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LETTERA DA BRUXELLES Vigilati o commissariati, i due poli della ‘governance’ economica

Strettamente vigilati, per evitare che si accumulino gravi squilibri nelle finanze pubbliche e nelle economie, o commissariati se le cose vanno male e non c’e’ altra soluzione altrimenti l’unione monetaria rischia di essere trascinata nel vortice della sfiducia e magari addio all’euro. Sono questi i due poli della ‘governance’ economica dell’Eurozona e in prospettiva di tutta l’Unione europea fatta eccezione per Regno Unito e Danimarca che possono starne fuori. E’ la ‘governance’ materiale non scritta nel Trattato Ue (meglio dire, non ancora scritta), che si e’ ormai imposta come obiettivo e come metodo di lavoro piaccia o meno a chi e’ costretto a passare sotto le forche caudine dei prestiti per evitare il fallimento finanziario e a chi sogna ancora un federalismo economico morbido con un bilancio europeo degno di questo nome e non fermo all’1% del prodotto lordo, una capacita’ autonoma di mobilitare capitali, emettere bond e via di questo passo.



  Finche’ a trovarsi nei guai era la sola Grecia, si poteva pensare che si trattasse di una eccezione. Ora che si lavora al commissariamento dell’Irlanda e’ difficile pensare che l’eccezione non diventi metodo, che il metodo non rimandi a regole che vanno in una direzione precisa: i paesi che sfuggono alla disciplina economica comune (per la gestione della finanza pubblica come per la gestione degli squilibri macroeconomici e finanziari interni a partire dalle bolle immobiliari protratte nel tempo e alla crescita drogata dalla finanza e forse anche dalla concorrenza fiscale al ribasso) non possono che essere vigilati a vista e se aiutati, non solo devono sopportarne il costo finanziario mai lontanissimo da quanto richiesto dal mercato, ma devono essere strettamente avvolti in una rete di controlli per verificare se le condizioni pattuite sono state rispettate alla lettera (e alla cifra).
  Chiedere un prestito all’Eurozona e al Fondo monetario implica automaticamente la perdita della sovranita’ reale su politica di bilancio e politica economica. Che poi alle  opinioni pubbliche si venda cio’ per libera scelta e’ una questione secondaria: le forme sono importanti, non si puo’ andare contro le opinioni pubbliche oltre un certo limite, i parlamenti sono eletti su base nazionale e il problema dei governi, come ripete spesso Jean Claude Juncker, non e’ sapere cio’ che va fatto per l’economia ma riuscire a farlo senza essere mandati a casa dagli elettori.
 I margini di trattativa per un paese come la Grecia sei mesi fa e ora dell’Irlanda sono inevitabilmente molto limitati: a Dublino si discute di ristrutturazione forzata delle banche, tagli dei salari pubblici (ben oltre il 15% deciso due anni fa), forte aumento dell’Iva, messa in discussione della tassa sul business al 12,5%. Anche i margini della Grecia erano limitati, ma adesso ad Atene hanno accelerato addirittura il passo per distanziarsi il piu’ possibile dall’effetto Irlanda e cosi’ sta facendo pure il Portogallo. Una corsa al vigilato (o al commissariato) modello.
  Quando i governi Ue raggiungeranno un accordo sul meccanismo permanente di intervento anti-crisi infilando uno o due nuovi codicilli nel Trattato, questa prassi sara’ legalizzata al massimo livello. Il pilastro della prevenzione non ha bisogno, invece, di essere scolpito nelle tavole della ‘legge fondamentale’ dell’Unione europea. E’ gia’ pattuito che dal 2011 i governi dovranno presentare la propria ‘finanziaria’ all’Eurogruppo sulla base di dati statistici a prova di manipolazione, con obiettivi seri, dimostrabili. Poi gli squilibri economici (conti con l’estero, posizione competitiva, condizioni del debito privato) saranno passati ai raggi x e seriamente valutati. Le leggi bilancio continuano a essere approvate ovviamente dai parlamenti nazionali, ci mancherebbe. Non c’e’ tutela europea legale, ma solo politica nel senso che ogni scelta nazionale non puo’ piu’ non tenere conto impunemente delle esigenze di stabilita’ dell’unione monetaria. E’ davvero una mezza rivoluzione che ancora deve essere dettagliata in aspetti importanti, innanzitutto il modo di valutare il debito pubblico in rapporto all’avvio delle procedure Ue e alle sanzioni. Perche’ se un paese viene ritenuto responsabile del mancato rispetto degli impegni di bilancio definite in sede europea scattano sanzioni finanziarie. Invece, il sostegno finanziario dell’Eurozona e’ possibile solo se le difficolta’ sono “causate da circostanze eccezionali oltre il controllo degli stati”, come e’ stato per la Grecia e come sara’ per l’Irlanda,
  Questa mezza rivoluzione sta avvenendo sotto egida tedesca e anche questo riflette perfettamente il cambiamento della natura dei processi politici in corso nella Ue. E’ stata Angela Merkel in coppia con Nicolas Sarkozy ad approfondire se non a cercare l’indebolimento del ruolo della Commissione europea (prima della bocciatura dell’automatismo delle sanzioni c’era stato il no ai poteri comunitari in alcuni passaggi importanti della supervisione finanziaria) sostenendo a spada tratta l’attivismo del presidente Ue Herman Van Rompuy con la ‘task force’ sulla riforma del patto di stabilita’ in aperta concorrenza con la Commissione. E’ sempre la cancelliera tedesca ad aver imposto nell’agenda politica il cambiamento del Trattato per creare il meccanismo permanente anti-crisi. Ed e’ la Germania a ritenere a questo punto fondamentale stringere il piu’ possibile la corda della vigilanza preventiva sulle politiche di bilancio, con vincoli e dispositivi molto vincolanti sulla valutazione delle dei deficit e dei debiti pubblici. In fondo e’ meglio vigilare (ed essere vigilati) che commissariare (ed essere commissariati). Sono tutte prove di una Europa a forte, prevalente impronta intergovernativa. O, meglio, conferme.