Il managing director del Meccanismo europeo di stabilità Pierre Gramegna ha lanciato esplicitamente il “sasso”: in una doppia uscita con i media, prima con il lussemburghese Paperjam e poi con Reuters, l’ex ministro delle finanze del Granducato ha parlato della possibilità concreta di usare la cospicua capacità di prestito del Mes per le spese che gli Stati devono affrontare per la difesa continentale: si tratta attualmente di 432 miliardi di euro. Al mensile lussemburghese di economia e finanza, Gramegna ha detto che “se le spese militari dovessero destabilizzare i bilanci degli Stati membri, questi potrebbero rivolgersi al Mes. Al momento, non disponiamo di strumenti specifici dedicati alle esigenze di difesa”, però ha aggiunto che “stiamo lavorando sulle linee di credito per perfezionarle e renderle più facili da utilizzare a seconda del tipo di crisi che potrebbe verificarsi”.
Fin qui l’esponente europeo è rimasto nel seminato, limitandosi a descrivere un’ipotesi di lavoro che rientra sostanzialmente nella missione del Mes: intervento a sostegno di Stati alle prese con forti difficoltà di bilancio. Nell’intervista a Reuters ha fatto un passo in più, sostenendo: “In questi tempi di turbolenze geopolitiche, che hanno innescato maggiori spese e costi per la difesa per tutti i paesi, dobbiamo sfruttare appieno il potenziale del Mes… abbiamo degli strumenti”.
In particolare nell’intervista Gramegna si riferisce alle linee di credito precauzionali: “È uno strumento disponibile, dobbiamo riscoprire il suo potenziale”. In questo caso tale linea di credito non sarebbe in contropartita interventi economici restrittivi (come quelli imposti all’epoca dei prestiti per fronteggiare la crisi del debito a partire dalla Grecia). Inoltre, per evitare lo stigma dei mercati (ritenendo che un Paese assistito da un prestito Mes possa facilmente essere valutato negativamente) Gramegna suggerisce che i paesi potrebbero presentare “richieste collettive”. Mal comune mezzo gaudio. D’altra parte, è proprio a causa del rischio stigma che il Mes non venne utilizzato sotto pandemia da nessun Paese, nonostante fosse stata preparato uno strumento specifico di sostegno a tassi agevolati per finanziare le spese sanitarie dirette e in dirette legare al Covid.
Da tempo al Mes si lavora dal punto di vista tecnico per creare spazi di manovra possibili oltre il classico ruolo di braccio finanziario di ultima istanza dell’area euro per gestire crisi nazionali e/o crisi sistemiche. La stessa Commissione nel recente libro bianco sulla difesa ha indicato che, nel caso ci fosse una ulteriore domanda di finanziamenti da parte degli Stati, avrebbe continuato “a esplorare strumenti innovativi, per esempio in relazione al Meccanismo europeo di stabilità “.
Non è una novità che ogni tanto si riaffacci l’ipotesi Mes. Sarebbe una novità, semmai, che qualche ministro finanziario si pronunciasse apertamente nel merito, cosa che finora non è avvenuta. Tra l’altro, non è andata in porto neppure la riforma del trattato del Mes, che prevede lo strumento di ultima istanza per la risoluzione delle banche e ciò a causa della persistente volontà dell’Italia di non procedere alla ratifica mentre tutti gli altri Stati-azionisti lo hanno ratificato. Difficile ipotizzare nuove idee se stanno invecchiando quelle concordate all’unanimità ma non formalizzate.
In ogni caso non viene spiegato perché non dovrebbe valere più l’argomento che costituisce il vero asset del Mes, tanto più utile in via preventiva perché non viene usato, essendo, appunto, un salvagente di ultima istanza per fronteggiare una crisi cui non si è preparati.
Il contesto in cui l’idea di utilizzare il Mes quale àncora per permettere ai governi dell’area euro di reperire enormi risorse finanziarie da mobilitare molto più rapidamente di quanto previsto solo un anno fa, è il passaggio di fase che ufficialmente viene condensato nel termine: raggiungere l’autonomia strategica e assumersi fino in fondo l’onere della difesa continentale (pur nel quadro Nato). Nell’intervista a Reuters Gramegna nota: “È ovvio che il rapporto tra Europa e Stati Uniti sta diventando sempre più instabile.”
È in corso il passaggio a un modello di de-risking generalizzato: sul piano della difesa, innanzitutto, ma anche sul piano economico complessivamente inteso. Riduzione dei rischi di dipendenza è un concetto codificato poco meno di tre anni fa, quando la presidente della Commissione von der Leyen lo ha applicato alla strategia europea in relazione alla Cina, opposto al “decoupling” (disaccoppiamento), prospettiva impossibile per l’Europa come per gli Stati Uniti. Il termine de-risking, cioè riduzione della dipendenza per beni, materiali e tecnologie essenziali, è stato tradizionalmente usato nel settore finanziario per cautelarsi dalle giurisdizioni ad alto rischio, da un lato, o nel settore bancario per cautelarsi a fronte di conti che possono comportare un rischio finanziario, legale o reputazionale (debanking), dall’altro lato.
Ora è il modello per fronteggiare i rischi geopolitici e commerciali, sulla scorta dell’indicazione attribuita al premio Nobel per l’economia Harry Markowitz: non mettere tutte le uova nello stesso paniere. Valeva per la diversificazione efficiente degli investimenti finanziari, vale per il commercio, per gli approvvigionamenti di materie prime. La novità è che attualmente la strategia del de-risking non è rivolta solo alla Cina, ma anche gli Stati Uniti anche se nessuno lo dice apertamente. Il rafforzamento della difesa europea è tema dominante e l’aspetto finanziario non è il meno rilevante, anche se i fondi non colmano le divisioni politiche sulla sua configurazione (quali priorità strategiche? quale integrazione sul piano militare?, come decidere sulla politica di sicurezza?). Certo non è facile per nessuno rispettare i nuovi impegni Nato e a un certo punto le politiche sociali potranno trovarsi a rischio. Certo, non sarebbe sufficiente l’operazione Safe, 150 miliardi prestati agli Stati grazie a un bond comune raccolto sul mercato dalla Commissione europea.
Poi ci sono tutti gli altri aspetti del “de-risking”: energia (via l’import dalla Russia non diventerà l’Europa dipendente dal gas americano?), commercio di beni, materie prime. E finanza, ruolo dell’euro, cioè capacità europea di attrarre capitali di investimento frenando la fuga oltre confine, segnatamente negli Usa; euro digitale. Sia sulla prima che sul secondo si vogliono accelerare le decisioni. Non a caso l’altro giorno si sono riuniti i ministri finanziari di Germania, Francia, Italia, Spagna, Olanda e Polonia per formare una specie di “motore” per far avanzare i “dossier”. Sempre in tema di forza finanziaria Ue, va rilevato come il Mes sia uno strumento di una certa importanza strategica: indebitandosi sul mercato rafforza la serie di “safe asset” di cui dispone la Ue per affermare un ruolo non marginale nei mercati finanziari globali. Anche questo gioca a favore dell’autonomia strategica europea.