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LETTERA DA BRUXELLES Vertice Ue, freno alle ambizioni per la crescita

Il rischio (e poi la realta’) di fallimento del Vertice europeo non ha avuto impatto sui mercati finanziari e dei cambi, sul finire della settimana l’euro si e’ apprezzato sul dollaro, grazie alla spinta dell’indice tedesco Ifo, che misura la fiducia delle imprese, migliorato rispetto a nere aspettative. La combinazione del disaccordo sul bilancio Ue 2014-2020 e del disaccordo sulla gestione del debito greco appena tre giorni fa all’Eurogruppo, non costituisce una miscela esplosiva. Cio’ perche’ si spera che tra domani e lunedi’ i ministri finanziari si metteranno d’accordo sulla Grecia e che il rinvio delle decisioni sul bilancio Ue non implichi una paralisi politica. Purtroppo, il braccio di ferro sul bilancio Ue sacrifica in parte le ambizioni di farne uno strumento per la crescita. I governi stanno sottovalutando l’urgenza di scelte piu’ coraggiose.



  Cio’ che e’ saltato agli occhi nel corso del lungo braccio ferro sul bilancio e’ la rapidita’ con cui si e’ cominciato a smontare i capitoli crescita e ‘Connecting Europe’: nella nuova distribuzione dei fondi per i 7 anni del bilancio prevista dal presidente Ue Van Rompuy in modo da tagliare meno nelle voci classiche del bilancio, agricoltura e coesione sociale, sono spariti 13 miliardi per progetti a sostegno della crescita e 5 miliardi per la realizzazione delle infrastrutture (dall’energia ai trasporti alle tlc). Il bilancio Ue rappresenta pur sempre grossomodo l’1% del pil, e’ un bilancio magrissimo le ambizioni europee, ma ha un enorme valore sociale se ci riferisce al fattore redistributivo delle risorse europee e ha anche un enorme valore simbolico (per la Grecia come per il Regno Unito, ovviamente per opposte ragioni). Tredici miliardi tolti dai 150 miliardi complessivi previsti nel capitolo ‘competitivita’ per crescita e posti di lavoro’ e 5 miliardi sottratti per i progetti di rafforzamento delle reti di trasporto, energetiche e digitali non e’ poi molto, si dira’. Eppure l’attacco a questi due ‘pozzi’, il secondo dal nome illustre e seducente ‘Connecting Europe’, colpisce perché si tratta di una strategia proclamata e propagandata oltre ogni limite negli ultimi mesi, considerata fino a ieri un fattore di difesa anti-recessione e come un volano, uno dei volani, della ripresa. E’ vero che la posta e’ aumentata significativamente rispetto al 2007-2010, ma le ambizioni erano tutt’altre.
 Ha ragione il presidente del parlamento europeo Martin Schulz quando ricorda che “ogni euro investito dalla Ue attrae in media tra 2 e 4 euro di investimenti addizionali, il bilancio non e’ un gioco a somma zero in cui un paese guadagna cio’ che un altro paese perde, genera sinergie di cui beneficiano tutti”. Grandi e piccoli, la Germania come il Regno Unito. La tosata ai fondi per la crescita e le grandi reti transeuropee e’ figlia della logica del ‘taglio al centro’, cioe’ alle risorse Ue, perche’ si taglia in periferia (la stretta sui bilanci pubblici nazionali). Una logica assurda, controproducente se non suicida. L’unico a dirlo chiaramente e’ stato Mario Monti che considera superficiali, demagogiche, incoerenti, le posizioni espresse in merito da diversi paesi nel corso del Vertice europeo. Il premier non ha fatto nomi, ma l’elenco e’ questo: Regno Unito, il ‘fronte del Nord’ e cioe’ Olanda, Danimarca, Svezia, e anche la Germania. E’ la dimostrazione non di una strategia di attacco alla crisi ma di “autoflagellazione”, figlio di una inaccettabile estetica del castigo (proprio cosi’ Monti ha detto).
  Solo pochi mesi fa, era fine giugno, gli stessi ‘27’ avevano concordato il cosiddetto ‘Growth compact’, patto per la crescita. Obiettivo: spendere in fretta 120 miliardi di euro da fondi Ue non usati e sfruttare i prestiti della Banca europea degli investimenti, il braccio finanziario dell’Unione. Dire in fretta e’ un eufemismo: l’aumento di capitale della Bei per 10 miliardi, per esempio, e’ ben lontano dall’essere in pista (si prevede che possa esserlo entro 3-4 mesi). Insomma, come era gia’ noto, si tratta di processi molto lenti che oltretutto danno frutti nel medio-lungo periodo. Fin troppa enfasi e’ stata posta sulla spinta che il “Growth compact” potra’ dare all’economia. Secondo il capo economista di Natixis Patrick Artus, l'uso di tutti gli strumenti disponibili oggi a livello dell'Eurozona per rilanciare la crescita potrebbe aumentare il pil al massimo dello 0,2%.