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LETTERA DA BRUXELLES – Il nanismo industriale fa male all’Italia

Piccolo e' sempre bello, purche' non sia troppo piccolo. Se non escira' dalla trappola del 'nanismo industriale', l'Italia non ce le fara' mai. L'allarme e' della Commissione europea che nel rapporto sugli squilibri macro-economici del paese propone un'analisi impietosa dell'economia nazionale, dei suoi limiti strutturali e della sempre piu' debole e incerta capacita' di reazione del sistema industriale a una crisi prolungata. Non ci sono toni accesi, per la verita'. Il fatto che l'Italia non venga considerato un paese con squilibri "eccessivi" che richiedono una stretta sorveglianza europea (e' il caso di Spagna e Slovenia), nulla toglie all'urgenza di un intervento di medio-lungo periodo. E' chiaro comunque che l'Italia deve fronteggiare "sfide serie sul piano della produttivita' e della competitivita'", impresa tanto piu' difficile perche' il contesto e' dei peggiori: poco spazio di manovra dal lato del bilancio pubblico, alto costo del capitale, banche non in grado di sostenere l'aggiustamento economico, incertezza politica che deprime ancor piu' business e famiglie.


Tutte cose note, ma il fatto che appaiano una in fila all'altra, sistematicamente, offrono un quadro sul quale e' davvero necessaria una riflessione collettiva dell'intero paese. L'analisi sui mali strutturali dell'Italia parte dalla posizione competitiva: dall'adozione dell'euro il paese ha perso quote di mercto e "il ritmo dell'erosione e' risultato piu' veloce con lo scoppio della crisi globale". Prima della crisi l'Italia stava gia' perdendo posizioni al ritmo dell'1,2% l'anno mentre l'Eurozona le manteneva. Tra il 2007 e il 2010 la quota di esportazione italiana e' calata del 6,3% l'anno mentre l'Eurozona e' calata del 4,2%. I motivi sono diversi. Intanto l'aumento dei costi unitari del lavoro piu' rapido rispetto al resto dell'area euro, poi la crescita della produttivita' "persistentemente" piu' debole, l'impatto negativo dell'aumento dei costi unitari del lavoro amplificato dal "considerevole apprezzamento" del tasso di cambio nominale effettivo (il Fmi stima un "modesto" apprezzamento tra il 5 e il 10%). Anche la Germania ha conosciuto un apprezzamento del cambio simile a quello italiano, ma ha saputo fronteggiarlo con il calo relativo dei costi dei lavoro "trainato da una considerevole restrizione salariale. Un altro motivo di difficolta' estrema e' una specializzazione produttiva sfavorevole che espone l'Italia alla forte concorrenza delle economie emergenti. "La specializzazione nei prodotti di bassa e media tecnologia implica un mix di esportazioni molto simile a quello della Cina e di altri mercati emergenti, che possono beneficiare di costi del lavoro piu' bassi". Certamente l'Italia resta il secondo paese manifatturiero con il 16,7% del totale del valore aggiunto nel 2011 contro il 22,3% tedesco, l'11,5% francese (l'Eurozona nel suo complesso e' al 16,6%). Ma e' un fatto che nel 1995 la quota italiana era del 21,5% e che, segnalano gli economisti di Bruxelles, "la contrazione e' stata particolarmente marcata dall'inizio della crisi finanziaria". La produzione industriale e' calata di un quinto tra il 2007 e il 2012 e la creazione netta di imprese manifatturiere e' stata negativa per tutto il decennio 2000. E ancora: la quota di valore aggiunto nei settori di bassa e media tecnologia era del 62% nel 2009 conto il 44% in Germania, il 59% in Francia, il 64% in Spagna. Negli ultimi venti anni la specializzazione nei settori di alta tecnologia e' rimasta sostanzialmente la stessa: 6,7% nel 2011, 6,5% nel 1992.
  E veniamo al modello industriale. La conclusione cui arriva Bruxelles e' che "la predominanza di piccole imprese puo' essere spiegata dalla loro incapacita' di entrare nel circolo virtuoso della espansione e della crescita della produttivita'. Nel 2011 la media di occupati per impresa era di 4 persone contro 11,8 in Germania, 5,6 in Francia. Le micro-imprese rappresentavano il 95% del totale delle imprese contro l'83% in Germania e il 93% in Francia. Il 'nanismo industriale' italiano ha impedito alle imprese di beneficiare degli effetti positivi della globalizzazione. Diversi i fattori che secondo la Commissione europea impediscono il superamento di tale modello: bassa concorrenza nei mercati dei prodotti e dei servizi, eccessiva regolazione delle uscite dal mercato del lavoro, sistema fiscale non pro-business, negoziati salariali troppo centralizzati, scarsa capacita' di innovazione dell'industria. A tali fattori 'classici' (tutti noti) se ne aggiunge ora un altro: il sistema bancario italiano non sta svolgendo il proprio mestiere. Si era dimostrato in grado di resistere nel 2008-2009, ma dal 2011 si e' rivelato "vulnerabile" a causa del coinvolgimento diretto nella crisi del debito sovrano. "La piu' lunga recessone dalla seconda guerra mondiale – e' scritto nel rapporto Ue – ha deteriorato significativamente la capacita' del settore finanziario di sostenere la ripresa dell'economia e l'aggiustamento verso attivita' piu' produttive". Nonostante l'allentamento monetario e la liquidita' fornita dalla Bce, la media del costo del nuovo credito in Italia "resta significativamente piu' alta rispetto a Germania e Francia". Un altro svantaggio competitivo che pesa come un macigno.