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Antonio Pollio Salimbeni

Europa di Antonio Pollio Salimbeni

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25 maggio 2012 - 18:01

LETTERA DA BRUXELLES Tre cose da fare per spezzare il circolo vizioso crisi del debito sovrano/banche

Si sta rafforzando la spinta verso una sorta di ‘federalismo’ bancario. Ne hanno parlato Hollande e Monti, il premier Rajoy è ovviamente molto interessato essendo il sistema bancario spagnolo fragilissimo. L’idea franco-italiana è centralizzare le garanzie dei depositi e la gestione dei fallimenti degli istituti finanziari, almeno di quelli a dimensione paneuropea con un interesse (e un rischio) sistemico. Nel pieno del rischio di fuga generalizzata dei depositanti dalle banche greche e spagnole, con gli analisti di grandi istituzioni finanziarie che dipingono scenari di sventura (da Citigroup arriva un conto secondo cui le banche di Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna potrebbero perdere rapidamente fra i 90 e i 340 miliardi di depositi se la Grecia dovesse uscire dall’unione monetaria), c’è un solo modo per spezzare il circuito infernale crisi del debito sovrano-crisi bancaria: dare un segnale politico chiaro che i governi (almeno quelli dell’Eurozona) faranno in tempi stretti quanto si sono rifiutati di fare finora.

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"L’Europa non è altro che una nazione composta di molte nazioni. E lo stato che crede di aumentare la propria potenza attraverso la rovina di quello confinante di solito si indebolisce con esso"
(Montesquieu, 1734)

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22 maggio 2012 - 19:38

Vertice Ue, rischio di tanta attesa e ‘poca resa

Più ci si avvicina alla riunione straordinaria dei capi di stato e governo del Ue (domani sera), più aumentano i segnali che l’attesa crescente sui risultati rischia di essere delusa. Dopo la conferma che la Germania non intende fornire alcuna apertura sugli Eurobond (cioè sulla mutualizzazione parziale del debito tra i paesi Eurozona) né domani né a giugno, ufficiosamente nei quartieri generali dell’Unione europea (tra Commissione e Consiglio) si fa sapere che la riunione è importantissima, ma da considerare “un trampolino di lancio” per il vertice Ue che si terrà a fine giugno. La riunione, in sostanza, dovrebbe servire solo a delimitare le opzioni sul tavolo sia per rilanciare la crescita sia per fronteggiare la crisi greca e bancaria (Spagna). Chiaro che è utile chiarire che cosa si può – e si vuole – fare e ciò che non si può – e non si vuole - fare. Ma l’allarme per il rischio che la Grecia possa uscire dall’Eurozona e più a brevissimo termine le difficoltà di giorno in giorno crescenti del sistema bancario spagnolo stanno alimentando una tensione enorme e pericolosa. C’è da augurarsi che a fronteggiarle i governi, d’intesa con la Bce, si stiano preparando davvero. Anche se non possono dirlo.

 

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11 maggio 2012 - 18:00

LETTERA DA BRUXELLES Prossimo "test politico" la Spagna

Il quadro che emerge dalle nuove stime della Commissione europea è molto preciso: siamo in recessione anche se non grave (‘mild’, lieve), ma nella seconda metà dell’anno ci sarà una ripresina, lenta e tuttavia in grado di far uscire l’Eurozona dalla crescita negativa dal terzo trimestre in poi. Passo dopo passo si arriverà a un magro 0,4% nel 2013. Nonostante questo debolissimo profilo di crescita, il deficit/pil complessivo si ridurrà quest’anno di 0,3 punti percentuali, dal 3,2% al 2,9%, il debito/pil invece aumenterà dal 91,8% al 92,6%, in parte a causa degli interventi finanziari per il Fondo salva-stati.
  Se questi sono i dati, si può concludere che l’andamento del pil non aiuta il consolidamento di bilancio e viceversa. Per quanto la Commissione tenda a minimizzare l’impatto delle misure di austerità sul pil (un miglioramento del deficit/pil dell’1,4% nel 2012 riduce il pil reale dello 0,3% nell’Eurozona come nella Ue), se non c’è una svolta in termini di riforme strutturali e di intervento sulla domanda con strumenti che mobilitino capitali pubblici e capitali privati (project bond), l’unione monetaria rischia di restare per molto tempo attanagliata dalla bassa crescita. Che le cose stiano così lo pensano sempre più in molti. Anche in Germania, nonostante il rigorismo occhiuto con cui ha gestito la crisi del debito sovrano, ci si rende conto che occorre agire anche in direzioni diverse da quelle seguite finora. Di qui l’apertura all’aumento di capitale della Banca europea degli investimenti (tutta da verificare però) e a un aumento dei salari tedeschi.

