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La teoria del complotto piace alla finanza londinese

La teoria del complotto non è molto in voga tra i governi europei (Italia a parte) eppure in qualche forma viene utilizzata correntemente per giustificare le proprie debolezze, trovare comodi diversivi a situazioni difficili e senza molte vie di uscita, rovesciare su altri le responsabilità di quanto accade entro i confini nazionali. Ultima in ordine di tempo è la polemica sulle proposte della Commissione europea per la supervisione finanziaria e, in particolare, sui poteri di decisione dell'Autorità Ue in caso di divergenze tra i supervisori nazionali. La City londinese è in pieno subbuglio e il governo Brown, in drammatico calo di consensi, ha subito raccolto la palla in difesa della centralità della finanza britannica e delle prerogative delle autorità nazionali di vigilanza su banche, assicurazioni e mercati.

Poteri troppo "intrusivi", senza base giuridica, cioè praticamente illegali quelli che Bruxelles (e la maggioranza dei paesi) vorrebbe attribuire al nuovo organismo di vigilanza micro-prudenziale a livello europeo. Un attacco alla sovranità britannica e alla forza della City. Nella Ue per decidere sulle regole dei mercati finanziari non è necessaria l'unanimità, ma nessuno si illude che una legislazione sulla supervisione dei mercati possa passare senza il consenso britannico.Un altro motivo di rancore anti Bruxelles coltivato in terra britannica è la regolazione degli hedge funds. Sotto stretto anonimato un manager di un fondo speculativo britannico ha parlato di "cospirazione francese contro Londra".

Rancori si accumulano anche al di qua della Manica. In Germania, per esempio. A Berlino e Francoforte (cioè alla Bundesbank) hanno preso malissimo gli ultimi avvisi della responsabile dell'Antitrust europeo Neelie Kroes. Il vostro sistema bancario fondato su tre pilastri (banche ommerciali, cooperative e casse di risparmio) è obsoleto, ha detto Kroes. Per molti grandi istituti puntellati dall'intervento pubblico è arrivato il momento di focalizzarsi sui servizi al dettaglio, ridurre le operazioni transfrontaliere. Bruciano le condizioni del via libera alla parziale nazionalizzazione di Commerzbank, seconda banca tedesca dopo Deutsche Bank, con il 25% del capitale acquisito dalla mano pubblica contro cessioni di attività di investimento e nel settore immobiliare pari al 45% del bilancio annuale per concentrarsi sul 'core business' inclusi i servizi al dettaglio e per l'impresa in Europa centrale e all'Est. C'è un prezzo da pagare per i salvataggi pubblici e non riguarda solo il puro costo del capitale, ma la taglia futura dei gruppi salvati.

Con l'aggravarsi della crisi finanziaria molti governi fino a ieri in prima fila a contestare le "intrusioni" comunitarie (dalla Francia all'Italia alla Repubblica Ceca alla Polonia) hanno messo la sordina alle critiche. Ora che è stato toccato (speriamo) il fondo della crisi si passa alla "fase 2" dopo il soccorso d'emergenza con i soldi pubblici. Sul tavolo ci sono le regole da cambiare e le banche salvate da ristrutturare e il gioco comincia a rifarsi duro. Per la Commissione agli ultimi mesi di lavoro (e per un presidente come Barroso in cerca di consensi per ottenere un secondo mandato) sarà difficile tener testa alle pressioni di governi e lobby potentissime. Per chi vuole guadagnare l'ultimo voto sarà più facile scaricare tutti i pesi su Bruxelles.