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Tassazione multinazionali sotto il tiro di Commissione e Parlamento, tocca al Belgio

Proprio nel giorno in cui la Commissione europea ha giudicato illegale la regalia fiscale del Belgio ad almeno 35 societa’ multinazionali in maggioranza europee (si tratta dell’esonero dell’imposizione sui ‘profitti in eccesso’), al Parlamento europeo avra’ luogo una audizione del commissario agli affari

fiscali Pierre Moscovici per discutere la strategia comunitaria sulla tassazione delle imprese e per contrastare l’elusione fiscale nel 2016, primo atto della commissione speciale sulle decisioni anticipate in materie fiscale (tax rulings) che continua a lavorare con un secondo mandato. E’

la dimostrazione che le istituzioni europee non mollano la presa sul contrasto dell’evasione. A fine ottobre l’Antitrust Ue aveva giudicato illegali gli accordi fiscali anticipati di Fiat Finance and Trade in Lussemburgo e Starbuck in Olanda. Le tre inchieste, sempre sui ‘tax rulings’, contro Apple in

Irlanda, Amazon in Lussemburgo e McDonald’s in Lussemburgo, sono tuttora in corso.

La decisione di oggi sul regime fiscale belga riguarda un ‘tax ruling’, ma di mira non vengono presi i prezzi di trasferimento di beni e servizi oggetto delle inchieste su Fiat, Starbucks, Amazon, McDonald’s e Apple. E’ stato preso di mira un regime particolare, unico, che permette alle

multinazionali di vedersi ridurre gli utili effettivi di oltre il 50% e in alcuni casi anche del ‘90%, con pingui sconti sull’imposizione. Le imprese europee dovranno restituire complessivamente mezzo miliardo a fronte di un cifra totale di 700 milioni di euro. Secondo indicazioni di stampa tra le societa’ coinvolte ci sono anche Ab InBev e British American Tobacco. In ogni caso, non ci sono aziende italiane.

Le norme fiscali del Belgio prevedono che la tassazione sulle societa’ sia fondata sugli utili effettivamente derivanti da attivita’ esercitate nel paese. Dal 2005, pero’, il regime sugli utili

in eccesso ha consentito alle societa’ multinazionali di ridurre la propria base imponibile per i presunti utili in eccesso sulla base di ‘ruling fiscali’ vincolanti, di norma validi per quattro anni e con possibilita’ di rinnovo. Il profitto in eccesso risulta dalla differenza tra quelli effettivamente registrati dalla multinazionali e quelli medi ipotetici che una societa’ singola avrebbe realizzato in una situazione analoga. Tale regime e’ tanto unico, che per propagandarlo le autorita’ del Belgio hanno coniato lo slogan :”Solo in Belgio”.

Come al solito la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, danese, e’ stata molto sobria nel presentare alla stampa le dure conclusioni dell’inchiesta sul Belgio. Mentre il governo indicava di non escludere la possibilita’ di un appello, Vestager ha confermato la linea della Commissione: rigorosa nell’applicazione delle norme sugli aiuti di Stato in materia fiscale, senza sbavature e polemiche di qualsiasi sorta. Cosi’ ha ripetuto per l’ennesima volta che, riferendosi al caso Apple, “non colpiamo le societa’ sulla base della loro nazionalita’, ma sotto il profilo delle pratiche anticoncorrenziali” se ve ne sono”. E ha ironizzato pure sul concetto di paradiso fiscale, rovesciandolo: il vero paradiso fiscale e’ quello in cui si pagano le tasse. Poi ha confermato che a fine mese sara’ presentato un nuovo ‘pacchetto’ di iniziative per combattere l’elusione fiscale da parte delle societa’ nella Ue e nel mondo: principio di base, tutte le societa’, grandi e piccole, devono pagare le tasse laddove realizzano i propri profitti. Entro l’anno sarà  una nuova proposta per la base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle societa’.

Ironia a parte, per ragioni giuridiche (l’obbligo di applicare la legge europea), per ragioni politiche (la giustizia fiscale e’ diventato elemento costitutivo della tenuta dei governi) e per ragioni economiche (gli Stati non hanno piu’ margini nel bilancio per finanziare regali’e) la linea comunitaria e’: proseguire nelle inchieste aperte fino in fondo. Ai risultati e’ legato direttamente anche il ruolo personale del presidente della Commissione Jean Claude Juncker, che nel suo ventennio di guida del Lussemburgo non puo’ essere certo considerato estraneo al ruolo del Granducato quale piattaforma internazionale dei vantaggi fiscali. Il 2015 e’ stato un anno molto importante per la storia fiscale europea e lo dimostra la rapidita’ con cui, a inchieste Antitrust ancora aperte, la Ue – dopo aver chiuso il capitolo del segreto bancario – ha deciso di rendere obbligatorio lo scambio automatico di informazioni sui ‘tax rulings’ tra amministrazioni fiscali (entrera’ in vigore nel 2017 e avra’ una retroattivita’ di cinque anni).

Questo e’ il contesto in cui si muove anche il Parlamento, che si occupa di evasione fiscale con molta determinazione da quando e’ scoppiato lo scandalo LuxLeaks. I parlamentari hanno convocato i dirigenti di decine di multinazionali, c’e’ stata molta polemica, molte di queste inizialmente si sono sottratte al confronto pubblico con i deputati europeo, poi hanno cambiato idea per evidenti ragioni di immagine. Ora la commissione parlamentare speciale comincia il secondo mandato (sei mesi) con diversi obiettivi: indagare sull’effettiva cooperazione fiscale tra gli Stati, sull’applicazione degli obblighi di informazione sulle decisioni anticipate (tax rulings), verificare se gli Stati si astengono da “qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione”.

Quest’ultimo e’ un punto fondamentale. Il mandato della commissione speciale indica con

precisione che cosa e’ in gioco: il contrasto della cosiddetta pianificazione fiscale aggressiva. E’ una forma di evasione che si realizza sfruttando le differenze tra i diversi regimi fiscali nazionali con lo scopo di ridurre in modo considerevole l’imposizione sul reddito attraverso lo spostamento dei profitti, una delle cause dell’erosione della base imponibile. Il documento che definisce la missione della commissione europarlamentare si riferisce esplicitamente “alla pianificazione fiscale aggressiva su vasta scalaagevolata da taluni Stati membri” e alle “conseguenze verosimilmente significative che cio’ ha avuto sulle finanze pubbliche dell’Unione”. Varie volte gli europarlamentari hanno indicato la

necessita’ di contrastare una “eccessiva” concorrenza fiscale tra gli Stati, non sono mai riusciti a mettersi d’accordo, pero’, su che cosa cio’ significa in relazione ai livelli di tassazione, che restano di stretta competenza degli Stati. L’intento resta generico.