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Piano Juncker, in Parlamento si apre la battaglia sulla ‘golden rule’

Il piano Juncker per sostenere investimenti per 300 miliardi non è ancora stato pubblicato (probabilmente lo sarà lunedì o martedì prossimi) e già si è aperto il negoziato politico per correggerlo o quantomeno condizionarne la stesura finale che sarà oggetto di discussione tecnica e politica tra i commissari europei nel weekend e all’inizio della settimana. Il gruppo socialista al Parlamento Ue ha detto chiaro e tondo che non sosterrà un piano di investimenti “finto” fondato su fondi riciclati. E che occorre un elemento fondamentale: il denaro pubblico sborsato dagli Stati per i progetti europei “non deve essere calcolato nel deficit” ai fini delle regole del patto di stabilità. E’ una forma di “golden rule”, finora sempre respinta da molti governi, Germania in primo luogo. Respinta dal gruppo liberale. Dal canto suo il Partito popolare non partecipa alla discussione: aspetta che la Commissione presenti le sue proposte.

Il ‘piano’ socialista prevede la creazione di un fondo speciale europeo di 400 miliardi con capitale pubblico versato di 100 miliardi in grado di moltiplicare apporti per investimenti per 1,25. Il Pse ritiene “non realistico” un moltiplicatore fino a 10 (un euro di capitale pubblico attrae capitale privato in modo di moltiplicare per dieci l’ammontare dell’investimento) sul quale si baserebbe la proposta Juncker. L’articolazione dello strumento finanziario si avvicina molto alla proposta della Commissione i cui termini stanno circolando da alcuni giorni e sulla quale il presidente Jean Claude Juncker ha sondato i principali gruppi parlamentari. L’idea è un nuovo strumento separato dalla Banca europea degli investimenti per preservare il mantenimento della tripla A che permette alla Bei di raccogliere fondi sul mercato a costi più bassi.

L’idea del Pse è un capitale versato di 10 miliardi con una capacità finanziaria pubblica di un totale di 400 miliardi grazie alla raccolta potenziale di 300 miliardi sul mercato. A questi 400 miliardi il Pse ritiene  che “realisticamente” possano essere aggiunti investimenti privati per 100 miliardi. Poi si aggiungono altri due ‘pezzi’. Uno sarebbe costituito dall’attuale Fondo salva-Stati Esm: l’attuale capacità di 75 miliardi può servire da garanzia per 150 miliardi di investimenti. L’altro ‘pezzo’ riguarda la Bei: usando i profitti e i dividendi per 38 miliardi possono essere attratti 114 miliardi fondi privati (moltiplicatore 1 a 4). Complessivamente, dunque, il valore del piano sarebbe di circa 800 miliardi per il periodo 2015-2020. “C’è bisogno di una terapia choc con denaro fresco pubblico e privato, di un nuovo strumento finanziario europeo e dell’adozione della clausola degli investimenti associata al piano Juncker, non è più il tempo di stare in mezzo al guado, ma di avere coraggio”, ha indicato il capogruppo Pse Gianni Pittella.

Anche il gruppo liberale vuole un Fondo di investimenti europei e ha dei dubbi sul meccanismo al quale sta lavorando Juncker in relazione alla quantità dei fondi nuovi in cantiere. Il nuovo strumento finanziario Ue dovrebbe poter mobilitare a termine 700 miliardi, pari al ‘buco’ degli investimenti in Europa. Le sue operazioni sarebbero garantite dagli Stati. Il centro motore sarebbe la Bei dato che “i  prestiti contratti sul mercato a livello europeo sono fiscalmente neutrali per gli Stati e garantirebbero sufficienti livelli di capitale che non potrebbe mai derivare attraverso la flessibilità del patto di stabilità”. I ritorni dagli investimenti nel Fondo sarebbero esentati dalla tassazione sul capitale. Per evitare il rischio che gli Stati finanzino progetti non economicamente fondati, dovranno garantire la parte più rischiosa dell’investimento privato corrispondente all’8% del finanziamento con debito junior. Un ulteriore 8% in una ‘tranche’ mezzanina sarebbe garantita dalla Bei e una seconda ‘tranche’ mezzanina del 4% sarebbe garantita dall’Esm. Il restante 80% sarebbe finanziato dal settore privato con una ‘tranche’ senior.

Infine l’aspetto fiscale. Il capogruppo liberale Guy Verhofstadt ha spiegato che occorre essere “realisti” perché il nuovo fondo europeo per gli investimenti non sarà operativo in tempi rapidi mentre occorre un’azione immediata per sostenere famiglie e pmi “attraverso un taglio fiscale su scala europea”. L’idea è finanziare il taglio con emissione di bond Bei per 200 miliardi di euro per finanziare la spesa degli Stati per investimenti in infrastrutture in cambio di riduzioni fiscali per famiglie e pmi. A termine gli Stati sarebbero obbligati a destinare le entrate future al rifinanziamento degli investimenti Bei non coperti dagli incassi derivanti dall’uso delle infrastrutture. I progetti socialista e liberale divergono su un punto di fondo: la creazione di nuovo indebitamento pubblico. Per Verhofstadt il piano del Pse “è in aperta contraddizione con il patto di stabilità, gli Stati non dovrebbero creare più debito, sarebbe ingannare noi stessi”. In questi giorni il Ppe è piuttosto silenzioso: essendo il partito di Juncker preferisce aspettare la pubblicazione ufficiale del piano per gli investimenti. E’ noto comunque che il Ppe è allergico alla ‘golden rule’ sugli investimenti.