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Lavoro, in Europa scatta l’emergenza ‘Neets’

Emergenza 'Neets'. Che sta per giovani non completamente  scolarizzati, senza occupazione o formazione professionale (in inglese l'acronimo indica 'not in education, employment or training). La lancerà domani la Commissione europea in un convegno al quale interverranno governi (per l'Italia il ministro Elsa Fornero), parti sociali, economisti. I Neets in Europa sono 8,3 milioni, tutti sotto i 25 anni. E' il lato più oscuro della disoccupazione giovanile. Il messaggio di Bruxelles è chiaro: "La creazione di posti di lavoro è la priorità politica" per evitare il declino economico (e non solo) della Ue. 



 Non si tratta di una novità, ma nei piani alti dei ‘palazzi’ Ue in queste ultime settimane si è maturata la convinzione che in mancanza di risultati concreti nelle complesse riforme dei mercati del lavoro condotte in quasi tutti i paesi in termini di maggiore occupazione, ciò che si potrà guadagnare dal sostegno finanziario degli stati in bilico sarà perso sul terreno dell’economia reale. C’è anche un rischio peggiore: nessun risultato né sulla crisi del debito sovrano né sull’indebolimento strutturale dell’economia Ue. La sfida maggiore è sull’occupazione giovanile: nella Ue ha raggiunto un tasso del 22%, superiore al 50% in alcuni paesi (Grecia e Spagna). In Italia è al 35,3% di poco sopra il Portogallo con 36,4: si tratta del ‘quartetto’ che presenta l’andamento più preoccupante dell’intera Unione, i tassi più bassi si registrano in Germania con l’8% in luglio, Austria con l’8,9%, Olanda con il 9,2%. L’Italia fa parte di un gruppo di 8 paesi sui quali la Ue sta esercitando una vigilanza speciale proprio sulla questione della disoccupazione giovanile.
 L’analisi della Commissione Ue, come emerge dalle analisi preparato per il convegno di domani, è impietosa: gli squilibri del mercato del lavoro europeo “stanno diventando più strutturali e minano i futuri incrementi di produttività”. In questo senso “la recessione attuale si dimostra diversa dalle precedenti”. Tra il 2008 e la metà 2012 il tasso di disoccupazione Ue è balzato dal 7% al 10,4%, 25 milioni di senza lavoro; nell’Eurozona 11,2%, 18 milioni di disoccupati. L’occupazione è diventata “più precaria”, dice Bruxelles: quasi il 94% dei posti di lavoro creati nel 2011 era part-time, il 42,5% dei giovani occupati aveva un contratto temporaneo, la disoccupazione di lungo termine riguardava oltre 10 milioni di persone, 116 milioni le persone a rischio povertà o esclusione sociale.
  Economia ‘verde’, tecnologie informatiche e delle comunicazioni, sanità sono i tre settori che genereranno le più grandi opportunità di lavoro nei prossimi anni. Bruxelles calcola che entro il 2015 ci sarà una domanda di 700mila posti di specialisti nelle tecnologie informati e tlc a rischio di essere inevasa. Di importanza primaria l’investimento nelle qualificazioni professionali, “l’anticipazione delle necessità dei settori, la mobilità a livello europeo, avere strumenti per l’incontro domanda e offerta nei paesi e tra paesi”, indica un esperto comunitario.
  Secondo la Commissione va ripensata anche la politica salariale. E’ vero che i salari devono adeguarsi alla produttività e che esistono situazioni a rischio: tra il 2001 e il 2007, per esempio, i costi unitari del lavoro in termini reali (retribuzione reale aggiustata con la produttività) è calato nell’Eurozona, ma in Italia e Irlanda è cresciuto (non così tra il 2008 e il 2010 eccetto che in Grecia e Spagna). Bruxelles segnala la necessità di agire nella “distribuzione della quota salariale”: se aumenta la quota destinata ai lavoratori a basse retribuzioni “senza modificare i costi salariali totali” non peggiorano le condizioni competitive. Ciò può avvenire per via fiscale e fissando salari minimi.
 Nell’unione monetaria, l’aggiustamento salariale, è scritto in un documento del convegno, “ha ricevuto molta attenzione quale strumento principale per restaurare la competitività internazionale nei paesi in deficit, dato che l’adozione dell’euro impedisce una svalutazione esterna”. Ciononostante, ecco il rilievo della Commissione, “in una unione monetaria lo spazio per restaurare competitività riducendo i salari è limitato dal rischio che possa produrre una spirale salariale deflazionistica tra gli stati non modificando la competitività internazionale e deprimendo simultaneamente la domanda interna dei vari paesi e nell’unione monetaria nel suo complesso”.