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Barroso ci riprova, ma sembra un ‘déjà-vu’

Per quanto José Barroso ce l’abbia messa tutta per proporsi (anzi riproporsi) come l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto, leggendo le cinquanta pagine del suo programma politico per il secondo mandato alla presidenza della Commissione europea non si sfugge alla sensazione del 'déjà-vu', già ascoltato. Minestra appena riscaldata. Non che sia facile rimettere insieme i cocci di un modello di finanza e di crescita economica che ci ha condotto alla recessione più brutta del dopoguerra. E, nello stesso tempo, dare un colpo d’ala alla politica europea nel momento in cui sono sempre più forti prerogative ed egoismi nazionali, il mercato unico rischia la frammentazione e non c’è alcun appetito per riforme nella governance economica la cui inconsistenza in Europa è stata ampiamente dimostrata prima e durante la crisi.



  Barroso ha sì chiarito che l’Unione europea non può addormentarsi nella ‘routine’ bensì deve “progettare al di là del breve periodo’, che il mercato unico va difeso “strenuamente” perchè “rappresenta la roccia sulla quale si costruisce la crescita”, che la disciplina della concorrenza e degli aiuti pubblici “fornisce una garanzia per soluzioni valide ed efficaci non a scapito di istituzioni finanziarie sane o di altri stati membri”. Impegni importanti dal momento che nei prossimi mesi Bruxelles dovrà prendere “decisioni difficili” su dimensioni e modello aziendale delle banche salvate e da ristrutturare, far fronte agli effetti ‘lunghi’ della crisi industriale, precisare le strategie per una crescita eco-compatibile, rilanciare a livello internazionale i propri standard di regolazione dei mercati.
  Bisogna chiedersi: avrebbe potuto Barroso non ribadire tutto questo nel momento in cui la Commissione ha l’obbligo politico e legale di far rispettare le regole decise dagli stessi governi? Certo che no. Emerge subito la sproporzione tra le cose da fare e gli strumenti a disposizione dati l’equilibrio fra le tre istituzioni Ue (Consiglio, Commissione e Parlamento) e la rinascita in grande stile del ‘livello intergovernativo’ a detrimento del cosiddetto ‘metodo comunitario’. Quest’ultimo, secondo molti governi compresi quello italiano (lo ripete spesso Giulio Tremonti) è praticamente finito, il primo è il presente e il futuro. Pur invocando un coordinamento più stretto delle politiche economiche specialmente nell’Eurozona, pur ribadendo la necessità di una vigilanza finanziaria europea efficace giacchè non può esservi simultaneamente integrazione dei mercati e piena sovranità finanziaria nazionale, Barroso sbarra la porta a una maggiore centralizzazione di poteri a Bruxelles, facendo emergere una palese incoerenza. Questa la sua definizione di ‘metodo comunitario’: mantenere lo specifico interesse europeo al centro delle politiche per garantire la trasparenza delle decisioni e tutelare la parità fra gli stati Ue. E’ il minimo comune denominatore. Oggi la vera rivoluzione sarebbe se anche le politiche nazionali tenessero conto di quello specifico interesse.