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7 maggio 2012 - 17:04

Francia, Grecia e salari tedeschi: la svolta, rischi e una buona notizia

 Finalmente l’Europa si muove. Non per scelta consapevole dei governi ma sotto i colpi della realtà. Questa volta sono gli elettori a sparigliare. In Francia hanno voltato pagina, in Grecia non hanno voltato pagina, ma hanno rappresentato fedelmente un paese spaccato, frantumato in tanti pezzi che esprime il no all’Europa o, meglio, alla dura terapia finanziaria e sociale targata Europa. Non importa che questa terapia è un atto di sovranità nazionale nel quadro di una sovranità sovranazionale condivisa. Si può non essere d’accordo, naturalmente, si può parlare di semplice logica bancaria: il debitore da un parte, il creditore dall’altra. Ma la sostanza non cambia: gli impegni del governo Papademos sono gli impegni dello Stato greco e vanno onorati. La Francia invece rassicura o, nell’ipotesi minima, non crea scompigli, i mercati non sembrano davvero impressionati. Buona notizia, purtroppo la Grecia riscatena illazioni e speculazioni di uscita dall’Eurozona, e se esce la Grecia si indebolisce tutto il resto. La tensione è massima: senza una maggioranza ad Atene che possa durare nel tempo, si caricherà come una molla. E poi dietro la Grecia c’è la Spagna, l’altro grande interrogativo dell’unione monetaria: il sistema bancario è troppo fragile, è ancora lontana una soluzione convincente mentre l’economia continua a sprofondare.
  Conclusione: ciò che si guadagna con l’arrivo di Hollande, in termini di rafforzamento dell’attenzione alla crescita dell’economia (della linea non-solo-austerità), si perde con la pericolosa incertezza del quadro politico in Grecia. Senza un governo stabile ad Atene crolla tutto: prestito internazionale a rischio, banchieri di nuovo in allarme, debito sovrano Eurozona da fuggire. La risposta politica farà la differenza: con Hollande è molto probabile che la cancelliera tedesca Angela Merkel si appresti a cambiare registro. Non sui tabù estremi (mandato della Banca centrale europea da avvicinare a quello della Federal Reserve, Eurobond), ma almeno sui tabù ‘intermedi’. Uno di questi riguarda la possibilità di non contare la spesa pubblica per investimenti produttivi di interesse europeo nel momento in cui vengono valutati i tempi per ridurre i deficit pubblici e arrivare all’equilibrio di bilancio (almeno fino a quando non sarà certo l’Eurozona esca dalla recessione). Su questo sta premendo molto Mario Monti.
  Un altro ‘tabu’ riguarda l’espansione della domanda nei paesi che hanno margini di manovra avendo i conti pubblici a posto. E qui c’è una novità: il ministro delle finanze tedesche Wolfgang Schaueble ha annunciato che è corretto lavorare affinché i salari tedeschi comincino a correre più velocemente dei salari negli paesi europei. Ciò servirà a ridurre gli squilibri macro-economici dell’unione monetaria (la Germania è un paese tradizionalmente con un enorme surplus nei conti esterni) e a contrastare l’anemico consumo privato interno. Di conseguenza, si apre la porta alle merci degli altri paesi Eurozona attanagliati dalla recessione e dai conti pubblici in rosso. I sindacati dell’industria chiedono un aumento del 6,5%, le imprese indicano +3% in 14 mesi. Si vedrà, ma intanto la strada è segnata. Qualcosa, dunque, cambia anche in Germania. In questa fase di recessione nell’Eurozona aumentare i salari nella prima economia dell’area è una scelta pro-Ue. Qualcuno dirà che si tratta di segnali insufficienti, utili a sostenere la campagna ‘Schaueble alla testa dell’Eurogruppo’ (va sostituito l’attuale presidente Jean Claude Juncker), ben lontani dal necessario. Forse, però, c’è

