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LETTERA DA BRUXELLES Cina e gli altri emergenti crescono ma aumentano le barriere ai commerci

Non ci sarà il vertice Ue-Cina la prossima settimana a causa dell’accavallarsi dei vertici di casa nostra per la crisi del debito sovrano. Ciononostante il primo ministro cinese Wen Jiabao non ha rinunciato a far sentire la sua voce ricordando agli europei che è necessario risolvano in fretta le difficoltà e mettano mano a “riforme istituzionali profonde delle finanze pubbliche e delle politiche di bilancio”. Ciò, secondo il governo cinese, “richiede coraggio e determinazione politica senza pari e un consenso generale”. Fa parte delle asprezze del momento essere criticati, anzi, essere messi sul banco degli accusati per non essere riusciti a superare la crisi del debito sovrano nell’Eurozona. Infatti, è da un anno e mezzo che i governi continuano a inseguire gli eventi e a prendere decisioni che si rivelano insufficienti e così il giro ricomincia). Da Washington a Pechino ormai il coro dei moniti si ripete incessantemente.



  L’Europa cerca di rispondere, ma è ancora tutto in aria. Tra l’altro, non ha nessuna convenienza ad alzare il tiro proprio nel momento in cui ha estremo bisogno dei capitali cinesi per sostenere le nuove emissioni dei governi e quelle del Fondo salva-stati. Sotto sotto, però, il fastidio per la politica di cambio (yuan ancora sopravvalutato) e commerciale di Pechino cresce. Recentemente la Commissione europea ha analizzato le barriere commerciali esistenti nei paesi del G20 e ha scoperto che, nonostante gli impegni altisonanti per la loro riduzione, dall’ottobre 2008 (già era cominciata la crisi finanziaria e avanzava la recessione) sono state prese 424 misure restrittive degli scambi. Solo negli ultimi 12 mesi ci sono state 131 nuove barriere mentre ne sono state abbattute 40. Nel 2010 le barriere al commercio nel G20 erano 333. Ciò significa una cosa molto semplice: la ripresa in corso in molti paesi, specie nelle economie emergenti tra i quali la Cina ha un ruolo per l’Europa fondamentale, non si traduce in una facilitazione dei commerci. Piuttosto il contrario.
  Per l’Europa è un brutto segnale. Molto del rilancio dell’economia dipende dal mercato asiatico, mantenere i mercati aperti e piena reciprocità nelle relazioni commerciali è un obbligo altrimenti la scalata dei partner ‘emergenti’ alle vette delle classifiche produttive mondiali sarà solo una sfida e non una opportunità. Tanto per dare un numero, oggi il gruppo delle sette economie emergenti, il cosiddetto E7 di cui fanno parte Cina, India, Russia, Brasile, Messico, Indonesia e Turchia, hanno un pil totale pari a un terzo del G7. Entro il 2020 salirà a due terzi.