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LETTERA DA BRUXELLES Sfida per la crescita tra cose e vecchie e ‘project bond’

E’ il momento di agire per la crescita, ma è anche il momento di chiedersi se le misure di cui si sta parlando in questi giorni sono davvero tutte nuove oppure si tratta in parte di una operazione di ‘riciclo’ di idee e proposte già avanzate, spesso già decise, che via via si sono perse per strada. Una parziale conferma in questo senso, peraltro, l’ha data in termini molto generali, lo stesso presidente della Commissione Josè Barroso, quando ha affermato che il ‘pacchetto’ europeo per il rilancio dell’attività economica è già sul tavolo da molto tempo (si chiama Europa 2020) e che nulla si è fatto perché nel frattempo i governi hanno dovuto fronteggiare l’emergenza della crisi del debito sovrano.



  Anche il responsabile del mercato interno Michel Barnier lo ha candidamente confessato riannunciando cose già annunciate e decise giusto giusto un anno fa: in settembre, ha detto,  presenteremo un piano in 12 ‘punti’ per la crescita. Si tratta di dodici ‘leve’ per uscire dalla paralisi, recuperare competitività, creare posti di lavoro. L’elenco è interessante: facilitare l’accesso ai finanziamenti per le pmi, mobilità dei lavoratori nel mercato unico, protezione unitaria dei diritti di proprietà intellettuale, soluzioni semplificate delle controversie alternative ai ricorsi giudiziari a tutela dei consumatori (specie per il commercio elettronico), normalizzazione estesa ai servizi (parliamo di standard); legislazione sulle infrastrutture energetiche e di trasporto per identificare i progetti strategici di interesse europeo (ma non erano già stati scelti?), riconoscimento dell’identificazione elettronica, promozione dei fondi di investimento solidale (imprenditoria sociale), fiscalità di favore per le pratiche che consentono maggiori economie di energia, diritti sociali fondamentali nel mercato unico più forti, semplificazione delle norme contabili, procedure più accessibili per l’accesso delle pmi agli appalti pubblici. E’ tutto molto utile, ma è tutto già pressocché noto e già deciso. Ora la Ue dovrà tradurre questi ‘capitoli’ in disposizioni di legge e regolamenti.
 La vera partita, invece, si sta giocando sui ‘project bond’, ma anche qui non si tratta di una novità: la Commissione li ha formalmente proposti il 19 ottobre 2011, sei mesi fa. La novità, casomai, è tutta politica: oggi ci si rende conto che occorre davvero mettere in pratica quanto già stabilito, non c’è più tempo per traccheggiare. Averlo capito, aver trovato una sintonia tra i governi europei quando fino a qualche mese fa prevalevano le stonature, è la necessaria base di partenza. Ma nessuno, né a Bruxelles né nelle capitali europee, può vantare di avere una ricetta nuova di zecca. Il problema è quanto forte sarà la spinta politica ad agire. Chiunque sarà il presidente francese, Sarkozy o Hollande forzeranno la mano il più possibile, Monti ci sta provando ed è possibile che la sua idea di valutare il consolidamento di bilancio tenendo conto della spesa per investimenti produttivi farà dei passi avanti.
 La strada dei ‘project bond’, però, non è in discesa perché potranno un peso nell’immenso cantiere dell’economia europea solo se la Banca europea degli investimenti sarà dotata di più capitale. L’effetto moltiplicatore di un aumento di capitale di 10 miliardi può portare a finanziamenti per 180 miliardi in tre anni. Bisogna vedere se i governi Ue, che  sono gli azionisti della Bei, ci staranno.
  Dei ‘project bond’ pilota partiranno entro l’estate, riguarderanno i settori trasporti, energia e banda larga. I 230 milioni di fondi Ue proposti dalla Commissione per il 2012-2013 serviranno per fornire capitale alla Bei per coprire una parte del rischio assunto dalla Banca per finanziare i progetti. I fondi Ue combinati al finanziamento Bei avranno un effetto moltiplicatore di 3 e la Bei coprirà fino al 20% del capitale per cui il moltiplicatore finale potrebbe essere di15-20. Viene calcolato che con 230 milioni del bilancio Ue possono essere mobilitati investimenti fino a 4,6 miliardi. La speranza è che i ‘project bond’ con copertura parziale e garanzie Ue attraggano investitori istituzionali europei (che non potranno riempire le casse solo di obbligazioni tedesche), fondi sovrani asiatici e fondi americani. Così si riaccenderebbe anche la fiducia nel mercato del finanziamento del debito europeo.