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Solo Italia, Francia e Portogallo sostengono Juncker sulla ‘svolta’ espansiva

Lo ‘showdown’ è fissato per lunedì : si comincia dalle 10 e mezzo della mattina, appuntamento a Palazzo Justus Lipsius, riunione dei ministri finanziari della zona euro. Due gli argomenti sensibili: le ‘finanziarie’ 2017 e la proposta di una svolta espansiva nella politica di bilancio dell’area euro nel suo insieme lanciata dalla Commissione Juncker. Nel pomeriggio si parlerà di Grecia e di avvio delle discussioni (finalmente) per l’alleggerimento del debito. Su quest’ultimo punto si respira un’aria di relativo ottimismo. Sui bilanci nazionali compreso quello dell’Italia, l’Eurogruppo non dovrebbe discostarsi molto dall’analisi e dalle conclusioni comunitarie: l’Italia è chiaramente a rischio di non rispetto del patto di stabilità, dovrebbe fare una correzione del deficit in termini strutturali di qualche decimale di punto percentuale (ogni decimo vale 1,7 miliardi di euro) e si vedrà in primavera quale sarà il risultato. Giudizio rinviato: difficile che l’Eurogruppo va oltre quanto detto dalla Commissione. Dato che l’Italia non rispetta neppure la regola del debito, ci si attende una mezza reprimenda anche su questo fronte, ma niente di più.  Sull’espansione ‘fiscale’ chiesta da Juncker, invece, è guerra aperta:  il fronte dei rigoristi, Germania in testa, sembra essersi solidificato e a difendere davvero Juncker sarebbero solo Italia, Portogallo e in parte la Francia.

Il no tedesco è stato il più sonoro e più secco. Peraltro immediato: subito dopo la pubblicazione della proposta comunitaria, il ministro delle finanze Schauble ha dichiarato che la Commissione è definitivamente uscita dal seminato. Il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem ha sostenuto sostanzialmente la stessa tesi nel corso di un’audizione al Parlamento europeo. La Bundesbank ha bocciato l’idea. Mario Draghi è stato molto più cauto, limitandosi a sottolineare che l’esecuitivo europeo non ha gli strumenti per obbligare un paese a condurre una politica di bilancio espansiva, mentre esiste un’architettura, esistono strumenti legali, che vincolano gli Stati in misura più o meno rigida per ridurre l’indebitamento.

La proposta della Commissione europea è prendere finalmente atto che la sola politica monetaria espansiva della Bce non è in grado di rafforzare la crescita e assicurare una risalita dell’inflazione verso il 2% in tempi ragionevoli. E che non basta neppure la spinta delle riforme strutturali e dei mercati del lavoro e dei beni a liberare le energie economiche. Nel momento in cui il ‘quantitative easing’ monetario è ancora a pieno ritmo, ma non durerà molto a lungo su scala globale, e si prepara una ulteriore spinta espansiva americana targata Trump (dopo quella potente di Obama per fronteggiare la grande crisi), l’Eurozona dovrebbe approfittare di una « finestra di opportunità che potrebbe chiudersi presto per avviare un’azione sul fronte del bilancio adesso » per il 2017 e il 2018. Quest’anno la ‘fiscal stance’, cioè la posizione di bilancio della zona euro in termini aggregati (intesa come sommatoria delle scelte degli Stati membri) è stata leggermente espansiva, l’anno prossimo tornerà sostanzialmente neutrale per la crescita economica. L’idea della Commissione è che gli Stati con spazio di bilancio da usare lo usino rapidamente. Investano più di quanto previsto. Bruxelles ha indicato una misura: mettendo insieme tutti i ‘pezzi’ dei vari paesi, si tratterebbe di una ‘manovrona’ espansiva a livello Eurozona pari allo 0,5% del pil, circa 50 miliardi di euro.

