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LETTERA DA BRUXELLES Tre cose da fare per spezzare il circolo vizioso crisi del debito sovrano/banche

Si sta rafforzando la spinta verso una sorta di ‘federalismo’ bancario. Ne hanno parlato Hollande e Monti, il premier Rajoy è ovviamente molto interessato essendo il sistema bancario spagnolo fragilissimo. L’idea franco-italiana è centralizzare le garanzie dei depositi e la gestione dei fallimenti degli istituti finanziari, almeno di quelli a dimensione paneuropea con un interesse (e un rischio) sistemico. Nel pieno del rischio di fuga generalizzata dei depositanti dalle banche greche e spagnole, con gli analisti di grandi istituzioni finanziarie che dipingono scenari di sventura (da Citigroup arriva un conto secondo cui le banche di Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna potrebbero perdere rapidamente fra i 90 e i 340 miliardi di depositi se la Grecia dovesse uscire dall’unione monetaria), c’è un solo modo per spezzare il circuito infernale crisi del debito sovrano-crisi bancaria: dare un segnale politico chiaro che i governi (almeno quelli dell’Eurozona) faranno in tempi stretti quanto si sono rifiutati di fare finora.



  Per dimostrare davvero che si vogliono produrre dei fatti  concreti e non solo avviare cantieri i cui risultati possono vedersi solo tra qualche anno (project bond, Eurobond, la rifondazione dell’unione monetaria), i governi europei potrebbero fare rapidamente dei passi che potrebbero invertire le aspettative dei mercati. Ecco tre esempi. Bisognerebbe accordarsi con l’Europarlamento e tirare fuori dal cassetto la proposta di armonizzazione delle garanzie sui depositi bancari (avanzata due anni fa) per uscire dal garbuglio dei regimi nazionali diversi, almeno facilitare al massimo la possibilità di contrarre prestiti fra Stati. Su questo, è l’opinione che circola in questi giorni, sembra esserci per fortuna un consenso sempre più ampio.
 Poi bisognerebbe dichiarare apertamente di essere a favore di un regime europeo di ‘risoluzione’ delle crisi bancarie, cioe’ le regole per gestire in modo ordinato i fallimenti sulla base del principio che in prima istanza sono gli azionisti a dover farsi carico degli oneri delle ristrutturazioni e che non è sufficiente limitarsi alla creazione di ‘fondi’ nazionali di intervento. Il 6 giugno la Commissione europea presenterà la sua proposta: stanno circolando delle nuove versioni, ma fino a qualche tempo fa oltre alla possibilità di prevedere prestiti tra i fondi nazionali non si andava. Finora l’esecutivo Ue guidato da José Barroso non ha dato prova di grande coraggio: prevedendo che i governi avrebbero fatto sbarramento, aveva deciso di non proporre neppure una forma integrata o la centralizzazione del regime di risoluzione a livello europeo per timore di subire una sconfitta sul campo (nonostante la Commissione sia l’unico depositario del diritto di iniziativa).
  Infine, bisognerebbe riaprire il ‘file’ del sistema di garanzie pubbliche al sistema bancario chiuso a fine novembre con un compromesso al ribasso. Allora l’Ecofin aveva bocciato la parziale mutualizzazione delle garanzie pubbliche per il finanziamento a medio termine delle banche. Via via, erano state scartate le opzioni più innovative per sperimentare a livello europeo la condivisione dei rischi di finanziamento. Contrari ad andare oltre il modello di intervento pubblico nazionale vigilato ex post da Bruxelles seguito nel 2008-2009 Germania, Francia, Regno Unito, freddina la Spagna (oggi se ne pente), favorevole l’Italia. L’avvitamento della crisi debito-sovrano/banche più i rischi politici (Grecia, referendum irlandese, governi e maggioranze spazzate via a ogni appuntamento elettorale) e la recessione stanno spingendo i governi a compiere mosse fino a ieri negate e ora l’iniziativa franco-italiana può offrire una sponda alla (debole) Commissione europea.