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La campana della Bce non suona solo per la Grecia

Ci risiamo. Questa volta è la crisi greca a rinfocolare i dubbi sulla tenuta dell'Eurozona, visto tra l'altro che l'unione monetaria europea è del tutto sprovvista di meccanismi di salvataggio nel caso in cui un paese dovesse entrare in 'default', cioè non essere in grado di fronteggiare i pagamenti. Certo è sempre possibile che singoli paesi, da soli o insieme, aiutino finanziariamente un vicino ma, come ha ricordato il ministro delle finanze svedesi Borg, manca una base giuridica. In ogni caso, che si sappia, non è attualmente all'ordine del giorno una ipotesi del genere. Ciò che preoccupa è la congiunzione di deficit elevatissimo (oltre il 12% del pil) che solo in parte è figlio della crisi finanziaria e della recessione, dati di contabilità nazionale fasulli forse per anni di cui è responsabile il governo Karamanlis travolto dalle ultime elezioni (vinte dal socialista Papandreu), tensioni sociali in aumento, si sta rivelando un miscuglio pericolosissimo.

Le rassicurazioni del governo greco e di vari esponenti europei (di governo e banchieri centrali) circa il fatto che il paese non sta precipitando nella bancarotta appaiono al momento ragionevoli, ciononostante la tensione è massima, si teme un potenziale effetto su altri paesi. I primi della lista sono Irlanda e Spagna che, insieme con la Grecia, costituiscono il 'terzetto debole’ dell'Eurozona: tutti e tre i paesi nel 2009 hanno un deficit/pil a due cifre, mentre in primavera si trovava in questa situazione la sola Irlanda. Non è certo un caso che la cancelliera tedesca Angela Merkel si sia riferita direttamente all'esigenza di mantenere un euro stabile: solo evocare tale esigenza equivale ad alzare il livello dell'allarme perchè la crisi è tutta greca, ma l'ondata di sfiducia potrebbe anche avere effetti altrove. Che di questo possa trattarsi lo si capisce leggendo l'ultimo bollettino mensile della Bce, là dove si scrive che se "si percepisse uno scarso rigore nell'attuazione delle regole tale da pregiudicare la lettera o lo spirito del quadro di riferimento (cioè le regole di vigilanza sui conti pubblici – ndr), la fiducia dell'opinione pubblica nella solidità delle istituzioni preposte alla finanza pubblica dell'area dell'euro rischierebbe di essere minata". E ancora: "Sebbene di recente le condizioni nei mercati finanziari per l'emissione del debito sovrano siano state relativamente favorevoli, tale circostanza non può essere data per scontata. L'ingente fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche comporta il rischio di innescare rapidi cambiamenti nel clima di fiducia. Questo potrebbe accadere, in particolare, se gli operatori di mercato dovessero percepire che le politiche non riescono a far fronte alle sfide per la sostenibilità delle finanze pubbliche".
  La risposta europea è quella classica: rispettare le regole del patto di stabilità, riportare il bilancio pubblico sotto controllo in Grecia come negli altri paesi, specie in quelli con finanze pubbliche più disastrate. Grecia, Spagna e Irlanda hanno preso decisioni molto impopolari e ne prenderanno altre sempre più impopolari. Gli altri paesi si stanno muovendo molto lentamente, troppo lentamente. Occorreranno anni per ridurre indebitamento pubblico. Non è tanto il livello in sè che preoccupa, quanto un aumento dei tassi di interesse a lungo termine congiunto ai dubbi degli investitori sulla sostenibilità in un periodo di bassa crescita. Senza contare l'affollamento sul mercato del debito sovrano. Nel 2010 gli stati dell'Eurozona emetteranno titoli per circa mille miliardi di euro (gli Usa più del doppio), sul mercato dei bond scatterà una gara con rischi di accavallamento delle emissioni e qualcuna potrebbe farne le spese. Difficile dire adesso se basterà la risposta classica: cari governi fate ordine a casa vostra, il resto seguirà. È possibile che non sia sufficiente, altrimenti non si capirebbero gli allarmi lanciati dalla Bce. Certamente il vero limite del patto di stabilità è che non ha funzionato come strumento preventivo per convincere governi e parlamenti nazionali a compiere scelte di bilancio nel rispetto dell'interesse generale dell'Eurozona. Con il risultato che tutti sono stati presi in giro con statistiche truffaldine e tutti i rischi che seguono.