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Fa paura la concorrenza fiscale al ribasso, anche nel calcio

Sotto i colpi della crisi finanziaria e della recessione ci si comincia a rendere conto che prima o poi dovrà essere frenata la concorrenza fiscale al ribasso tra i paesi europei, uno dei cardini della 'guerra' per la competitività e per attrarre investitori finanziari e industriali. Ci si chiede per quanto tempo possa reggere un mercato unico integrato con aliquote per il reddito di impresa che vanno dal 10% in Bulgaria al 12,5% in Irlanda, al 16% in Romania, al 29,8% in Germania, al 31,4% in Italia, al 34,4% in Francia. Distanze stellari. Il forte aumento dell'indebitamento pubblico e la prospettiva di una crescita economica più lenta di quella verificatasi nel ciclo precedente (in assenza di una droga finanziaria di analoga intensità e diffusione) renderanno inevitabile rettificare le politiche fiscali. Un esempio fra tutti: il governo britannico ha da tempo annunciato un aumento dell'aliquota massima sul reddito personale dal 40 al 50%, misura bollata dalla Confederazione dell'industria britannica un atto di "vandalismo economico". Non sono su questa strada Francia, Italia e Germania.

Ciò significa che non si tornerà a incrementi generalizzati del carico fiscale su famiglie e imprese (peraltro un boomerang durante una recessione), ma è un fatto che ipotesi di riduzione più o meno spinta su vasta scala vengono rinviate se non accantonate. D'altra parte, la prospettiva di una disoccupazione di massa in aumento e l'avvio di diffuse ristrutturazioni nell'industria renderà improrogabile in diversi paesi (Italia compresa) il rafforzamento dei tanto bistrattati ammortizzatori sociali che nella crisi attuale si sono dimostrati un'ancora di salvataggio sociale (e politico dei governi in carica). Chiaro che gli Stati dovranno metterci dei soldi. Tanto per dire dei segnali che spingono nella direzione almeno di una discussione europea per coordinare le grandi opzioni fiscali (senza mettere in discussione la sovranità dei governi), perfino Silvio Berlusconi ha parlato di concorrenza sleale tra i 27 paesi Ue al termine dell'ultimo vertice di Bruxelles. Certo, parlava più come presidente del Milan, amputato ma abbondantemente ripagato dal trasferimento di Kakà per 65 milioni di euro al Real Madrid (Cristiano Ronaldo è stato comprato per trenta milioni di più). Ma potrebbe essere l'inizio di un discorso più ampio.

La questione sportiva ha un certo interesse. Per il vicepresidente del Milan Alessandro Galiani è un chiodo fisso: con la fiscalità spagnola il Milan avrebbe 42 milioni di risorse in più all'anno. Grida di dolore (fiscale) a parte, in Spagna i calciatori stranieri continueranno indisturbati a beneficiare di agevolazioni pagando circa metà delle imposte dei loro colleghi spagnoli (e non solo): un'aliquota del 24% contro il 43%. A Madrid è definitivamente saltato l'accordo (anche su pressione dei catalani) raggiunto dal partito socialista per abolire la regalia. Resta in vita la "legge Beckam", che dal 2004 garantisce il diritto a tutte le persone trasferite per ragioni di lavoro in Spagna (non solo calciatori) a essere tassate per sei anni con un'aliquota fissa del 24% per i redditi maturati nel paese. Obiettivo: attrarre dall'estero imprese, manager e professionisti. Zapatero ha promesso un maggior carico fiscale per i più ricchi e la fine della distribuzione un po' a casaccio degli assegni per le nascite, ma sugli sconti dorati agli stranieri ha dovuto cedere.

La Spagna non è il solo paese ad agire così. In Olanda è prevista una esenzione del 30% della retribuzione lorda per dieci anni, nel Regno Unito e in Francia c'è uno sconto riferito ai giorni di lavoro prestato oltreconfine. La Spagna resta però la nazione più attraente dal punto di vista fiscale almeno calcisticamente parlando. Ernst & Young ha fatto il calcolo del costo di un giocatore in sei paesi con un guadagno di due milioni netti di euro l'anno. Il costo totale della retribuzione netta è di 3,6 milioni in Germania, 3,7 milioni nel Regno Unito, quasi 4 in Italia, 5,4 milioni in Francia, 3,1 milioni in Olanda, 2,6 milioni in Spagna. Se questa non è convenienza…