pechino resta centrale perché la Ue vuole confermarsi campione dei mercati aperti. Viene negata una “trumpizzazione” della politica commerciale, ma diplomatici riferiscono di riunioni ad alto livello tra i governi e la Commissione europea nelle quali molti si pronunciano apertamente con frasi tipo: “Stop al momento naif della Ue”. Basta ingenuità. Cosicché il dialogo va costruito ma non può trattarsi di un dialogo “senza denti”, deve tradursi in un approccio per cui la ricca strumentazione di difesa commerciale rientra “in una dottrina sistematica” di difesa degli interessi europei. Ciò è possibile solo se i 27 mostrano di essere uniti altrimenti salta la leva della “deterrenza” commerciale per spingere la Cina a rispettare le regole di un commercio equo, la reciprocità delle aperture dei rispettivi mercati.
È un fatto che le relazioni con la Cina hanno messo in luce divaricazioni profonde tra i governi, anche se poi i numeri per procedere alle misure difensive sono sempre stati trovati (per opporsi a un dazio i governi devono ottenere una maggioranza qualificata contraria). Ma è anche vero che lo stato d’animo, se non ancora la chiara propensione, verso la Cina sta cambiando anche nei paesi da sempre attenti a evitare conflitti commerciali con Pechino: Germania, innanzitutto, poi Svezia, Slovacchia, Ungheria (molto ruota sul settore auto).
Prima del G7, il cancelliere tedesco Merz, di solito cautissimo nel trattare il tema Cina temendo per gli interessi delle case automobilistiche e della chimica nazionali, ha detto al Bundestag: “L’Europa beneficia più di qualsiasi altro continente al mondo di un commercio globale aperto ed equo, ciò resta vero ma è anche vero che laddove altri non rispettano le regole comuni, noi non possiamo e non resteremo a guardare. Proteggeremo i nostri interessi e la nostra economia dalle pratiche commerciali di altri paesi che distorcono la concorrenza”. E ha aggiunto: “Al Consiglio europeo, discuteremo di come possiamo ampliare i nostri strumenti all’interno dell’Unione europea, vogliamo sfruttare l’attrattiva del nostro mercato unico per far rispettare le regole di una concorrenza equa e trasparente”.
Uno choc per la Germania è stato il deficit commerciale record con la Cina appena sotto quota 90 miliardi di euro l’anno scorso: mentre il deficit Ue verso la Cina è aumentato del 20% rispetto al 2024, quello tedesco è aumentato del 33%. Importanti settori industriali tedeschi chiedono una politica di “de-risking” (riduzione del rischio) dalla Cina più incisiva. Secondo alcuni è una via perseguibile anche se implicherà dei costi, misure di ritorsione comprese. Poi l’impatto della potenza industriale cinese sull’economia tedesca: l’istituto di ricerca di Berlino Diw calcola che nel 2021, anno boom delle esportazioni cinesi, dipendevano dalla domanda finale cinese 1,1 milioni di posti di lavoro nazionali, circa il 2,5% degli occupati. Rispetto ad allora l’export tedesco in Cina è calato di oltre il 40%. pari a una perdita di 400 mila posti di lavoro nei settori legati a quell’export.
Per la Ue la strada non è in discesa: da un lato si vuole inviare un segnale a Pechino, sapendo che il mercato unico è un’area dalla quale la Cina non può prescindere, dall’altro lato si vuole strutturare una svolta politica.