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Draghi striglia i governi e lancia il ‘patto per la crescita

Un colpo d’ali della politica in Europa. E’ questo l’appello di Mario Draghi ai governi, soprattutto quelli dell’Eurozona, lanciato dall’Europarlamento. Dall’incertezza e dalla crisi si esce solo se è chiaro il senso di marcia, l’obiettivo di più lungo periodo oltre il tamponamento della crisi del debito sovrano, oltre il consolidamento di bilancio (che deve essere raggiunto senza tentennamenti), oltre la semplice sorveglianza. Una chiara scelta politica, e anche istituzionale, per assicurare che i paesi a moneta unica danno “risposte comuni e a sfide comuni, lavorano insieme”, non sono in preda alla discordia, può fare la differenza. Anche per quegli investitori esteri che sono fuggiti dai bond sovrani, anche per ridurre l’avversione al rischio.



  Non è da prendere sottogamba il suggerimento del presidente Bce, essendo la Bce l’unica istituzione europea che sta facendo fino in fondo il proprio mestiere arrivando ai limiti del suo mandato, dimostrandosi straordinariamente flessibile anche se rifiuta di definirsi tale. Nel momento in cui si moltiplicano i dubbi, si caricano le proteste contro la dura austerità finanziaria che almeno a breve termine ha un carattere recessivo, i governi devono chiarire il percorso politico che vogliono seguire. Draghi non arriva a evocare l’idea di un ministro delle finanze unico per l’Eurozona, lasciata in eredità dal suo predecessore Jean-Claude Trichet, ma il suo percorso è chiaro: affiancare al ‘fiscal compact’ il ‘growth compact’, il patto per la crescita economica, massima cooperazione possibile tra i governi per migliorare la competitività di sistema (ricerca e sviluppo, educazione, infrastrutture), più potere a livello europeo nella supervisione bancaria e nella gestione dei fallimenti. In una parola: affermare una visione politica di lungo termine che oggi è sacrificata da chiusure egoistiche e nazionalistiche. Invece di strattonare la Bce per fare cose che non spetta a lei fare come il finanziamento degli stati (uno degli argomenti preferiti della campagna presidenziale in Francia) si convincano i governi che non è più sufficiente una Europa la cui missione centrale è una sorveglianza reciproca sempre più forte (non basta neppure la linea tedesca).
  L’idea del ‘patto per la crescita’ è l’argomento del giorno. Non deve essere considerata una opzione tanto per compensare l’impatto dell’austerità di bilancio, bensì la condizione indispensabile per uscire dalla crisi, per rendere possibile lo stesso consolidamento delle finanze pubbliche. La crescita arriva se tutti fanno la loro parte, ha detto Draghi: i governi smettano di dividersi indebolendo la costruzione dell’euro e approfondiscano l’integrazione delle loro politiche; sappiano che il consolidamento fondato sul taglio della spesa corrente e improduttiva è meno recessivo di operazioni fondate sull’aumento delle imposte anche se per imporlo occorre scontrarsi con forti interessi consolidati; le banche usino la liquidità fornita a piene mani dalla banca centrale per mettere a posto i bilanci e finanziare l’economia. Alla Bce il compito di creare le condizioni monetarie perché ciò si possa realizzare. Ed è questo, non più di questo, che la Bce sta facendo.