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Bruxelles incassa l’accelerazione di Londra ma teme percorso a ostacoli

Domenica sera17 luglio l’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue Federica Mogherini incontrerà Boris Johnson, neoministro degli esteri britannico. “Un primo contatto”, ha spiegato la portavoce di Mogherini. Un contatto che di fatto sostituisce la cena che tradizionalmente i ministri degli esteri fanno la sera prima della riunione formale del Consiglio (che si terrà, appunto lunedì). E’ la prima mossa ufficiale tra i due ‘fronti’, i 27 da una parte e il Regno Unito dall’altra. Dietro la soddisfazione ufficiale per l’accelerazione da parte britannica con il cambio della guardia a Downing Street, nei ‘palazzi’ Ue si coglie molta sorpresa e anche molto nervosismo: se da un lato viene ribadita la linea “nessun negoziato con Londra se non c’è la notifica dell’intenzione di uscire dalla Ue” (in inglese suona così: ‘no negotiation without notification’), dall’altro lato preoccupa molto un futuro in cui Londra condizionerà il più possibile le scelte dell’Unione in funzione degli interessi difesi al tavolo del negoziato su Brexit e sulle condizioni delle relazioni future Ue-Regno Unito. Sono evidenti i rischi di paralisi in un momento in cui la Ue dovrebbe dimostrare di essere in grado di decidere rapidamente per rispondere alla crisi di fiducia nelle soluzioni europee.

Immigrazione, riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina, orientamenti sul negoziato commerciale Ue-Usa (il fatidico Ttip), regolazione finanziaria e bancaria: sono questi i temi principali sui quali si misurerà già nelle prossime settimane quanto e come saranno intrecciati i piani dell’organizzazione di Brexit e i piani del ‘giorno per giorno’ della politica dell’Unione europea. Formalmente nulla si muove fino a quando Londra non deciderà di notificare la decisione di uscire dalla Ue. Nulla indica se all’accelerazione politica con il cambio di governo seguirà l’accelerazione dei tempi della notifica. Su questo c’è buio totale. Buio che non ci si aspetta sarà rischiarato dalle conversazioni che i ministri degli esteri avranno tra domenica e lunedì con Boris Johnson.

“Fino a quando a Londra non saranno chiaramente definiti gli obiettivi e i perimetri di un negoziato per l’uscita e del negoziato sui termini delle relazioni con l’Unione europea in futuro non ci saranno comunicazioni formali su Brexit”, indica una fonte europea. Dal momento della notifica dell’intenzione del Regno Unito di uscire dalla Ue scattano due anni di tempo per trovare un accordo con i 27: possono essere prorogati, ma dovranno essere i 27 capi di stato e di governo a farlo all’unanimità.

Un altro diplomatico parla apertamente di “anomalia” politico-istituzionale, un’anomalia che può diventare un problema enorme. L’anomalia consiste nel fatto che per tutto il lungo periodo del negoziato Londra partecipa a tutti gli effetti alle decisioni Ue, condizionando così il quadro politico-legale futuro dell’Unione della quale a un certo punto non farà più parte. Più prosaicamente la Ue rischia di trovarsi sotto ostaggio permanente. Però lo stesso discorso può valere per il Regno Unito per cui la situazione prossima ventura della Ue potrebbe essere descritta come un inedito ‘equilibrio degli ostaggi’.

Le varianti possibili sono moltissime: nella decisione rapida ai vertici dei Tories, per esempio, ha giocato moltissimo la scoperta che il paese si è risvegliato in una situazione di totale fragilità politica, economica e finanziaria. Meglio muoversi prima che si formi un’ondata di nuova disoccupazione. Una variante sulla quale nei ‘palazzi’ europei di Bruxelles c’è una certa preoccupazione è la tenuta del ‘fronte dei 27’. Ci si chiede, per esempio, se si può essere uniti nel negoziato con Londra su Brexit quando si è divisi su molto del resto: l’immigrazione soprattutto, le scelte di integrazione politica della zona euro, i negoziati commerciali, il ruolo della Commissione europea e la spinta a rafforzare – al contrario – soluzioni intergovernative.

Non solo: quanto peserà l’interesse (divergente) tedesco, francese e italiano a trarre il massimo vantaggio dal possibile trasferimento di sedi e attività finanziarie da Londra verso le rispettive capitali economiche (Francoforte, Parigi e Milano)? La cosa certa è che i negoziati con Londra non avverranno in un vuoto pneumatico e il rischio che il tavolo possa frantumarsi potrebbe non essere così insignificante. Ci si potrebbe trovare, in sostanza in un imbuto: per fronteggiare l’euroscetticismo la Ue dovrebbe convincere di essere non il problema bensì la soluzione per far uscire l’economia dallo stato di letargia, ridurre la disoccupazione, e tutto il resto; però il processo politico-istituzionale europeo può risultare ingessato dalla gestione di Brexit, opzione dovuta a quello stesso euroscetticismo che si vorrebbe contrastare. Una situazione da ‘Comma 22’ (circolo vizioso): per contrastare l’euroscetticismo la Ue deve funzionare, ma non può funzionare perché c’è euroscetticismo.