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LETTERA DA BRUXELLES Economie nei guai, più forte la spinta alle barriere commerciali

“Sento ripetere appelli per nuove barriere commerciali al posto di appelli a fronteggiare la spinta competitiva: siamo chiari, non c’è una via facile per fronteggiare la concorrenza, una soluzione diversa da quella di far leva sulla nostra capacità di innovare e produrre prodotti di qualità a un prezzo competitivo”. Il commissario al commercio Karel de Gucht non ha avuto peli sulla lingua. Il fatto di essere al centro di una inchiesta fiscale in Belgio sull’acquisto di una casa in Toscana, in particolare di essersi opposto alla trasmissione degli estratti conto bancari all’amministrazione tributaria, non significa che non si possa dargli ragione sui temi di sua competenza, anche perché rappresenta pienamente la posizione dell’esecutivo europeo su un tema molto importante della politica economica. E’ certo che nel momento in cui si rafforza la convinzione che l’Eurozona sarà quest’anno in recessione (l’ultima stima Fmi indica .0,5%, per l’Italia -2,2% nel 2012 e -0,6% nel 2013), una chiusura ulteriore delle frontiere sarebbe esiziale.



 Le stime della Commissione europea indicano che nei prossimi due anni il 90% della nuova domanda mondiale sarà generato in aree diverse dalla Ue. Il commercio esterno già costituisce il contributo più veloce alla crescita europea e così resterà anche per il futuro prevedibile. Secondo gli esperti del commercio della Commissione europea si tratta di un fattore di “lungo periodo” quantomeno perché la domanda interna della Ue impiegherà anni a tornare ai livelli pre-crisi. Basta dare uno sguardo al recente passato: il surplus commerciale europeo nel settore manifatturiero è più che triplicato nei primi dieci anni del nuovo secolo da 56 miliardi di euro a 194 miliardi. Insieme con l’aumento del surplus nei servizi, ha compensato interamente l’aumento del deficit nell’energia (aumentato di 184 miliardi in quel periodo).
  Purtroppo lo scenario globale non è dei migliori, la spinta al protezionismo non è forte, è fortissima. Nel gruppo del G20 (80% dell’economia mondiale) i progressi nella riduzione delle barriere commerciali sono stati deludenti. Secondo la ricognizione della Commissione europea, tra ottobre 2010 e settembre 2011 i partner della Ue hanno introdotto 131 nuove misure restrittive del commercio il che ha portato il totale delle restrizioni dall’inizio della crisi a 424. Un anno prima erano 333. La forte ripresa di molte economie emergenti non si è tradotta in una spinta all’apertura commerciale dato che solo il 17% di tutte le misure esistenti sono state rimosse o sono scadute. Non solo: le politiche industriali di molti paesi del G20 continuano a essere fondate sulla sostituzione delle importazioni, su stretti requisiti per la produzione locale e ostacoli negli appalti pubblici. Le barriere vanno dalle classiche restrizioni quantitative a importazioni ed esportazioni a misure “dietro i confini”, cioè requisiti tecnici al commercio, di certificazione che vanno oltre le pratiche internazionali. Tanto per non parlare della solita Cina, l’Argentina determina i prezzi dei beni importati con riferimento alle valutazioni dei consumatori, l’India ha aumentato il dazio all’esportazione di minerali di ferro, il Brasile ha introdotto un regime fiscale molto stretto per le auto sul contenuto di produzione locale.  Con il rallentamento della crescita mondiale (solo 3,3% quest’anno e del 4% l’anno prossimo secondo il Fmi) tali politiche si rafforzeranno. E la speranza sul negoziato commerciale globale è semplicemente ibernata.