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LETTERA DA BRUXELLES Exit strategy bancaria cauta per i rischi su debito sovrano

A parte la necessità di concludere pesanti ristrutturazioni di banche importanti in alcuni paesi chiave (Irlanda e Germania fare solo un paio di esempi), c’è anche  un altro motivo che spinge l'Antitrust europeo a procedere con i passi di piombo nel ritirare la stampella pubblica a mezzo sistema bancario europeo: il timore che i rischi del mercato del debito sovrano si ripercuotano sui bilanci di molti istituti, che si riavvii il contagio da un angolo all'altro della finanza europea. Non è il rischio di improvviso default, che non viene preso in considerazione né per la Grecia né per l'Irlanda, è piuttosto un possibile improvviso peggioramento della valutazione sulla capacità di uno dei paesi della 'cintura debole' dell'Europa (Grecia, Irlanda, Portogallo, in minore misure Spagna) di reggere a lungo una stretta fiscale ed economica, di fronteggiare nuove notizie negative sull'andamento dell'economia, dei conti pubblici, dei bilanci di qualche banca magari sconosciuta ai più in Europa eppure molto importante su scala regionale e nazionale, esposta sui mutui immobiliari a rischio o piena di asset deteriorati.



  Un esempio minimo, ma non per questo meno significativo, del nervosismo sui mercati è stato dato dall'immediata reazione dell'euro all'annuncio della Commissione europea (il 6 ottobre) che i dati del deficit e del debito/pil greco fra il 2006 e il 2009 saranno rivisti in misura significativa al rialzo: dopo aver raggiunto il nuovo top da inizio febbraio sul dollaro a 1,3881, la moneta unica ha fatto subito marcia indietro. In tempi in cui l'euro è troppo forte, ostaggio di una corsa generalizzata alle svalutazioni competitive (dollaro) o non-rivalutazioni competitive (yuan), dovremmo rallegrarcene se solo fosse stato l'avvio di una nuova tendenza, ma non era il caso.
  E' vero che nell'ultima settimana il costo dell'assicurazione sul rischio default dei paesi Eurozona è risultato in calo sia per il credit default swaps sul titolo irlandese a cinque anni che su quelli portoghesi e greco, e che il rendimento del titolo decennale greco, proprio nel giorno in cui la Commissione europea annunciava la revisione dei dati sulla finanza pubblica 2006-2009, si trovava sui minimi degli ultimi due mesi (a 771 punti base). E' anche vero, però, che in questi giorni è cambiata la mappa della valutazione del rischio-paese a livello globale. Secondo i calcoli di Cma Datavision, che includono la probabilità di un default, nel terzo trimestre la Grecia si trova sempre al secondo posto della lista dei paesi a maggiore rischio per il debito sovrano dopo il Venezuela e seguito da Argentina, Pakistan e Ukraina. La novità rispetto al secondo trimestre è che al sesto posto c'è una 'new entry', l'Irlanda, seguita da Dubai e Irak. Chi c'è al nono posto? Altra 'new entry', il Portogallo, seguito dalla Romania. Liste di questa natura possono lasciare il tempo che trovano, se non fosse che quando le cose cominciano ad andare male sui mercati c'è sempre qualcuno che se le ricorda.
  La cosa certa è che in Europa ci sono i nervi a fior di pelle. C'è chi ha fatto un balzo leggendo la nota finale della riunione dei ministri finanziari (Ecofin informale la settimana scorsa a Bruxelles), là dove si parlava esplicitamente dell'effetto contagio del rischio sovrano al sistema bancario. Non è stato certo un caso che i ministri non abbiano voluto spiegare nel dettaglio il perché di quella sottolineatura. Poi è arrivato l'annuncio del commissario alla concorrenza Joaquin Almunia che la 'exit strategy' dello stato dalle banche scatterà nel 2011 ma con modi e tempi più 'soft' di quanto previsto tre mesi fa. Infine è stata la volta della correzione in peggio dei conti greci che qualcuno teme possa riaccendere difficoltà appena sopite sui titoli pubblici greci sui quali, ha detto la Commissione, gravano ancora parecchie ombre di incertezza. Fra un paio di settimane Bruxelles e Fmi entreranno nella fase critica per decidere se la Grecia ha compiuto progressi sufficienti per ottenere la terza 'tranche' di 9 miliardi di euro del sostegno Eurozona (dopo 20 miliardi in maggio e 9 miliardi in settembre). Il deficit 2009 veleggia oltre il 14% (e non sotto al 13,8%), l'impegno quest'anno è ridurlo al 7,8%; il debito/pil è previsto quest'anno al 132,7%, l'anno prossimo al 142,2%. Questo prima della revisione di Eurostat. Reggerà l'obiettivo di portare il deficit/pil sotto il 3% nel 2014?
  In questi giorni governi e Bce hanno comunque tirato un respiro di sollievo. Non hanno ottenuto nulla dal premier cinese sullo yuan, anzi hanno subito un bello strattone quando Wen Jiabao ha detto alla 'troika' Eurozona Juncker-Trichet-Rehn e ai vertici di Commissione e Consiglio Ue di smetterla di esercitare pressioni così forti e pubbliche sulla politica di cambio. Ma una cosa hanno portato a casa: la Cina comprerà titoli pubblici greci e di qualsiasi altro paese dell'unione monetaria che avesse bisogno di nuovi creditori. Peccato che non si è trattato di uno scambio, di un accordo, ma di una decisione autonoma della Cina, che segue una logica indipendente dalle preoccupazioni europee. Acquistare bond dei paesi Eurozona permette a Pechino di ridurre il rischio sovrano su scala globale e di diventare in prospettiva una stampella finanziaria 'sovrana' di grande importanza in Europa (oltre a guadagnare interessanti contratti con la Grecia nel settore navale). Interessante notare come molti fecero fuoco e fiamme quando si decise di inserire il Fondo monetario internazionale nell'intervento a sostegno della Grecia (uno per tutti il presidente Bce Trichet) anche se otto paesi Ue di cui sei dell'Eurozona siedono fanno parte del consiglio di amministrazione. Niente di simile all'annuncio del sostegno cinese ai 'bond' greci.