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Ok a piano Juncker, a gennaio negoziato su “sconto” per i bilanci pubblici

Il piano Juncker avrà l’appoggio convinto dei Ventotto capi di Stato e di Governo della Ue, riuniti nella capitale belga per una manciata di ore. Stando alle conferme non ufficiali delle ultime ore, il Vertice europeo dovrebbe concludersi nella tarda serata. D’altra parte non c’è molta ‘carne al fuoco’ anche se i piatti da preparare sono particolarmente difficili: come rilanciare gli investimenti vincendo le attitudini deflazioniste dilaganti in Europa, come aggiornare (o correggere radicalmente) la strategia di relazioni con la Russia. Su entrambi i temi non ci sono da aspettarsi novità sconvolgenti rispetto alle attese. Il ‘piano Juncker’ che nelle intenzioni moltiplicherebbe un euro di capitale pubblico per 15 mobilitando capitale per investimenti fino a 315 miliardi in tre anni con solo 21 miliardi di euro pubblici dovrebbe partire a metà giugno. Non è chiaro se e quanti Stati parteciperanno al finanziamento diretto del Fondo per gli investimenti strategici: prima i governi, innanzitutto quello italiano, vogliono avere la certezza che tale spesa non conterà ai fini della vigilanza europea sui bilanci pubblici. I dettagli saranno discussi e negoziati a gennaio.

Lo sdoganamento del piano Juncker suggella il cambiamento di fase della politica economica europea. O, meglio: crea le basi per un’azione economica della Ue in quanto tale, dato che finora hanno funzionato solo i pilastri della politica monetaria e del coordinamento delle politiche di bilancio nell’unica versione dell’austerità. “Per capire il passaggio di fase basta ricordare che sei mesi fa nelle riunioni dei capi di Stato di di Governo destava quasi orrore affermare che ci trovavamo ancora nel pieno della crisi, cioè in una stagnazione economica oppure destava malumore in una parte dei leader avanzare l’esigenza di flessibilità nell’interpretazione delle regole europee”, spiega una fonte diplomatica di ‘prima fila’.

Nelle riunioni preparatorie del Vertice, la Germania ha cercato di evitare che nel comunicato finale apparissero formulazioni eccessivamente vincolanti proprio sul piano Juncker in relazione alla flessibilità sui bilanci pubblici. Un’altra fonte ha spiegato che “l’Italia avrebbe cercato di inchiodare la riunione per ore e ore se si fosse tornati indietro rispetto alla proposta avanzata dalla Commissione”. Al tavolo dei Ventotto è arrivata sostanzialmente la formulazione di Juncker: “La Commissione ha indicato l’intenzione di tenere una posizione favorevole verso i contributi di capitale degli Stati nel contesto della valutazione delle finanze pubbliche”. In sostanza, i contributi diretti degli Stati al Fondo per gli investimenti strategici saranno trattati come i contributi all’European Stability Mechanism (Esm), che presta i soldi ai paesi da salvare, saranno considerati misure una tantum, che non incidono ai fini delle decisioni sulle procedure di violazione del patto di stabilità. Segnalare che la Commissione intende trattare favorevolmente quella spesa non è proprio un assegno in bianco, ma questi sono gli spazi di manovra di Juncker e dei suoi commissari.

Un’altra cosa è la spesa pubblica per gli investimenti, che Matteo Renzi ripropone costantemente come la ‘fase 2’ del processo avviato con il piano Juncker: su tale ‘golden rule’ non c’è accordo, la Germania resta contraria. Angela Merkel è rimasta da sola a evocare la necessità di rispettare “pienamente” il patto di stabilità riflettendo anche un no alla ‘golden rule’.

I governi aspettano di vedere scritta nero su bianco la posizione della Commissione europea sulla “flessibilità” prevista sugli investimenti, affinchè non ci siano dubbi. Per questo non forniscono indicazioni chiare sull’eventuale partecipazione al capitale del Fondo per gli investimenti strategici. Ma vogliono anche capire se a fronte del versamento di una quota di capitale quale sarà il ritorno per il paese in termini di progetti investiti. Questa è la posizione italiana come francese e di altri paesi. Francois Hollande ha comunque evocato la possibilità di “aggiungere” crediti e investimenti, Matteo Renzi non lo ha fatto preferendo restare nel vago. Il ministro dell’economia Padoan ha sempre rimandato un giudizio in attesa di leggere la proposta della Commissione. La cosa certa è che Juncker continua a ribadire la necessità di un intervento degli Stati per “rafforzare” l’operazione.

Il Fondo per gli investimenti si basa su 16 miliardi di garanzie provenienti dal bilancio Ue e da 5 miliardi freschi della Bei. E’ ancora incerto se il moltiplicatore 1 a 15 permetterà di arrivare in tre anni da una ‘base’ di 21 miliardi di cui 5 freschi a un valore di investimenti complessivi di 315 miliardi (dunque per la grandissima parte si tratta di capitali privati). Ecco perché Juncker non molla la pressione sui governi. Il vicepresidente per la crescita Jyrki Katainen ha cominciato un lungo giro per l’Europa e alcune piazze finanziarie del mondo (dall’Asia agli States) che lo impegnerà per diverso tempo con un solo scopo: convincere chi gestisce grandi che investire nei progetti di importanza europea nelle tlc, nei trasporti, nell’energia, nell’educazione è un affare e che vale la pena partecipare. Se i governi ci mettessero dei soldi freschi l’operazione avrebbe ancora più credibilità. Se non lo faranno tutto sarà più difficile.

Da parte privata, però, arrivano segnali che chiedono una risposta: si teme che arrivino in porto progetti condizionati da interessi e obiettivi politici. Non è un caso che oggi il presidente della Bei Werner Hoyer abbia spiegato e rispiegato che “la selezione dei progetti non deve essere influenzata da pressioni politiche e i finanziamenti devono andare solo ai progetti sostenibili”.  E che il nuovo Fondo “avrà una struttura di governance dedicata per assicurare che si concentri su progetti a maggior rischio usando criteri trasparenti: tutti gli investitori vedranno garantita un’equa selezione di progetti basata sul merito tecnico di ogni proposta e su una valutazione accurata del rischio”.