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4 maggio 2012 - 17:57

LETTERA DA BRUXELLES Governi freddi sulla sfida di Draghi sul futuro Eurozona

Mario Draghi parla di futuro a medio termine, dieci anni, e chiede ai governi di chiarire bene e presto dove sta andando l’Eurozona, quali obiettivi si pone. Il presidente Bce non ha specificato, ma tutto fa capire che si riferisce alla forma politico-istituzionale dell’unione monetaria. Se si tiene conto che il suo predecessore Jean-Claude Trichet aveva esplicitamente indicato la necessità di avere un ministro delle finanze per l’Eurozona, ci si può rendere conto del senso di marcia da privilegiare. Draghi ha due motivi per lanciare (più volte nel giro di pochi giorni) un tale sasso nello stagno. Da una parte sa che la gamba politica dell’unione monetaria è troppo debole e decide in modo farraginoso e non prevedibile, crocevia degli interessi nazionali che troppo spesso pesano più di una visione generale. Inoltre, sa che il fattore politico, la certezza che chi ha in mano la cosa pubblica ‘europea’ in termini di regolazione, vigilanza finanziaria, salvataggi d’emergenza, politiche attive pro crescita, è diventato sempre più importante per chi decide di investire o di fuggire dalla area Euro. Ha a che vedere con la fiducia e lo si è visto in tutti i passaggi della crisi del debito sovrano. Dall’altra parte, Draghi vuole ribadire che tocca ai governi fare la loro parte, non alla Bce farsi strattonare sui tassi di interesse e neppure può essere aggirato il mandato della banca centrale in modo da avvicinarla al modello Fed. Draghi si difende attaccando.

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1 maggio 2012 - 19:12

L’Eurogruppo ha bisogno di una svolta


Grande scalpore nei media (non solo italiani) per l’annuncio di Jean Claude Juncker, non disponibile a guidare ancora l’Eurogruppo, la formazione dei ministri delle finanze dei paesi a moneta unica. Motivo: la stanchezza per le troppe ingerenze di Francia e Germania che si comportano, parole del premier lussemburghese, come se fossero gli azionisti unici dell’unione monetaria. Che abbia ragione Juncker sulla coppia franco-tedesca e, in particolare, sul modo in cui la coppia Merkel-Sarkozy ha gestito la crisi europea, lo diamo per scontato. Che il motivo del ‘non contate su di me’ sia quello accampato, invece, è difficile crederlo per la semplice ragione che parlare oggi di coppia franco-tedesca come se nulla fosse successo in Europa negli ultimi mesi è una sciocchezza. Primo perché tra Merkel e Sarkozy si è messo Monti, rompendo lo schema classico dei prevertici chiusi a due. Non è questione di persone è questione che è cambiato il contesto. E qui veniamo al secondo motivo: il tandem franco-tedesco si è rivelato quasi sempre arrogante, ma si è rivelato soprattutto non all’altezza dei problemi posti dalla crisi e ha pure commesso degli errori madornali. Basta ricordare a questo proposito la riunione di Deauville nell’ottobre 2010 quando Merkel e Sarkozy, alla vigilia di una decisione dei ministri finanziari, hanno stretto un patto per ammorbidire le sanzioni nelle procedure europee per deficit pubblico, salvo poi fare fuoco e fiamme per stringere le stesse regole con il ‘fiscal compact’ nove mesi dopo. Quello sì che sarebbe stato un momento buono per dimettersi, se proprio si voleva contrastare l’ingerenza del tandem franco-tedesco.
 Diciamola tutta: anche l’arguto, lo sperimentato, l’abilissimo negoziatore, il preparatissimo ‘decano’ delle vicende europee degli ultimi 17 anni (nessun capo di stato o di governo europeo è stato piu’ tempo al vertice del potere, visto che è primo ministro dal gennaio 1995) ha fatto il suo tempo. E’ presidente permanente dell’Eurogruppo da quando esiste tale carica, primo gennaio 2005. Se restasse al suo posto sarebbe il terzo mandato. Perché è rimasto così a lungo? Perché è autorevole, perché non è né francese né tedesco in una fase in cui non c’erano molte alternative. Insomma, ha prevalso la continuità. Oggi la continuità andrebbe spezzata e in qualche modo lo stesso Juncker lo ha indicato sostenendo la candidatura di Schaueble. Lo affermiamo da tempo: un modo per aiutare la Germania a pensare e agire in senso ‘europeo’ è fornirle degli incentivi (dopo i giusti e duri confronti politici). Una presidenza tedesca dell’Eurogruppo rassicurerebbe le élite e l’opinione pubblica tedesche: il binario sul quale si muove l’Eurozona non andrà contro gli interessi tedeschi. Nello stesso tempo obbligherebbe la Germania ad assumere per forza di cose un approccio diverso da quello semplicemente “tedesco” pena la perdita della capacità di esercitare una ‘leadership’ (e anche la perdita della presidenza dell’Eurogruppo). Naturalmente sono enormi le difficoltà politiche di una scelta del genere, ma se ci si pensa bene forse i vantaggi potrebbero essere superiori agli svantaggi. Tanto nulla si fa nell’Eurogruppo contro la Germania, tanto vale metterla alla prova. Se la Germania ci stesse, cosa che non è poi così scontata. 

