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LETTERA DA BRUXELLES Barroso dice basta al ‘declinismo’, la nostra base industriale è forte

Basta piangersi addosso. Sembra un po’ questo il messaggio che il presidente della Commissione europea Jose’ Barroso sta lanciando in questi ultimi tempi. Sara’ perche’ si dice sia interessato addirittura a un terzo mandato (scade l’anno prossimo), sara’ perche’ sta crescendo la preoccupazione per la corsa alla ripresa negli States, grazie anche alla forte spinta del costo dell’energia ai minimi, sta di fatto che nel documento inviato ai 27 leader europei ha fatto capire che e’ meglio smetterla di essere ‘declinisti’. “Contrariamente alla credenza popolare, la base industriale europea resta forte”. Un segnale che, pero’, non convince lanciato mentre diversi settori, dall’auto alla microelettronica all’acciaio, invocano l’aiuto europeo per sopravvivere alla stagnazione.


  I numeri non danno torto a Barroso. Nell’Unione europea il surplus commerciale manifatturiero e’ di circa 300 miliardi di euro, cinque volte superiore al surplus di 12 anni fa. Si aggiunga il surplus nei servizi che si e’ moltiplicato per venti in 10 anni a oltre 100 miliardi, la bilancia agricola passata da un deficit a un surplus. Complessivamente la bilancia delle merci e dei servizi e’ leggermente negativa per 74 miliardi, ma si tratta di una dimensione “relativamente piccola” rispetto al commercio totale o al deficit americano ed e’ dovuta soltanto, segnala la Commissione, alla forte dipendenza dall’energia importata.
  Questo dell’energia e’ uno svantaggio sempre piu’ importante che pesa sui costi industriali. Se dal punto di vista dei conti finanziari interni ed esterni gli Usa stanno molto peggio dell’Eurozona e dell’insieme della Ue, e’ anche vero che i prezzi minimi del gas ottenuto da argille (scisto) costituiscono per l’economia americana un volano eccezionale. Per questo l’industria europea – e italiana – ritengono il prezzo dell’energia un asset fondamentale che gioca a favore o contro (purtroppo nel nostro caso contro) un tentativo di re-industrializzazione. Tanto per dare un’idea della questione, negli Usa la produzione di gas da scisti e’ passata nei primi dieci anni del nuovo secolo da 10 a 140 miliardi di metri cubi, pari al 23% del fabbisogno nazionale di gas naturale.
 I numeri della Commissione europea non sono finiti. La quota Ue del reddito globale generato dalla produzione di beni manifatturieri e’ attorno al 28% contro il 18% Usa e il 16% giapponese. Un livello stabile dal 2000, mentre negli Usa e’ sceso e in Giappone ancora di piu’. Parallelamente, il numero di posti di lavoro nell’industria e servizi alla produzione di beni manifatturieri e’ aumentato nella Ue negli ultimi 15 anni (sono 35 milioni in tutto) mentre il contrario e’ avvenuto nelle altre due aree.
  E’ un quadro che contrasta con gli allarmi che arrivano da tempo dalla maggioranza dei settori industriali e non solo da loro. Con i dati sulla perdita di posti nell’industria nell’ultima fase della crisi. Peraltro la stessa Commissione sta cercando di tamponare come puo’, con pochi mezzi finanziari a disposizione, la grande crisi dell’acciaio europeo, la grande crisi dell’auto, il settore della microelettronica ha chiesto un ‘tavolo europeo’ per “frenare la deindustrializzazione”. E’ un fatto che al contrario di quanto sta avvenendo negli altri settori, la fiducia dei manager dell’industria europea, soprattutto sul portafoglio ordini, non riesce a decollare. Quindi un problema c’e’ e piuttosto grosso.
 Resta da chiedersi come mai Barroso voglia accentuare in questa fase gli aspetti positivi della situazione (non di per se’ automaticamente confortanti, pero’). Una risposta puo’ essere trovata nelle sempre difficili discussioni sul ruolo che le politiche di concorrenza e commerciali hanno in Europa e in particolare in questa fase di recessione/stagnazione. Nell’ultimo seminario dei commissari dedicato a questi temi non e’ uscito granche’, ma sembra che il classico contrasto tra l’ala ‘liberista’ (il responsabile del commercio De Gucht, le commissarie del ‘fronte del Nord’, la britannica Ashton) e l’ala piu’ ‘industrialista’ (Tajani e Barnier in primo luogo) sia stato un po’ stemperato. Ciononostante alla vigilia di una nuova fase di negoziati commerciali bilaterali a tutto campo (Giappone, Usa, Canada), il cui esito viene temuto da diversi settori industriali, le tensioni sono destinate a riemergere. Non tanto e non solo ai vertici comunitari, ma nei paesi membri e tra i paesi membri. Barroso vuole solo ricordare che se si vuole esportare di piu’ occorre anche importare di piu’. “Esportazioni e importazioni non possono essere considerate da un ristretto angolo mercantilista dato che due terzi delle importazioni europee sono materie prime, beni intermedi e componenti necessari alle imprese europee per produrre”. Non solo: anche un iPhone disegnato in California e prodotto nel Guangdong ha un contenuto di prodotto europeo del 12%.