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LETTERA DA BRUXELLES Piano Juncker e bilanci 2015, il rischio della “trappola della timidezza”

Che la Commissione Juncker abbia imboccato una via diversa dalla Commissione Barroso è evidente. Che riesca a uscire da quella che può essere chiamata “trappola della timidezza” non è certo. Sia il piano per gli investimenti con la creazione di un Fondo europeo specifico sia le decisioni sulle leggi di bilancio, con il rinvio del giudizio definitivo per Francia, Italia e Belgio (questo l’ordine gerarchico del rischio di violazione delle regole europee) riflettono chiaramente il tentativo di spostare la barra del timone delle politiche europee sull’azione per la crescita. Ma di fronte alla profondità della stagnazione economica se non alla prossimità di un periodo di deflazione rischiano di essere passi insufficienti. Appunto, troppo timidi.

A parlare di trappola della timidezza, criticando anche la gestione europea della crisi, è stato recentemente Paul Krugman. Si tratta, secondo l’economista americano, della “tendenza dei decisori politici con idee giuste in linea di principio a produrre mezze misure nella pratica”. Naturalmente è prematuro concludere che il ‘piano Juncker’ nasce monco e che con sole azioni di ingegneria finanziaria non si andrà molto lontano. Ma il fatto che lo stesso neopresidente della Commissione abbia rivolto un accorato appello ai governi affinché versino direttamente capitali freschi nel Fondo europeo per gli investimenti e sia già stata dichiarato la massima disponibilità a ricevere sostegni anche da investitori privati, dimostra come il ‘piano Juncker’ sia ancora un cuccioletto. I tempi della crescita non sono certi.

Non è tanto (o non è solo) il moltiplicatore 1 a 15 (un euro pubblico sarebbe in grado di mobilitare fino a 15 euro) a destare qualche perplessità. Per certe operazioni che prevedono l’acquisizione di quote di partecipazione a progetti di investimento il moltiplicatore è risultato anche superiore come dimostra l’esperienza della stessa Banca europea degli investimenti. Il problema riguarda piuttosto il contesto economico nel quale si tenta la via della nuova strumentazione finanziaria: funzionerà in una situazione in cui gli “spiriti” deflazionistici restano potenti e persistono anche se l’Eurozona non entrerà tecnicamente in una fase di deflazione conclamata? La novità sulla quale si fonda l’effetto leva del ‘piano Juncker’ è l’enorme liquidità dovuta politiche monetarie accomodanti che, come ha recentemente indicato la Banca dei Regolamenti Internazionali, “incoraggiano l’assunzione di rischio e la ricerca di rendimento e hanno continuato a favorire valutazioni elevate dei prezzi delle attività” finanziarie. Si tratta di vedere se l’”invito” rappresentato da 16 miliardi di garanzie provenienti dal bilancio Ue per fronteggiare le prime perdite e dei 5 miliardi freschi della Bei basterà ad avviare il circolo virtuoso.

Circolano due convinzioni. La prima è che senza l’apporto degli Stati al nuovo Fondo per gli investimenti, la credibilità dell’operazione sarà piuttosto bassa. La seconda convinzione è che occorre far entrare nel ‘circuito’ altri soggetti. Per questo il ‘falco’ Jyirki Katainen, responsabile delle politiche per la crescita della Commissione europea, comincerà a metà dicembre una serie di viaggi in giro per le piazze finanze finanziarie internazionali e città considerati cruciali sia a Est che a Ovest. Comincerà non si sa perché da Bucarest, ma i suoi obiettivi sono altri: Londra, Wall Street, le piazza finanziarie asiatiche. Katainen deve “vendere” il ‘piano Juncker’ agli investitori finanziari esteri. Il grado di attrazione delle operazioni di finanziamento dell’Esm e dell’Efsf rappresenta un buon punto di partenza. Gli investitori asiatici rappresentano di solito il secondo investitore più importante nelle emissioni di bond dopo quelli dell’Eurozona.