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27 aprile 2012 - 16:23

LETTERA DA BRUXELLES Sfida per la crescita tra cose e vecchie e ‘project bond’

E’ il momento di agire per la crescita, ma è anche il momento di chiedersi se le misure di cui si sta parlando in questi giorni sono davvero tutte nuove oppure si tratta in parte di una operazione di ‘riciclo’ di idee e proposte già avanzate, spesso già decise, che via via si sono perse per strada. Una parziale conferma in questo senso, peraltro, l’ha data in termini molto generali, lo stesso presidente della Commissione Josè Barroso, quando ha affermato che il ‘pacchetto’ europeo per il rilancio dell’attività economica è già sul tavolo da molto tempo (si chiama Europa 2020) e che nulla si è fatto perché nel frattempo i governi hanno dovuto fronteggiare l’emergenza della crisi del debito sovrano.

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25 aprile 2012 - 15:00

Draghi striglia i governi e lancia il ‘patto per la crescita

Un colpo d’ali della politica in Europa. E’ questo l’appello di Mario Draghi ai governi, soprattutto quelli dell’Eurozona, lanciato dall’Europarlamento. Dall’incertezza e dalla crisi si esce solo se è chiaro il senso di marcia, l’obiettivo di più lungo periodo oltre il tamponamento della crisi del debito sovrano, oltre il consolidamento di bilancio (che deve essere raggiunto senza tentennamenti), oltre la semplice sorveglianza. Una chiara scelta politica, e anche istituzionale, per assicurare che i paesi a moneta unica danno “risposte comuni e a sfide comuni, lavorano insieme”, non sono in preda alla discordia, può fare la differenza. Anche per quegli investitori esteri che sono fuggiti dai bond sovrani, anche per ridurre l’avversione al rischio.

