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LETTERA DA BRUXELLES – Accesso al credito difficile per le pmi ancora per molto tempo

Quanto durerà il ‘credit crunch’ per le piccole e medie imprese europee? Tanto, è la risposta della Commissione europea. Sicuramente almeno un anno. Perché si riaprano i rubinetti delle banche, visto che per le pmi la banca resta la fonte di finanziamento esterno più importante, occorre aspettare che cominci a funzionare l’impianto della supervisione bancaria unica, sia stata fatta pulizia nei bilanci delle banche con una nuova ondata di ricapitalizzazioni, si materializzino e abbiano effetto le misure di sostegno alla ripresa decise dall’Unione europea attraverso la Banca degli investimenti e l’azione più o meno coordinata dei ‘fondi sovrani’ europei (dalla tedesca Kfw alla francese Caisse Depot et Consignation all’italiana Cassa Depositi e Prestiti). E’ quanto risulta da un’interessante analisi contenuta nel complesso rapporto di previsione economica d’autunno pubblicato dalla Commissione questa settimana.

  Gli economisti della Dg affari economici – lanciano un vero e proprio allarme: le piccole e medie imprese “resteranno molto probabilmente in una posizione di debolezza in termini di finanziamento nel confronto con le grandi imprese perche’ la loro elevata dipendenza dal credito bancario implica che il finanziamento esterno potrà fondarsi sulla piena sistemazione dei bilanci nel settore bancario”. Qui siamo nel cuore della cosiddetta ‘frammentazione finanziaria’ nell’Eurozona, quel fenomeno per cui le differenze di funzionamento dei mercati finanziari nei diversi paesi sono tali e tante che le banche localizzate nei paesi vulnerabili (Spagna, Grecia, Irlanda, Portogallo e anche Italia) hanno più difficoltà a ottenere finanziamenti dalle loro controparti in altri stati. E’ questo che impedisce alla politica monetaria accomodante di produrre effetti benefici sui tassi sui prestiti mentre il volume di prestiti alle società non finanziarie cala drasticamente (in particolare in Spagna, Portogallo e Grecia).
  E’ un tunnel dal quale non si uscirà presto. Varie misure sono state decise e sono in corso di attuazione per fronteggiare questa ‘frammentazione’ e la fragilità del sistema bancario. Prima fra tutte la creazione del sistema unico di sorveglianza sotto la Bce. Requisiti di capitale più stretti per le banche favoriranno l’aggiustamento dei bilanci (ma non sono pochi a osservare che proprio il  rafforzamento del patrimonio e delle difese anti-rischio, segnala la Commissione, “possono ridurre temporaneamente la volontà delle banche di prestare denaro alle piccole e medie imprese”). Poi ci sono le proposte per rendere le pmi meno dipendenti dalle banche, ma un mercato di questo tipo non nasce dal poco o dal nulla in tempi rapidi (basti pensare alle scarse dimensioni del ‘venture capital’ in Europa e nell’Eurozona in particolare rispetto a quelle negli Stati Uniti).
 Il problema, riconosce la stessa Commissione, è che tutto questo avrà effetto “solo nel medio termine”. La Bce diventerà operativa come supervisore bancario a novembre 2014. La riparazione dei bilanci delle banche dovrebbe essere completata più o meno entro tale scadenza. A sostenere la fiducia tra banche e tra banche e imprese medio-piccole servirà il complesso sistema per gestire ristrutturazioni e fallimenti. Si spera che per allora i governi avranno trovato l’accordo per ricorrere se necessario al Fondo salva-stati (Esm) per ricapitalizzare direttamente le banche. Per le grandi imprese il discorso è diverso perché già ricorrono direttamente al finanziamento di mercato e, in ogni caso, è il settore delle pmi che evidenzia il maggior numero di casi rifiuto di finanziamento rispetto alle grandi imprese.
  L’analisi della Commissione evidenzia anche un altro dato interessante: secondo una stima delle differenze in Francia, Italia e Spagna tra i tassi di prestito attuali praticati dalle banche alle imprese e i tassi ipotetici azzerando rischio sovrano e rischio di stress bancario, facendo finta che questi due rischi non esistessero), i tassi in Italia e Spagna risultano fra 100 e 200 punti base più alti del loro valore “teoricamente giustificabile”. Ecco perché gli ‘spread’ sono importanti.