Finanza digitale, la Ue cerca la via per contrastare la colonizzazione americana

È stata senza storia la riunione a Nicosia dei ministri finanziari dell’Ecofin per l’assenza dei responsabili di Francia, Germania, Italia e Spagna. Non avrebbe potuto essere altrimenti tanto più che già nella riunione dell’Eurogruppo ieri era stato affrontato il tema più impellente del tamponamento degli effetti economici più gravi del blocco di Hormuz, peraltro senza aggiungere novità. Sul tavolo comunque c’erano temi di una certa rilevanza: come rafforzare la competitività europea, come l’Europa può finanziare cose che visto lo stato delle finanze pubbliche non può permettersi, la sfida delle stablecoin. In realtà tre temi decisivi sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico, che chiama in causa la risposta economica di medio e lungo termine alle crisi geopolitiche, guardando fuori dall’emergenza del momento. La questione delle stablecoin è in realtà più urgente di quanto si pensi e si affianca al lavoro europeo per creare una moneta digitale (l’euro digitale) di banca centrale: la Bce lavora sull’ipotesi di un lancio nel 2029. E per affrancarsi dall’estrema dipendenza europea dai fornitori di servizi di pagamento non Ue, segnatamente americani, che ha raggiunto, come recentemente ha ricordato il capo economista Bce Philip Lane “ha raggiunto livelli impressionanti”. Si teme la colonizzazione americana nella finanza digitale.
È una partita che ha direttamente a che vedere con l’autonomia strategica europea, ormai obiettivo-faro della Ue. In un documento di lavoro preparato dalla presidenza cipriota (turnazione semestrale) è stato presentato lo stato dell’arte nel settore delle stablecoin e dei depositi tokenizzati (questi sono la rappresentazione digitale di depositi bancari già esistenti: contrariamente a criptovalute e stablecoin non sono strumenti alternativi al sistema finanziario bensì una sua evoluzione). Attualmente stablecoin denominate in euro e depositi tokenizzati sono ancora in una fase iniziale di sviluppo. Il vero vantaggio lo stanno acquisendo gli Stati Uniti: le stablecoin denominate in dollari, indica il documento cipriota, “grazie al vantaggio di essere state le prime ad entrare nel mercato e agli effetti di rete, sono diventate l’asset di regolamento predefinito nel trading di criptovalute”. Ora l’amministrazione Trump sta promuovendo ulteriormente la loro crescita, anche nel settore della finanza tokenizzata, ritenendo le stablecoin come “uno strumento per garantire il continuo dominio globale del dollaro e consolidare la domanda di titoli del Tesoro statunitensi”.
Di qui l’interrogativo se le stablecoin diventeranno l’asset di regolamento privato predefinito anche per i titoli tokenizzati e le infrastrutture digitali e, in tal caso, se le stablecoin in dollari domineranno anche questo mercato: “Se così fosse, l’Europa potrebbe dover intervenire promuovendo stablecoin denominate in euro per evitare la ‘dollarizzazione infrastrutturale’. Ciò richiederebbe misure per accrescere l’attrattiva delle stablecoin denominate in euro, aumentandone la liquidità di mercato e semplificando il trattamento normativo”. Poi ci sono gli interrogativi sulla configurazione stessa di questo settore di mercato e sui rischi più o meno sistemici che può originare.
Il ministro cipriota delle finanze Makis Keravnos, a conclusione della riunione Ecofin, ha ricordato che la finanza digitale di cui le stablecoin sono un componente in prospettiva sempre più rilevante, comporti “vantaggi e anche dei rischi” e di qui la necessità per la Ue di mantenere un “approccio strategico”.
Nella nota europea viene indicato come contrariamente a quanto accade per bonifici bancari, le transazioni in stablecoin non vengono registrate nel bilancio della banca centrale, quindi i pagamenti alla pari non sono garantiti e ciò espone le stablecoin al rischio di pressioni di riscatto che possono anche portare a vendite forzate di attività incluse nelle riserve di stablecoin, in particolare quando gli emittenti non sono banche. Gli investitori potrebbero cercare di riscattare le proprie stablecoin dove le protezioni sono più forti e le commissioni di uscita più basse, cioè “probabilmente nella Ue”. Poi ci sono rischi operativi e infine un nuovo rischio: “Se le imprese e le famiglie passassero dai depositi bancari alle stablecoin su larga scala, le banche si affiderebbero sempre più a finanziamenti all’ingrosso più costosi e potenzialmente meno stabili. Le banche potrebbero trasferire i maggiori costi di finanziamento ai mutuatari attraverso tassi di interesse più elevati, e l’offerta di credito bancario potrebbe diminuire. Conclusione: “In generale la crescita delle stablecoin potrebbe avere un impatto sull’integrità finanziaria, sulla politica monetaria e sulla politica di bilancio”.
Il commissario Dombrovskis ha indicato che molto ci si attende dalla consultazione pubblica appena avviata sulle regole per i mercati delle criptovalute (MiCA), dato che ci si è resi conto che l’espansione continua di tali mercati richiede un aggiornamento. Il regolamento MiCA è in vigore dal 2024 e riguarda criptovalute, token di riferimento ad attività e token di moneta elettronica (stablecoin appunto), i loro emittenti e i fornitori di servizi relativi alle criptovalute. Tra il 2024 e il 2025 la capitalizzazione di mercato delle stablecoin rimane limitata: a maggio 2026 la apitalizzazione globale si aggirava intorno ai 320 miliardi di dollari. Quasi il 90% di tutte le stablecoin sono emesse da Tether e Circle, con sede rispettivamente a El Salvador e negli Stati Uniti. Sebbene i volumi delle transazioni in stablecoin appaiano elevati – circa 35 trilioni di dollari all’anno nel 2025 – il loro utilizzo nell’economia reale è modesto. Tuttavia alla Ue non conviene stare ferma.
