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LETTERA DA BRUXELLES Messaggio ambiguo dell’Ecofin, tutto sotto controllo….ma è meglio vigilare

C’è qualcosa che non torna nel messaggio che i ministri finanziari dell’Eurozona prima e dell’intera Unione europea il giorno dopo hanno inviato alle opinioni pubbliche e ai mercati: da un lato indicano che la ripresa economica continuerà e anzi si rafforzerà, dall’altro lato accentuano il fatto che I-sono aumentati i rischi di peggioramento delle prospettive di crescita globale e, soprattutto, indicano che è il momento di “non sottovalutare” le turbolenze dei mercati finanziari e di “restare vigili”. Volutamente i ministri si dichiarano tranquillissimi a proposito della stabilità bancaria. Il tentativo di smontare scenari allarmistici è chiaro. La cosa certa, però, è che l’incertezza sull’economia è massima ed è aggravata dall’accumularsi di fattori di crisi politico-istituzionali che al momento appaiono irrisolvibili nel breve periodo: uno per tutti la gestione dei flussi migratori che sta scuotendo le fondamenta non solo della Ue, ma del patto sociale che lega i cittadini in ogni Stato.

Il messaggio ambiguo porta la firma di Jeroen Dijsselbloem, che guida l’Eurogruppo. Prima ha raccontato che la crescita economica nell’area euro continua e anzi si rafforzerà nel corso dell’anno, poi ha evocato la novità dei rischi sistemici concatenati, quelli che partono dal rallentamento cinese, attraversano gli Stati Uniti con una crescita più bassa rispetto alle attese e finiscono con le turbolenze finanziarie dell’ultimo periodo. Poi, ancora, ha ricordato che oggi esistono strumenti che negli anni della crisi finanziaria e della recessione non c’erano, a cominciare dalla vigilanza e dalla risoluzione bancaria. Infine la conclusione in controtendenza: le turbolenze finanziarie non vanno prese sottogamba.

Delle due l’una: se la crescita in Europa è così forte, se le banche sono solide e, come dice Draghi, non hanno bisogno di rafforzare ulteriormente il capitale, perchè non aspettare che i mercati si calmino? La verità è che la preoccupazione per l’andamento dell’economia su scala globale e per quello che Dijsselbloem ha chiamato il “riprezzamento” del rischio (anche bancario) è massima. Nella zona euro ci sono due problemi in più. Il primo è che non c’è un fattore di punta che permetta di rilanciare la crescita a livelli tali da riassorbire la disoccupazione e l’inflazione. La Bce è stata in grado di evitare l’imbuto della deflazione, ma la manovra monetaria non è in grado di andare oltre.

Il secondo problema riguarda, appunto, le crisi di varia natura che si accumulano a strati e non trovano soluzione. Si tratta di crisi concatenate o comunque intrecciate. La più rilevante è l’immigrazione: potenzialmente per una società come quella europea che invecchia, velocemente con una crescita potenziale bassa, dovrebbe essere una risorsa.

La realtà però è diversa da uno schema teorico: la chiusura delle frontiere di mezza Europa (insieme con il rischio terrorismo) inciderà fortemente sull’attività economica, sugli spostamenti di milioni di persone, di milioni di tonnellate di merci, su interi settori economici (il turismo per citarne uno). C’è chi calcola una perdita fino a 100 miliardi l’anno. Inciderà soprattutto sulla fiducia dei consumatori già provati per le politiche di consolidamento dei bilanci pubblici e per gli anni di disoccupazione crescente che saranno assorbiti solo lentamente. In questo quadro il beneficio dei prezzi bassi del petrolio è destinato a essere poca cosa.

Brexit è un’altra incertezza di rilievo: sembra quasi uno scherzo che si debba correre un tale rischio in una situazione che richiederebbe (sempre in teoria) il massimo dell’apertura reciproca.

Le turbolenze finanziarie rischiano di avvelenare ancor più il pozzo della fiducia. E’ giusto ricordare che l’unione bancaria serve a evitare crisi e a gestirle, ma se poi la liquidità non viene trasmessa all’economia reale, non viene investita in attività reali la situazione non migliorerà. Se le banche sono travolte in Borsa si risponde che occorre avere fiducia nei nuovi strumenti europei di gestione delle crisi. Se ci sono preoccupazioni per le prospettive di crescita si ricorda che è stato confezionato il piano straordinario di investimenti da 315 miliardi di euro e che esiste la famosa flessibilità delle regole di bilancio proprio su investimenti e riforme strutturali. Peccato che gli effetti del piano Juncker si vedranno molto più avanti e comunque si tratta di una goccia a fronte delle necessità di ripresa degli investimenti in Europa. Quanto alla flessibilità sui bilanci si gioca su qualche manciata di miliardi. Importante naturalmente per un paese come l’Italia, ma non davvero in grado di costituire un appiglio per una crescita più spinta.