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LETTERA DA BRUXELLES L’industria chiede un’ancora di stabilità, adesso

L’allarme lanciato dall’industria automobilistica europea ai governi affinché prendano presto decisioni definitive sull’assetto dell’Eurozona in risposta alla crisi del debito sovrano è solo l’ultimo di una lunga serie. La novità è che il tempo a disposizione è ormai in scadenza e la sensazione generale nel business è che dopo il vertice dei leader europei della prossima settimana non ci sarà un’altra possibilità.  Il momento per creare un’ancora di stabilità (questo hanno chiesto gli industriali dell’auto) è adesso. Così alcuni diplomatici a Bruxelles hanno cominciato a prepararsi all’eventualità che i capi di stato e di governo possano prolungare le loro riunioni anche nel weekend (le ‘reception’ di alcuni grandi alberghi della capitale belga per ora non hanno fornito conferme sulle prenotazioni). In realtà il tempo è già scaduto: siamo già ai supplementari e se i supplementari si accavallano l’un l’altro è l’intera partita a non essere più credibile.



 La richiesta degli industriali dell’auto di difendere l’euro, che pure molte volte alcuni di loro hanno criticato perché considerato troppo forte rispetto al dollaro, di costruire subito un’ancora di stabilità, è perfino ovvia se nell’area euro non si stesse confermando un quadro di stagnazione economica che rischia ben presto di scivolare nella recessione. E questo sta accadendo nel momento in cui le munizioni anti-cicliche dei governi sono scarse e la stretta creditizia comincia a farsi sentire sempre più forte. Si aggiunga la preoccupazione condivisa dalle ‘élite’ imprenditoriali europee per una deflagrazione del mercato unico che seguirebbe la certificazione del fallimento dell’Eurozona, con il ritorno a uno scenario di contrasti commerciali.
  A proposito di credito è passata in secondo piano quella parte del discorso di Mario Draghi all’Europarlamento in cui ha detto chiaro e tondo qual è la valutazione della Bce: “Negli ultimi tempi stiamo osservando una seria restrizione del credito che, accompagnata dal rallentamento dell’economia, non promette nulla di buono” per il futuro. Draghi ha indicato espressamente nelle piccole e medie imprese, cioè il tessuto connettivo della rete industriale europea, il punto debole in questa fase perché le grandi ricorrono meno al credito bancario. Già in ottobre era emerso chiaramente che il settore pmi stava toccando il fondo con un il calo della fiducia per la prima volta dal 2009 (sondaggio Ueapme) e il gruppo dei Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) con l’indice dieci punti sotto la media europea a causa della crisi del debito sovrano. Poi negli ultimi giorni sono arrivate le conclusioni del sondaggio condotto dalla Bce su 8316 imprese tra cui 7690 (92%) con meno di 250 dipendenti (ecco da dove Draghi ha preso le indicazioni per il suo allarme).
  Il quadro è davvero preoccupante: la percentuale di pmi che indicano un peggioramento della disponibilità di prestiti bancari tra aprile e settembre è aumentata al 14% dal 9% nel secondo semestre 2010 e una impresa su cinque (contro il 16%) rileva un calo della volontà delle banche a fornire prestiti. Le grandi imprese, invece, indicano un deterioramento meno pronunciato (10%). La situazione viene ritenuta pericolosa, tuttavia il grado di deterioramento della disponibilità di capitali per le imprese resta inferiore a quello registrato nel 2009. Perché allora tanto allarme? Perché nel 2009 non era ancora scoppiata la crisi del debito sovrano e il circolo vizioso timori di ‘default’ di un paese-aggravamento dei bilanci bancari-rubinetti del credito inariditi era solo un timore espresso da pochi analisti di sventura. Tanto per ricordarsi che l’Eurozona è la somma di paesi che navigano in acque molto diverse, è interessante notare che in Spagna, Irlanda, Italia e Portogallo le pmi rilevano un aumento del costo dei prestiti nel 70-80% dei casi mentre in Germania, Belgio e Finlandia la percentuale scende a venti punti.