Dall’angolo di visuale dei governi Eurozona, più che di timidezza si dovrebbe parlare di prudenza massima, se non di reticenza, sulla loro partecipazione diretta al Fondo per gli investimenti. La questione è la seguente: perché contribuire direttamente se non c’è la certezza di un ritorno sui progetti nazionali? Lo staff di Juncker l’ha spiegata così: “Occorre che i governi capiscano una volta per tutte che in questa fase va premiata la dimensione europea delle iniziative per la crescita, se la Francia cresce un po’ di più ciò farà bene all’Italia, se l’Italia cresce un po’ di più ciò farà bene alla Spagna, e via dicendo….”. Tutto vero, ma un tale approccio appare un po’ troppo facilone. Il ministro Pier Carlo Padoan vuole vederci chiaro, il suo collega francese Michel Sapin non è meno cauto. L’Italia ha rilanciato cercando di spingere la discussione oltre la flessibilità indicata da Juncker con l’obiettivo di non contare per la valutazione del consolidamento di bilancio non solo i contributi degli Stati al fondo per gli investimenti, ma anche la quota nazionale dei progetti co-finanziati con soldi Ue. Una ‘golden rule’ applicata ai progetti finanziati con fondi europei. Per ora non sembra esserci molto spazio, ma la questione è sul tavolo della Commissione europea. Katainen fa sbarramento, e non solo lui: “Se parliamo di ‘golden rule’ allora perché non togliere le spese per l’educazione, per la Difesa?”. Non ci si fermerebbe più.

Poi non è chiaro il dettaglio sulla ‘flessibilità’ per i contributi diretti al Fondo. Avranno un trattamento favorevole, c’è scritto nei documenti ufficiali. Juncker ha spiegato che non saranno calcolati quando si tratta di decidere se un paese ha raggiunto o meno gli obiettivi di bilancio: se non si raggiunge una certa soglia a causa di quella spesa, non scatta alcuna procedura di sorveglianza speciale o richiesta di manovre finanziarie aggiuntive. Non è chiaro se dovranno essere cambiare le regole di contabilità Eurostat.

Per quanto concerne i bilanci pubblici la scelta di campo della Commissione europea è chiaramente “flessibilista”. Che il rinvio della verifica definitiva a marzo per Francia, Italia e Belgio venga motivato con l’insufficienza di dati sufficientemente credibili sull’andamento dell’economia, cosa peraltro assennata, non cambia situaziome: Bruxelles aspetta di vedere l’esito delle misure di consolidamento prese e delle riforme strutturali avviate nella speranza che gli effetti di queste avvicini quei paesi agli obiettivi di bilancio. E’ Parigi a correre più rischi perché, trovandosi da anni in procedura per deficit eccesivo, la prossima mossa della Commissione potrebbero essere le sanzioni. Italia e Belgio, sotto tiro per il debito, non sono in procedura per cui hanno più margini di manovra. Ci si chiede però legittimamente che cosa possa cambiare di sostanziale in tre mesi: con ogni probabilità poco. Anche se quel poco dovesse bastare a Italia, Francia e Belgio a superare l’esame di marzo, si potrà dire che l’impianto del patto di stabilità funziona a meraviglia?

Juncker e Moscovici (commissario agli affari economici) hanno promesso una comunicazione sulla flessibilità delle regole sui bilanci per l’inizio dell’anno. Secondo quanto risulta non sembrano esserci in cantiere idee ‘rivoluzionarie’ come potrebbe essere per esempio quella di interpretare in modo più completo e approfondito la clausola delle condizioni economiche ‘estreme’. Con le regole attuali è possibile dare più tempo ai paesi per centrare gli obiettivi di bilancio in caso di “severa contrazione dell’economia” della Ue o dell’Eurozona. Per severa contrazione si intende recessione. Ma stare sul ciglio della deflazione e di una stagnazione prolungata, o rischiare una “severa contrazione dell’economia” è forse meno pericoloso? Dovrebbero esserci indicazioni più precise su come valutare l’impatto delle riforme strutturali, il tema sul quale è massima l’attenzione dell’Italia. Nelle norme europee si fa esplicito riferimento solo alla riforma delle pensioni ed è chiaro che lo spettro degli interventi strutturali va ampliato. Il problema è che l’analisi tecnica dell’impatto delle riforme strutturali indirette sul bilancio pubblico è cosa estremamente complicata.