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LETTERA DA BRUXELLES Studio Fmi, su bilanci procedure più veloci e più controllo europeo

Le regole della supervisione europea sui bilanci pubblici sono troppo macchinose e dovrebbero essere semplificate. Le recenti riforme della ‘governance’, però, ne hanno rafforzato l’applicazione anche se le nuove procedere possono risultare insufficienti ad assicurare la loro “assoluta imparzialità” ed eliminare la percezione che alcuni grandi paesi sono trattati con indulgenza”. E’ questa la conclusione cui arrivano gli economisti del Fondo monetario internazionale in uno studio sul funzionamento del ‘patto di stabilità’. Attualmente i governi dell’Eurozona sono ancora in mezzo al guardo, non solo per il Fmi sono possibili alcuni miglioramenti, ma sono anche necessari per rafforzare la credibilità e l’operatività del sistema di ‘governance’ economica. Tra i rimedi, procedure per le violazioni delle regole più automatiche e più rapide lasciando la discrezionalità nella decisione sulle sanzioni, controlli più estesi a livello europeo sulle scelte nazionali. Al Fondo monetario non ci sono ‘fan’ della ‘golden rule’: meglio praticare la strada intrapresa con il ‘piano Juncker’ per gli investimenti attraendo capitale privato.

L’analisi contenuta nel ‘working paper’ Fmi dei due economisti di Washington Luc Eyraud e Tao Wu non sembra tenere nel dovuto conto le ultimissime decisioni della Commissione europea sulla nuova ‘metrica’ dell’analisi economica. Questa ha aperto indubbi margini di manovra sulla misura degli aggiustamenti di bilancio necessari, sulla valutazione dell’impatto della differenza tra crescita potenziale e crescita effettiva, degli spazi di flessibilità per favorire gli investimenti pubblici e le riforme economiche. D’altra parte, si tratta di procedure che non possono essere ancora studiate e analizzate nei loro effetti dal momento che la nuova fase di attuazione più flessibile delle regole di bilancio è appena cominciata.

I due economisti Fmi indicano in ogni caso che “focalizzandosi sui vincoli annuali o di breve termine, il patto di stabilità può limitare lo spazio disponibile per introdurre riforme strutturali e favorire la crescita” e che “l’evidenza mostra come alcune riforme specifiche comportino grandi costi misurabili a breve termine”. In sostanza, va sempre ricordato che “le riforme strutturali non danno benefici massimi quando l’economia è debole: quando la domanda è depressa allentare la protezione dell’occupazione può non stimolare la creazione di posti di lavoro o aumentare l’età pensionabile può solo far aumentare il numero dei disoccupati”. Ecco perché molti economisti raccomandano che le riforme strutturali siano “affiancate” da politiche per sostenere la domanda aggregata. Politiche di cui, consequenzialmente, anche le scelte di bilancio devono tenere conto.

Eyraud e Wu non danno credito alla soluzione ‘golden rule’, cioè l’esclusione secca degli investimenti dal calcolo del deficit ai fini della sorveglianza europea. La ‘golden rule’ indebolisce il legame tra obiettivi di bilancio e debito e poi non necessariamente la spesa in conto capitale è produttiva mentre altre spese, come quelle per salute ed educazione, possono aumentare la produttività e la crescita potenziale anche in misura maggiore. “Un approccio migliore è aumentare la capacità del ‘centro’ di finanziare un fondo pubblico europeo per le infrastrutture” (in tale direzione va appunto il ‘piano Juncker’).

I due economisti insistono su una tesi già avanzata pubblicamente dal Fondo monetario: il quadro europeo attuale di controllo dei conti pubblici degli Stati membri “prevede una pletora di obiettivi operativi”: il 3% nominale di deficit/pil, il riferimento della spesa, gli obiettivi di deficit in termini strutturali (al netto dell’effetto del ciclo economico), vari altri indicatori di bilancio strutturale. Più, recentemente, il criterio del debito reso per la prima volta operativo. Il loro numero andrebbe ridotto focalizzandosi su quelli più rilevanti. L’ancora “naturale” per le aspettative è il rapporto debito/pil mentre il tetto massimo all’aumento delle spese legato alla crescita potenziale “può sembrare” il parametro migliore per definire lo sforzo di aggiustamento dei conti. Oltretutto sarebbe facile da comunicare all’opinione pubblica e permette  flessibilità in caso di choc economici. La conclusione sul ‘parametro preferito’ non è secca: dati gli errori e le incertezze sulla stima della crescita potenziale e del bilancio in termini strutturali (più volte messa in luce e posta all’attenzione dell’agenda Ecofin da parte italiana nei mesi scorsi) la regola della riduzione di un ventesimo l’anno della parte eccedente il 60% del debito/pil potrebbe risultare “un obiettivo e un punto di riferimento semplice per misurare i progressi del consolidamento” del bilancio. L’unico.

Tre le ‘piste’ possibili per rafforzare la ‘governance’. La prima è un’automatismo più intenso nelle procedure, con una accelerazione nel caso in cui uno Stato si rendesse responsabile di falsificazione dei conti, attribuendo alla Commissione la decisione di imporre sanzioni direttamente con il solo diritto di veto da parte dei ministri deciso all’unanimità. La seconda è una serie ampia di sanzioni da non imporre quando l’economia va male, ma quando va bene (accesso ridotto ai fondi europei e ad altri sostegni finanziari). Quando l’economia va male andrebbero previste solo sanzioni politiche (limitazione dei diritti di voto al Consiglio) sulle quali gli economisti del Fondo ammettono che il margine di manovra è pressoché inesistente a causa di “vincoli politici e democratici”. La terza ‘pista’ prevede controlli a livello europeo “più estesi”, con un potere di controllo “direttamente dal centro”. Anche qui le ‘chance’ di successo sono al momento politicamente inesistenti perché il maggiore controllo dal centro implicherebbe “la perdita permanente di sovranità di bilancio per i membri della zona euro per esempio nel caso in cui il ‘centro’ avesse un potere di veto sui bilanci nazionali”. Attualmente la Commissione può soltanto chiedere di correggere i progetti di bilancio: il rischio per il parlamento e il governo che se ne infischiano è soltanto di tipo reputazionale. Il che naturalmente non è poi da prendere sottogamba.