La Commissione non ha presentato formalmente una mappa degli spazi di bilancio paese per paese, sapendo di non aver alcun potere specifico per indicarli. E’ una classica foglia di fico, per evitare di irritare alcune capitali. Però l’esecutivo di Juncker i calcoli sulla ripartizione dello sforzo di bilancio, con tanto di riferimenti ai paesi che possono permetterselo e ai paesi che non possono permetterselo, li ha fatti circolari. La situazione è questa: gli Stati che hanno margini per agire sono Estonia con il 4,2% del pil, Germania 0,8%, Lettonia 1,9%, Lussemburgo 4,8%, Malta 0,6%, Slovacchia 0,6%, Olanda 0,9%. Francia e Italia non hanno spazio di manovra avendo quello che la Commissione chiama “spazio di bilancio negativo” pari al 3,8% e al 3,6% rispettivamente (nel caso dell’Italia anche considerando la flessibilità sui conti pubblici riconosciuta).

Dei sette paesi con margini di manovra nel bilancio è la Germania a far la parte del leone: conterebbe per lo 0,22%/ del pil dell’espansione teorica nella zona euro. Il totale dello spazio disponibile nei bilanci (naturalmente rientrando nelle regole del patto di stabilità) sarebbe dello 0,32% del pil dell’area euro, ben al di sotto della proposta comunitaria di arrivare allo 0,5% del pil. Da dove arriverebbe il resto non viene chiarito. Netta la conclusione: “Usare tali margini aiuterebbe la crescita nella zona euro e ricalibrerebbe l’enfasi attualmente centrata sulla politica monetaria”, è scritto in una ‘nota strategica’ della Commissione.

Proprio questa conclusione è apertamente contestata dalla maggioranza dell’Eurogruppo. Il ministro Pier Carlo Padoan e il ministro portoghese Mrio Centeno sono i più tenaci difensori della svolta di Juncker. Il francese Michel Sapin la sostiene, anche se appare incline a un compromesso al ribasso. Le discussioni degli ultimi giorni in preparazione della riunione dell’Eurogruppo hanno messo in luce oltre all’opposizione del ‘fronte del Nord’ anche l’opposizione del ‘fronte dell’Est’. Di qui il difficile lavoro di equilibrismo per evitare approvare la raccomandazione comunitaria così com’è come pure di bocciarla sonoramente. La prima cosa che salterà, secondo alcuni, è il riferimento a un ammontare preciso di espansione ‘fiscale’. In realtà lo scontro è sulla stessa legittimità della proposta da parte della Commissione: secondo Schaeuble i suoi poteri devono limitarsi alla funzione di “guardiano del Trattato e del patto di stabilità”. Che a Berlino si accarezzi da tempo l’idea di limitare il ruolo della Commissione sui bilanci pubblici è noto: ormai si dice apertamente che Juncker ha politicizzato una funzione che, secondo i tedeschi, deve restare sostanzialmente tecnica di applicazione delle regole con una intensità interpretativa ridotta.

Lo scontro sulla posizione di bilancio a livello Eurozona non facilita la valutazione del caso italiano, rimandata a una fase (gennaio e primavera) in cui si ritiene (o si spera) saranno già superate le incertezze sulla stabilità politica e di governo. Va detto che di questi tempi a Bruxelles il caso italiano nelle discussioni non ufficiali spesso viene evocato più per il rischio di non rispettare gli impegni che per quelli rispettati. La valutazione della legge di bilancio 2017 riflette proprio questo ‘clima’.

Certamente, la ‘svolta’ propugnata da Juncker mette il dito sulla piaga mostrando come la ‘governance’ dei conti pubblici sia totalmente squilibrata : esistono strumenti, parametri di riferimento per il consolidamento dei bilanci pubblici, non esiste nulla di analogo per l’altra faccia della medaglia, il coordinamento delle politiche di bilancio a fini espansivi. E il motivo è sempre lo stesso: l’incompletezza dell’unione monetaria, la sfiducia tra gli Stati che ne fanno parte. D’altra parte non esiste neppure una nozione di bilancio unico e non esiste neppure la volontà maggioritaria di realizzarlo.

Perfino la Bce, pur schierandosi a difesa del rispetto pieno del patto di stabilità, riconosce che « la responsabilità decentrata nella definizione delle politiche di bilancio non si traduce necessariamente in un orientamento adeguato a  livello di area dell’euro”.