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23 aprile 2012 - 15:48

Il veleno populista che può far male alla stabilità finanziaria


   Tempi durissimi per l’Unione europea. Settimane di passione e tensione sono alle viste. Il voto in Francia innanzitutto: il timore numero uno della Commissione è l’accentuarsi senza freni della polemica populista come antidoto alla crisi. Rischio che proviene più da Sarkozy che da Hollande, a causa della corsa ad acchiappare il Fronte lepenista. Dal ‘buy european’ (compra europeo e non più cinese, americano o quant’altro) al ‘Dalli all’Europa!’ il passo è brevissimo. Ma certo gli attacchi del candidato socialista al ‘fiscal compact’ non sono zuccherini: pensiamo solo all’effetto che possono avere sugli irlandesi che il 31 maggio sono chiamati a ratificare il Trattato sulla disciplina fiscale. Gli irlandesi hanno tutto l’interesse alla vittoria del sì dato che se prevalesse il no automaticamente si fermeranno gli aiuti di salvataggio, ma quel referendum non è una strada in discesa.
  La campagna elettorale francese finirà, le tracce del discorso populista resteranno. In Olanda è l’islamofobo Geert Wilders a dettare l’agenda politica al grido: no ai diktat di Bruxelles sui conti pubblici. Il governo minoritario di centro-destra annaspa, sempre più probabile il ricorso al voto. Come se per l’Olanda fosse indifferente mantenere o perdere la fatidica tripla A (dopo che l’hanno persa Francia e Austria). Il 6 maggio non c’è solo il secondo turno della presidenziale francese, si vota anche in Grecia, paese dilaniato che lotta per la sopravvivenza nell’Eurozona. Rischio numero uno: la polverizzazione della rappresentanza politica, un parlamento frammentato.
  In settembre potrebbe esserci il voto in Olanda. A quella data è presumibile che in Italia sarà già campagna elettorale ad alzo zero. Futuro incertissimo dunque, mentre la recessione incalza, ci si preoccupa per i bilanci delle banche, mezzo mondo chiede (inascoltato) all’Europa di svegliarsi dal suo torpore. Nelle sue varie ‘versioni’ (Commissione, presidenza Ue, Eurogruppo), la Ue continua a mettere pezze su pezze. La sola che sta facendo davvero il proprio mestiere è la Bce, ma soffre anch’essa di “solitudine” in mancanza di un’Eurozona con alto profilo politico-istituzionale. Così si scade nella monotonia. Ogni giorno, con il timore che sia sempre più difficile puntellare l’impalcatura della disciplina di bilancio, la Commissione ribadisce che austerità e misure per la crescita sono due facce della stessa medaglia, ma è solo sulla prima che ci sono risultati mentre sulla seconda non ci sono segnali di novità, slanci di coraggio come sarebbe una decisione strategica sugli Eurobond. Con il risultato che la stessa disciplina di bilancio è a rischio. Il via agli Eurobond sarebbe un passo coerente con il recente e importantissimo rafforzamento del Fondo salva-stati, ma non è aria. In Germania si vota tra un anno e mezzo e Angela Merkel non rischierà la sconfitta sull’altare europeo. Che a Parigi ci sia Hollande o no. Così vanno le cose in Europa.

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20 aprile 2012 - 17:55

LETTERA DA BRUXELLES Flessibili o armonizzati? Braccio di ferro sui requisiti di capitale delle banche

Siamo nella fase più acuta di uno scontro di interessi finanziari di grande portata e ancora non si sa come andrà a finire. Per trovare una soluzione è stato convocata una riunione straordinaria dei ministri finanziari (il 2 maggio). Si tratta della ‘guerra’ sui requisiti di capitale delle banche per attuare le regole di ‘Basilea 3’ su capitale, leva finanziaria, rischio di liquidità, operatività della finanza strutturata. Uno dei punti più ‘caldi’ riguarda la richiesta britannica, sostenuta da diversi paesi dell’Est, di poter decidere regole più stringenti di quelle definite per la Ue. Se accettata senza precise condizioni, però, rischierebbe di creare non pochi guai.

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13 aprile 2012 - 16:57

LETTERA DA BRUXELLES Eurogruppo bloccato dal voto francese

L’Eurogruppo cerca di mettere ordine nell’agenda politica: tra le accuse di Nicolas Sarkozy allo sfidante Hollande di giocare allo sfascio dell’Eurozona, i timori espressi in Francia come in Italia per la tenuta della Spagna subito maldestramente negati, l’estrema volatilità dei mercati obbligazionari e la prospettiva che la Bce sia costretta a riprendere le iniezioni di liquidità, rendono improrogabile un chiarimento politico tra i ministri. Prima tale chiarimento avviene meglio è per tutti. Il fatto che l’incertezza sia acuita da forti preoccupazioni sull’andamento della crescita aggiunge solo benzina al fuoco. Così è nell’aria una nuova riunione dell’Eurogruppo non prevista. Potrebbe trattarsi di una conferenza telefonica, ma non è poi così certo che ci sarà.

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