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LETTERA DA BRUXELLES Vertice Ue non farà chiarezza su termini flessibilità consolidamento

Piedi di piombo, ma flessibilità garantita. Obiettivo: tenere in equilibrio il risanamento di bilancio e misure pro crescita.  Non come svolta strategica, un messaggio politico che possa essere interpretato come un classico ‘liberi tutti’, ma caso per caso. Che poi i casi aumentino è un altro discorso. E quasi un ‘si fa, ma non si dice’. E’ ciò che sta accadendo sui tempi del consolidamento dei conti pubblici nei paesi chiave della crisi dell’Eurozona e sul modo in cui saranno fatti i calcoli su deficit e debito ai fini della vigilanza economica europea. Per paesi come Portogallo e Spagna si tratta di nuovo sul calendario degli obiettivi di deficit. Per Irlanda e ancora il Portogallo sull’estensione dei prestiti di salvataggio. Per la Francia si tratterà per il deficit a certe condizioni. Forse anche per l’Italia per quanto concerne il riconoscimento per le riforme strutturali e magari anche il pagamento delle imprese creditrici da parte dello Stato debitore (a patto che ci sia un governo con il quale poterlo fare). Il vertice Ue della prossima settimana, però, non farà molta chiarezza. Tali indicazioni saranno confermate con un linguaggio in cui ciascuno potrà vedere la cosa opposta vista da un altro.



 Il paragrafo 3 della bozza di conclusioni della riunione dei Capi di Stato e Governo europei (14-15 marzo) è un capolavoro di ‘bruxellese’. “E’ in corso un sostanziale progresso verso bilanci pubblici strutturalmente equilibrati, progresso che deve continuare. Il Consiglio europeo indica in particolare la necessità di un consolidamento di bilancio differenziato e favorevole alla crescita economica, ricordando le possibilità offerte dalle regole attuali del patto di stabilità e crescita e dal Trattato sulla stabilità (fiscal compact – ndr). Ciò deve essere accompagnato da un mix appropriato di misure di spesa e di entrate, inclusa l’attuazione di misure mirate a breve termine per aumentare la crescita e i posti di lavoro, in particolare per i giovani, e la scelta degli investimenti prioritari favorevoli alla crescita. Nel contesto del difficile consolidamento dei bilanci è importante assicurare che le imprese paghino la giusta quota di imposte. Il Consiglio europeo invia a rinnovare gli sforzi per migliorare l’efficienza della riscossione delle imposte e il contrasto all’evasione anche per quanto concerne gli accordi con i paesi terzi…”.
  Come si vede, si tratta di concetti e indicazioni che uno in fila all’altra danno l’impressione di fornire un quadro chiaro, quando si passa ai contenuti ognuno può infilare quasi ciò che vuole. Non si fa molta strada con formulazioni del genere. E’ certo, però, che se si andasse oltre tali definizioni emergerebbero le reali posizioni in campo, a quel punto scoppierebbe la grana: Germania e il ‘Fronte del Nord’ (con una Olanda forse un po’ più cauta) in difesa del rigore assoluto; Francia e Italia per una interpretazione del patto di stabilità più “intelligente” possibile; i paesi salvati (Portogallo e Irlanda) certi di ottenere quanto chiedono perché prima riescono a tornare a finanziarsi sul mercato meglio è per tutta l’Eurozona.
 A ben vedere, la storia comunitaria è piena di casi simili: i piccoli passi sono preferiti alle dispute politico-ideologiche. Oggi però, la politica del caso per caso sembra aver raggiunto i suoi limiti quantomeno perché non incide sulle aspettative di crescita. D’altra parte, non è che l’Unione europea possa fare molto per sostenere l’economia nel breve periodo essendo il suo bilancio una goccia nel mare (1% del pil Ue). In realtà, indica una fonte europea, è ormai chiaro che esiste una percezione diversa tra i principali governi sugli effetti anche politici della lunga recessione. Non è un caso se il discorso fatto da Mario Monti dieci giorni fa a Bruxelles sul populismo da considerare un derivato “anche” della gestione europea della crisi, non abbia suscitato reazioni pubbliche.
 Qualcosa di nuovo forse arriverà nei prossimi mesi, quando la Commissione spiegherà come definire i margini di flessibilità per valutare il ritmo di riduzione del debito rispetto alla regole del ‘ventesimo’ all’anno per la parte eccedente il 60% del pil. L’Italia, se manterrà una gestione delle finanze pubbliche equilibrata non dissimile da quella condotta nell’ultimo anno-anno e mezzo, potrà beneficiare di tale approccio se, come ci si aspetta, uscirà dalla procedura per deficit eccessivo (visto che nel 2012 il deficit sarà al 3% secondo le stime del governo, al 2,9% secondo le stime di Bruxelles). E’ troppo presto, però, per dire in che cosa potrebbe tradursi tale flessibilità. In linea teorica la Commissione non considererebbe l’accelerazione dei pagamenti (ritardati) alle imprese una violazione del patto di stabilità in quanto tale. Anzi, la ritiene perfino una misura utile per reagire alla recessione. Il problema è non mettere in discussione gli obiettivi di bilancio. E qui si torna al punto di partenza.