L’altro tema interessante posto nel corso della riunione dell’Ecofin riguarda le scelte Ue per finanziare i grandi progetti di trasformazione produttiva a 360 grandi senza avere i soldi per farlo. Non è stato immane lo sforzo della presidenza cipriota di avanzare idee dato che alla base dell’analisi proposta ai ministri finanziari c’era un documento recente del Fondo monetario internazionale. Anche il tema dei finanziamenti ha una sua chiara impellenza: recentemente Mario Draghi ha indicato che non sarà sufficiente investire 800 miliardi all’anno fino al 2030 per finanziare la transizione verde, digitale e le spese per difesa e sicurezza, bisognerebbe arrivare a 1200 miliardi (è il valore del bilancio Ue 2021-2027). La lentezza della Ue fa sì che le previsioni di oggi dopo un po’ non valgano più.
Il Fmi indica che, a bocce ferme, soddisfare il fabbisogno di spesa pubblica creerebbe un deficit di finanziamento pari a circa il 5% del pil in tutti i paesi. A tali spese si aggiungono i conti straordinari delle crisi attuali per fronteggiare il caro- energia: la linea di consenso tra i governi è non prefigurare altre deroghe dalle regole di bilancio sulla scia di quella prevista per le spese per la difesa, come ha chiesto l’Italia e per gli investimenti in economia verde la Spagna. Invece vanno trovati margini di manovra sugli attuali capitoli di finanziamento Ue, “sconti” in nome dei “fattori rilevanti” che hanno peggiorato l’economia. Sono quelle “altre soluzioni” di cui ha parlato lo stesso ministro dell’economia Giorgetti.
Nel documento alla base della discussione dell’Ecofin viene indicato che «la disciplina di bilancio rimane essenziale per preservare la fiducia del mercato, salvaguardare la sostenibilità del debito e mantenere adeguate riserve fiscali in un contesto globale sempre più incerto”. E che “qualsiasi deviazione dai percorsi di spesa netta raccomandati dal Consiglio rischia di ritardare il necessario processo di consolidamento fiscale e potrebbe comportare aggiustamenti più onerosi negli anni successivi». Una fonte che partecipa alla preparazione delle riunioni ministeriali indica che “una soluzione di compromesso con l’Italia sarà trovata”.
Si prende per buona l’analisi Fmi secondo il quale i piani di consolidamento dei bilanci previsti nella Ue non colmerebbero il divario finanziario nella maggior parte dei paesi. Anche con l’attuazione di riforme strutturali ambiziose dell’economia e della spesa pubblica sarà necessario un ulteriore consolidamento di bilancio oltre a quello richiesto se si vuole mantenere il debito pubblico su un percorso sostenibile. Inoltre, quasi un quarto dei paesi europei dovrebbe addirittura ripensare il ruolo del governo in alcuni settori come sanità, istruzione, pensioni, infrastrutture. In particolare il Fondo monetario sostiene che “saranno necessari sia riforme strutturali che il consolidamento dei bilanci per realizzare il difficile aggiustamento delle politiche, un terzo del quale sarebbe raggiunto attraverso una serie di riforme moderate e due terzi derivanti dal consolidamento del bilancio. Per i paesi con un elevato debito pubblico, tuttavia, tali politiche sarebbero probabilmente insufficienti per affrontare la sfida finanziaria, non lasciando altra opzione se non una profonda revisione della portata dei servizi pubblici e del contratto sociale per colmare il divario” di investimenti. Opzioni molto complicate da concretizzare in una fase di disagio sociale sempre più esteso e sulle quali non c’è di fatto consenso né all’interno dei Paesi né tra i governi europei. Soprattutto in tempi di stagnazione combinata a inflazione più alta. Non a caso il ministro cipriota Makis Keravnos ha ricordato che guerra all’Iran più blocco di Hormuz hanno effetti negativi anche sulla coesione sociale in Europa. Riemerge il tema del debito comune, sempre tema di profonda divisione tra i governi ma che, nonostante, tutto comincia a permeare molte politiche europee mirate a obiettivi precisi, dal finanziamento dei Pnrr al prestito all’Ucraina alle spese per la difesa. Il commissario Dombrovskis è stato molto cauto e ha evocato la proposta di bilancio 2028-2034 sulla creazione di un meccanismo anticrisi in grado di mobilitare fino a quasi 400 miliardi di euro per permettere alla Commissione europea di accendere debito comune sui mercati.
La nota per l’Ecofin indica che “meccanismi di indebitamento comuni dovrebbero essere presi in considerazione laddove giustificati da un chiaro valore aggiunto europeo, ad esempio per gli appalti comuni in materia di difesa o per infrastrutture su larga scala nel settore energetico e dei materiali critici, garantendo un uso disciplinato, salvaguardie di condivisione del rischio e allineamento con le regole fiscali per mantenere la credibilità ed evitare l’azzardo morale, consentendo al contempo una scala che i singoli Stati non possono raggiungere da soli”. Si aggiunge che “le implicazioni a lungo termine dell’indebitamento comune meritano un’attenta valutazione perchè i costi del servizio del debito graveranno sui futuri bilanci Ue”. Dunque, un colpo al cerchio e un colpo alla botte.
Recentemente la Corte dei conti europea ha ricordato che entro l’anno prossimo il debito pubblico Ue potrebbe superare 900 miliardi di euro, quasi 10 volte il livello precedente l’operazione dei Pnrr e che gli interessi passivi previsti nell’attuale bilancio Ue supereranno i 30 miliardi di euro, più del doppio rispetto alle precedenti previsioni